Erri De Luca, la forza della parola contraria. Intervista allo scrittore a pochi giorni dalla sentenza…

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A pochi giorni dalla sentenza che stabilirà se le espressioni verbali utilizzate da Erri De Luca in relazione alle proteste contro la costruzione della linea ad alta velocità in valle di Susa si possano considerare  o meno come un’ istigazione a delinquere, lo scrittore di origine napoletana ragiona sulla solidarietà ricevuta, più dall’estero che dall’Italia, e sulla non solitudine dell’imputato, accompagnato da centinaia di manifestazioni di vicinanza.«Il 19 ottobre il giudice pronuncerà la sentenza che aspetto da due anni. In caso di condanna la questione per me si chiude lì: accetterò la pena»

Erri De Luca, lei ha detto: «Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa». Oltre l’accusa, anche lei si sente un po’ solo…
«Abito da solo, in una casa di campagna, ma non posso parlare di solitudine nel mio caso. Si tratta di una buona capacità di isolamento che mi permette di starmene in disparte anche in una folla. Inoltre avanzando negli anni si diventa numerosi raccogliendo in sé tutti quelli che non ci sono più, le vite care che si ritrovano solo in quelli che le hanno conosciute e le ricordano. Con gli anni una persona diventa una folla di assenti. Nella vicenda del processo a mio carico mi sono trovato accompagnato fin dall’inizio dalla presenza di migliaia di lettori che hanno voluto opporsi alla incriminazione leggendo le mie pagine a voce alta in centinaia di incontri pubblici. Non sono solo. Ho conosciuto in gioventù la solitudine, era molto severa, era tutt’altro».

In occasione della richiesta ad otto mesi per istigazione al sabotaggio in tribunale con lei erano presenti solamente due scrittori: Fabio Geda e Laura Pariani.
«Diversi scrittori mi hanno dichiarato pubblica solidarietà e non posso lamentarmi di quelli che non lo hanno fatto».

Molti giornalisti in Italia si battono per la libertà d’espressione e il diritto ad informare e ad essere informati. Eppure sono stati i media d’oltralpe a tenere alta l’attenzione sul suo caso.
«Risulta da osservatori internazionali che da noi la stampa è la meno libera in Europa. Il giornalista da noi ha smesso di essere il professionista dell’informazione per ridursi a dipendente di una azienda, alla quale deve fedeltà e obbedienza alla linea. Mentre in Francia l’informazione vanta una tradizione di indipendenza e di bilanciamento dei poteri. Inoltre lo scrittore presso di loro ha un rango di coscienza civile. Nel mio caso invece per lo Stato lo scrittore è un guastafeste degli affari loschi e va intimidito. Con me non funziona, ma lo scopo è quello».

Per Feltrinelli ha pubblicato “La parola contraria”, un pamphlet sulla libertà di parola dove racconta anche il suo caso giudiziario. Uno sfogo? Un monito?
«Trattandosi di un processo alle parole ho voluto difenderle fuori dell’aula giudiziaria tra i lettori, all’aperto, andando in molti incontri durante questi anni. Ho avuto l’appoggio dei miei editori francesi spagnoli e tedeschi che hanno fatto uscire contemporaneamente il libretto. Il prezzo basso ha permesso di poter diffondere quelle pagine anche nelle scuole. Il rappresentante legale della ditta che ha sporto la denuncia e ha avviato il processo ha voluto aggiungere agli atti giudiziari proprio “La Parola Contraria”. Lo ringrazio per aver dato anche valore di prova a quelle parole, non solo a quelle incriminate e riportate nella denuncia. Lo ringrazio di avere aumentato a modo suo il peso delle parole di uno scrittore».

Malgrado l’opinione che ognuno di noi può avere in merito alla questione Tav, è evidente che c’è grande solidarietà nei suoi confronti e interesse verso il suo caso giudiziario. Tuttavia sembra che la questione Tav non si debba più affrontare attraverso i media.
«La questione del Tav in Val di Susa è la più bruciante tra tutte le lotte civili del nostro paese. Dura da una generazione, coinvolge la maggioranza di quella vallata, è diventata un simbolo della resistenza popolare all’aggressione di Stato e dell’affarismo dei partiti con ditte amiche al seguito. Inoltre riguarda la salute pubblica di quel territorio minacciato dallo spargimento di amianto della galleria prevista».

Cosa succederà ora? Quali saranno le tappe della sua vicenda giudiziaria e quali quelle della sua vita.
«Il 19 ottobre il giudice pronuncerà la sentenza che aspetto da due anni. Se sarà di condanna non mi appellerò. Ho già potuto ampiamente dire e scrivere le mie ragioni. Non farò spendere ai contribuenti altro denaro per cercarmi una seconda aula di giustizia. In caso di condanna la questione per me si chiude lì: accetterò la pena assegnata».

Fonte: Riforma.it 


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