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Proteggere i giornalisti. Don Ciotti, la società civile faccia la sua parte

 

Tutti abbiamo bisogno di più verità e di più Ossigeno, ha detto il presidente di Libera alla conferenza internazionale promossa il 2 luglio 2015 al Senato

di Luigi Ciotti – Proteggere i giornalisti significa innnanzittutto proteggere la democrazia la democrazia che – voi mi insegnate – non è un dogma, un testo scritto una volta per tutte, ma una continua instancabile ricerca di verità, quella ricerca a cui si sono dedicati tanti giornalisti che non sono stati protetti e hanno pagato con la vita o sono stati ridotti al silenzio, messi a tacere o al bando. Molti di loro non hanno avuto la dovuta protezione.

Voi mi insegnate che spesso, anche nel nostro Paese, il pensiero non viene vietato, ma più sottilmente condizionato e omologato. Voi mi insegnate che l’informazione o è libera o non è informazione. E mi insegnate che ci sono poteri esplicitamente ostili alla libertà di stampa che ostacolano la pubblicazione di certe notizie o ricorrono – come qui è stato ricordato con forza – all’arma della querela per diffamazione, con richieste di risarcimenti milionari e studi potenti di avvocati che si mettono a disposizione. Lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato con mano e la conoscenza di tanti amici che operano nel mondo dell’informazione ci ha permesso di conoscere e  di alzare il tono della voce in questa direzione per essere al loro fianco.

C’è anche una forma di condizionamento dalla quale è ancora più difficile difendersi, perché passa attraverso le logiche del profitto, che comandano ormai anche il mondo dell’informazione. Abbiamo conosciuto e conosciamo giornalisti pagati pochissimo, che evitano di trattare temi in contrasto con l’editore per non perdere quel poco a loro necessario. Non sono liberi perchè – a me lo ha detto un amico ma voi conoscerete altri che dicono la stessa cosa – “se vuoi lavorare lo fai alle mie condizioni” e magari glielo dice l’editore. E allora è responsabile, e mi sembra importante sottolinearlo con forza, anche una certa informazione che ha strizzato l’occhio a certi poteri ed è andata a braccetto con certa politica cadendo in forme di autocensura dettate da prudenza , ma più spesso da convenienza.

Voi mi insegnate che la prima forma di protezione dei giornalisti – al di là dei diritti sanciti in Italia dall’art.21 della Costituzione – è l’etica del giornalismo cioè la ricerca della verità.

Mi sembra importante, in questo mio piccolo contributo, mettere in evidenza che ci sono parole ormai abusate, parole derubate della loro forza, del loro senso, del loro significato.Una di queste parole a cui bisogna stare molto attenti oggi è proprio “legalità”. E’ la bandiera di tutti, quella che tutti sventolano, nel nostro Paese, a cominciare da quelli che la calpestano tutti i giorni. Molti hanno scelto la legalità ma è una legalità malleabile e sostenibile: se mi conviene rispetto le regole, se non mi conviene non le rispetto. E così in noi e per noi è stato importante ricostruire dei percorsi delle regole per camminare insieme.Bene, questi “noi”se ne sono impossessati ma dicono “noi” e però continuano a pensare “io, io”.

E anche l’antimafia, l’antimafia in cui c’è tutto e il contrario di tutto, è un problema. Voi mi insegnate che è un problema di responsabilità e di coscienza; non può e non deve essere una carta di identità che uno tira fuori a secondo delle circostanze.

Ci stanno rubando alcune parole. Alcune vengono celebrate e invece noi dobbiamo fare in modo che queste parole non vengano svuotate della loro vera sostanza e del loro vero significato. E certo – è stato richiamato anche qui – una parola importante per la ricchezza dei suoi contenuti è l’etica, un’etica che comporta anche un certo approccio alla notizia, che non è certo quello di rincorrere, come spesso succede, le emergenze. C’è il pericolo che i fatti esistano finchè “fanno notizia”, finché destano un’attenzione a volte morbose. Venuta meno la tensione il fatto sparisce, ma non spariscono i problemi.

E allora mi sembra importante dire ancora, insieme a voi che queste cose me le insegnate, che spesso il problema è la superficialità. Abbiamo trovato anche negli ultimi tempi unìinformazione usa e getta. Ormai si butta via una notizia come fosse una merce di consumo. Abbiamo toccato con mano molta informazione piegata alla logica del gradimento, degli indici di ascolto, degli introiti pubblicitari. E anche gran parte dell’informazione politica, ogi, in molti contesti, privilegia i retroscena , la chiacchera, il pettegolezzo, il colore (rispetto ai contenuti, ndr).

Perché l’informazione deve essere anche formazione, offerta di contenuti, strumento di analisi e deve esserlo veramente . Alcuni giornalisti amici presenti in questa sala ci hanno regalato come un dono la profondità dell’inchiesta, la serietà della documentazione. L’informazione, noi crediamo, deve alimentare la coscienza critica, deve offrire strumenti per distinguere, per scegliere, cioè deve aiutare l’esercizio responsabile della libertà; a maggior ragione se l’informazione è offerta da un servizio pubblico sostenuto dal pagamento di un canoneIn questo caso diventa ancora più importante e fondamentale.

Riguardo all’informazione sulla mafia, l’illegalità e la corruzione nel nostro Paese farò tre passaggi.

Il primo. Oltre 20 anni fa, quando a Casal di Principe fu ucciso un sacerdote, don Peppino Diana, un quotidiano di Palermo cominciò subito una campagna diffamatoria per dire che quel prete non era stato ucciso per il suo impegno nel contrasto alla camorra, ma per un problema di donne. Di donne! Per dimostrarlo fu usata la diffamazione, furono pubblicate in prima pagina le foto delle ragazze dell’Agesci, della parrocchia.  E alcuni di noi, difronte a quel sacerdote umile, coraggioso, che amava la sua gente e diceva parole coraggiose per chiedere il cambiamento, per illuminare le coscienze, per voltare pagina in quel territorio (fummo stupefatti e disarmati, ndr), Don Peppino Diana fu ucciso alle 7.30 di mattina e (subito fu rovesciato su di lui, ndr) fango, tanto fango…

Alcuni di noi reagirono, dissero. che quella era spazzatura. Abbiamo reagito così anche per tutelare i giornalisti che avevano rischiato la vita, e tutt’oggi la rischiano, per non dimenticare gli altri gornalisti che hanno perso la vita per essere veri ricercatori di verità, per documentare la verità, per difendere la dignità degli onesti. Reagimmo e ci denunciarono per diffamazione. E dopo oltre vent’anni  siamo ancora sotto processo: io, la mamma di don Peppino Diana, l’ex sindaco che è tornato sindaco, un ragazzino che scriveva un giornaletto. Il processo ha dimostrato che don Peppino era un bravo ragazzo e un bravo sacerdote. Ma le lungaggini della giustizia, di quella giustizia, ci costringono a rendere conto ancora oggi. Ma tre anni fa, una bella mattina, i carabinieri hanno arrestato il proprietario di quel giornale con l’accusa che era al libro paga della camorra. Al libro paga della camorra! Capite, questo succede nel nostro Paese!

Secondo punto. A Trapani, due mesi fa, eravamo oltre milleduecento a ricordare il prefetto Sodano, un prefetto che a Trapani si era messo di traverso ad alcuni. Soprattutto a un uomo, un “politico”? No, un uomo di potere, di grande potere in quel territorio, che aveva umiliato questo prefetto. Sodano voleva che certi beni confiscati arrivassero alla destinazione giusta e si bloccasse il gioco che li fa ritornare di nuovo alle mafie. Fu cacciato via, e poi fu trasferito il capo della squadra Mobile, Linares. Furono trasferiti perchè facevano il loro mestiere e lo facevano molto bene, volevano cercare la verità e cacciare i mascalzoni. Ebbene, dopo il prefetto è morto di una brutta malattia, con tanta sofferenza. Quelle 1200 persone che si sono date appuntamento a Trapani per ricordare un prefetto generoso hanno fatto una cosa meravigliosa. Ma non è uscita una riga, una sola riga, dico una riga, sui giornali del posto, perchè ci sono sempre quei signori e quelle lobby a impedirlo. Tutto questo accade nel nostro Paese oggi, ne 2015.

Terzo punto. Dobbiamo stare vicino a quanti ai gironalisti minacciati. Ne vedo qui alcuni e li saluto. Oggi sono stato all’Expò mondiale di Milano, con il mondo cooperativistico italiano che non è immune – non lo è stato, ma non dobbiamo generalizzare – dalle infiltrazione del sistema mafioso e non solo. Ho guardando di corsa alcuni stand, dove tutti sono accolgono da gruppi che vestono bei costumi nazionali, e ho pensato che alcuni di quegli stand appartengono a nazioni in cui i giornalisti finiscono in carcere, sono in carcere da tanti anni per aver avuto il coraggio di cercare la verità anche contro i poteri dominanti.

Dunque, c’è tanta strada da fare per la libertà dell’informazione, per essere vicini a quanti ancora cercano fino in fondo la verità, e anche per evitare le semplificazioni che a volte ci vengono fornite. E allora grazie di questa conferenza.

Un po’ tutti abbiamo bisogno di OSSIGENO, per respirare di più e meglio, per una informazione libera: libera fino in fondo. È importante, molto importante, che la società civile assuma la sua responsabilità (anche in questo campo, ndr). I problemi, i limiti, gli errori possono essere tanti ma per noi è stato importante, molto importante essere presenti in alcuni processi di mafia per non lasciare soli i magistrati e le vittime. Ed è importante la presenza nei processi di tanti familiari delle vittime che non vogliono lasciare soli coloro che lottano e vogliono dare una mano a quei giornalisti che si impegnano a documentare storie, percorsi, nomi, cognomi, vicende difficili. Una cosa certamente non semplice, non facile.

Io credo che il problema più grave nel nostro Paese non è tanto che c’è chi fa del male, quanto che ci sono quelli che guardano e lasciano fare. L’assunzione di responsabilità deve essere più forte da parte di tutti. Abbiamo troppi “cittadini a intermittenza”, troppe persone che quando succede una tragedia si commuovono, si commuovono ma non si muovono. E allora abbiamo bisogno tutti di più OSSIGENO, di non dimenticare che nella Costituzione del nostro Paese manca una parola che certamente consideravamo implicita, scontata: la parola verità. Non c’è una strage in Italia della quale si conosca la verità. Se si conosce, si conosce solo in parte. Non dimenticate che il 75 per cento dei familiari delle vittime di mafia non conosce la verità. Abbiamo bisogno di verità, di tanta verità. Noi conosciamo giornalisti che la cercano, che la documentano, che non si sono mai sottratti a fare tutto questo. A loro va la nostra stima, il nostro affetto e la nostra riconoscenza.

Trascrizione di Loredana Colace

ASP

Da ossigenoinformazione

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