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A Gerusalemme cresce l’impellente bisogno di alloggi

 

La via Crucis a Gerusalemme inizia nel cortile della scuola coranica e termina nel Santo Sepolcro, che appartiene ad una famiglia musulmana. Il portone apre alle 4 di ogni mattina e chiude alle 20 di ogni sera: un rito sempre uguale al termine del quale le chiavi vengono date in custodia ai proprietari. Nella città consacrata dalle tre grandi religioni monoteiste, la vita per chi vuole scegliere di abitare in zone non occupate da altri non è semplice tanto che a detta di molti oggi l’unico quartiere senza alcun vincolo di pregressa occupazione è Katamon: di origine araba caratterizzato da blocchi di case costruite dai greci, usate dagli ufficiali inglesi e poi abbandonate.

A Yerushalayim che in ebraico antico significa “la città della pace” tutto è infatti annodato al concetto di conservazione dello spazio, di un confine fosse anche solo mentale. Nell’antica città, cara al cristianesimo, all’islamismo e il giudaismo, tutto si snoda attorno a perimetri che sembrano figli di quello “Status Quo” di età ottomana che regna sovrano da secoli al Santo Sepolcro. Ogni venerdì santo però nel cortile della scuola islamica di El–Omariye, all’angolo nord-occidentale della spianata del Tempio, inizia il rito della Passione lungo la via Dolorosa: dal Pretorio in cui il governatore Ponzio Pilato si lavò le mani si prosegue attraversando di volta in volta luoghi appartenenti al Patriarcato armeno cattolico (la terza stazione), finanche del convento etiope a cavallo con la chiesa copta di Sant’Antonio come accade nella nona stazione.

Il luogo in cui si celebra l’ultima caduta di Cristo carico della croce si trova invece a pochi metri dalla chiesa della sommità del Calvario dove la presenza fisica delle diverse comunità religiose diventa la massima affermazione di un diritto che viene rinnovato ogni giorno. Sono dieci i padri Francescani minori ( di cui 7 sacerdoti e tre sacrestani) che da secoli vi abitano e pregano per cinque settimane consecutive, notte e giorno prima di dare il cambio ad altri confratelli. I Francescani sono presenti da otto secoli. Dall’incontro di Damietta, tra il sultano Melek El-Kamel e Francesco D’Assisi. Cento anni dopo (1342) nacque la “Custodia di Terra Santa” dell’ordine dei Francescani minori. Il cuore della città “trina”, che custodisce la memoria della morte e delle resurrezione di Cristo resta il simbolo delle divisioni e dell’ inossidabile bisogno di difendere degli spazi che lo stesso Custode Pierbattista Pizzaballa ha definito alla stregua di “questioni condominiali”. Ne “Il coraggio della pace” scritto insieme a Fra Micheal Perry – ministro generale dell’Ordine dei Francescani minori – all’indomani della preghiera voluta da Papa Bergoglio insieme ai presidenti Abbas e Peres il Custode ha infatti rivelato: “Mai i cori latini e greci hanno cantato assieme.

Mai Patriarchi e Custodi di sono riuniti per scegliere insieme un brano biblico. (…). Ciascuno voleva portare i suoi arredi migliori, per poi arrivare alla conclusione condivisa che non c’era niente da arredare, ma che tutto doveva restare semplice”. Nella città Santa la preoccupazione ordinaria sembra essere quella di rimarcare le distinzioni. Oggi, tanto come quanto al tempo in cui le truppe inglesi si ritirarono all’alba dello nascente stato di Israele, gli ebrei ortodossi con il loro camice bianco e i kippah e i maestri delle scuole talmudiche con i vistosi copricapi segnano ed espongono la distanza tra l’uomo e Dio. Lo stesso primo ministro Ben Gurion al tempo ammoniva ogni ebreo a conservare il suo posto. “Ogni avamposto, ogni fattoria ogni villaggio doveva essere tenuto. Nessun ebreo doveva lasciare il proprio domicilio la sua fattoria il kibbutz o il suo lavoro senza autorizzazione. Difendere. Ogni pollice di territorio”. A Gerusalemme oggi però cresce l’impellente bisogno di alloggi: la custodia di Terra Santa ne ha messi a disposizione 350 per i quali gli inquilini, molte giovani coppie arabe, pagano una cifra proporzionata al loro reddito, sempre comunque inferiore al prezzo corrente di mercato. Poi ci sono le case che gli stessi Francescani assegnano a poveri e anziani: a volte lingue di finestre e terrazze circondate da filo spinato. Spazi per gli esuli locali in fuga dal conflitto arabo-israeliano e per i quali nessun confine è ormai più importante.

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

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