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Questo mostro chiamato Europa

 

Cara Europa, ma cosa sei diventata? E come possiamo continuare a stimarti e a considerarti madre e non matrigna, noi europeisti convinti, di fronte all’atteggiamento quasi criminale di chiusura che stai dimostrando tanto nei confronti dei migranti in fuga da guerre e devastazioni quanto riguardo alla povera Grecia, spinta sull’orlo del baratro da un’ideologia feroce e inaccettabile?

Ce lo siamo chiesti più volte e, sinceramente, non abbiamo ancora trovato risposte attendibili a questi quesiti, mentre Atene affonda fra povertà e corse disperate agli sportelli bancari, lo sconforto dei cittadini e la sacrosanta rabbia di una classe dirigente finalmente pulita e all’altezza della situazione che vede stringersi il cappio intorno al collo solo perché si rifiuta di accettare condizioni oggettivamente irricevibili come quelle pretese dalla ex Troika, ossia nuovi tagli a salari e pensioni e un aumento “monstre” dell’IVA che vanificherebbe qualunque possibilità di ripresa dei consumi e dell’economia ellenica.

Allo stesso modo, ce lo siamo chiesti quando abbiamo rivolto lo sguardo ai disperati abbarbicati sugli scogli a Ventimiglia, rinchiusi nei CIE, talvolta trasformati in lager su cui si arricchiscono speculatori e soggetti senza scrupoli, oppure costretti a tentare di entrare in Europa superando le barriere spagnole nelle enclavi di Ceuta e Melilla; e abbiamo riflettuto a lungo anche sulla folle idea avanzata dal palese fascista Orbán di erigere un muro di divisione in funzione anti-migranti fra l’Ungheria e la Serbia, ovviamente contrastata, di fatto, dalla sola, inascoltata voce di papa Francesco.

Perché a pesare di più, in quest’Europa delle banche e della finanza, dei poteri occulti e delle multinazionali, a pesare, dicevamo, non sono tanto le urla assordanti dei razzisti, degli xenofobi e degli anti-europeisti che vorrebbero distruggere definitivamente il sogno dei padri fondatori; a pesare sono, più che mai, i silenzi imbarazzati e imbarazzanti degli europeisti, di chi nell’Europa unita ci crede davvero, di chi sogna gli Stati Uniti d’Europa e vorrebbe dar vita a un continente aperto e inclusivo, che torni a considerare gli ultimi della terra come fratelli da accogliere e ristorare e non come rifiuti da gettare via, seguendo quella cultura dello scarto che, ancora una volta, solo il Papa ha avuto il coraggio di condannare e definire nella sua barbara essenza.

Ciò che lascia, dunque, sgomenti non sono i fascisti che invocano misure e provvedimenti degni della loro storia e della loro visione del mondo quanto il resto di quella che fu la comunità europea e oggi sembra essere diventata un insieme di monadi in lotta fra loro: assenti, inerti, incapaci di rispondere a dovere a proposte che fanno venire i brividi, inadeguate nella difesa dei princìpi, dei valori e degli ideali senza i quali l’Europa e il concetto stesso di democrazia semplicemente non hanno più senso.

È di fronte a simili drammi che la nostra generazione ripensa a quando era bambina, nell’Europa di Prodi e di Delors, quando tutto ci sembrava possibile e l’euro ci veniva presentato come il compimento di un sogno, l’avverarsi di un progetto nato per volontà dei nostri nonni e donato in regalo a noi nipotini: i “figli del Duemila”, i ragazzi che avrebbero dovuto vivere in un mondo senza guerre e senza barriere, in cui gli unici confini sarebbero stati quelli del cielo e ogni speranza si sarebbe trasformata facilmente in realtà. Ci ritroviamo, invece, a fare i conti con demoni chiamati precarietà, incertezza, instabilità globale, paura del futuro, impossibilità di mettere su una famiglia ed avere dei figli e con una società parcellizzata, un tessuto civile sfibrato, un senso di solitudine collettivo che rende impossibile l’affermarsi di quel minimo di solidarietà necessaria per far fronte a una crisi dalla quale nessuno può davvero pensare di sentirsi escluso.

Ciò che è venuto meno, in questa barbara Europa del profitto e dell’arricchimento sconsiderato dell’un per cento della popolazione a scapito del restante novantanove, è l’idea di un destino comune, il sentirsi accomunati da un’unica prospettiva, la comprensione del fatto che se crolla la Grecia, i prossimi siamo noi, con il nostro debito pubblico da oltre duemila miliardi, la nostra permanente instabilità politica, la nostra arretratezza infrastrutturale, la presenza di un livello di corruzione assolutamente insostenibile e il dilagare di organizzazioni criminali ormai presenti in quasi tutti i gangli della società, compresi, alle volte, persino i vertici.

Ciò che è venuto meno sono classi dirigenti all’altezza del proprio compito, figure alla Kohl e alla Mitterrand che mai avrebbero permesso un simile scempio nei confronti della Nazione culla della nostra civiltà.

Ciò di cui si avverte maggiormente la mancanza è un dibattito fecondo su quello che siamo e quello che dovremmo diventare, sull’indispensabilità di un europeismo maturo e costruttivo e sulla miseria morale dei suoi attuali interpreti.

Infine, ci rendiamo conto che la barbarie che viene perpetrata ad arte nei confronti del governo Tsipras non è dovuta alle difficoltà incontrate nel ricondurre Atene alla ragione ma alla precisa volontà politica dell’orda liberista che sta devastando il Vecchio Continente di non creare il precedente, per loro gravissimo, di un esecutivo in grado di indicare una strada diversa rispetto a quella seguito finora, divenendo così un pericoloso esempio per altri popoli stremati dai disastri del liberismo e dal dogma delle larghe intese, ormai accettato pressoché ovunque nonostante sia la negazione stessa della sana competizione elettorale.

Perché l’aspetto inconfutabile di questa vicenda è che Atene deve morire in quanto si è permessa di mettere in discussione il sistema; deve essere schiacciata per essersi ribellata al pensiero unico dominante e non contrastabile, per aver osato rimettere al centro del dibattito pubblico europeo il tema della dignità degli esseri umani, dei loro diritti, della loro aspirazione a una vita se non felice quanto meno decente, in poche parole per aver messo a nudo la malvagità imperante, il cinismo, la pochezza, il vuoto e la sottomissione delle attuali classi dirigenti a interessi lobbistici che nulla hanno a che vedere con le ragioni e gli interessi dei popoli. Tsipras e Varoufakis devono, pertanto, perdere a prescindere perché altrimenti, per citare un greco di nome Alekos Panagulis, martire della libertà, c’è il rischio che “altri seguiranno”. E così devono perdere i disperati che ci chiedono un gesto di accoglienza e di inclusione perché non può e non deve esserci posto per chi potrebbe mutare i nostri assetti di potere e modificare il nostro intollerabile sistema socio-economico, basato sull’esclusione e sulla costante emarginazione dei più deboli.

Deve esplodere Atene e devono tornare indietro i figli di un continente che noi per primi abbiamo contribuito a rendere un inferno e che continuiamo a rendere invivibile attraverso il traffico d’armi e altre vergogne che nulla hanno a che vedere con i bei precetti delle nostre costituzioni anti-fasciste, ovviamente finite nel mirino dei nuovi fascismi e dei nuovi dominatori dell’umanità.

Al che, di fronte al drammatico vacillare del mio europeismo e al fatto di dovermi porre per la prima volta in vita mia la domanda se ne valga ancora la pena, rispondo che no, per questa Europa non vale più la pena battersi, a meno di non entrare nell’ottica di dover compiere, tutti insieme, una rivoluzione pacifica e democratica, capace di far tornare questa scommessa apparentemente perduta alle sue origini e al suo orizzonte naturale.

Saprà la nostra generazione trasformare un’utopia in un progetto politico compiuto?

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