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La guerra che verrà. Caffè del 22

 

La guerra che verrà. “L’Isis avanza con stragi e distruzioni”, Corriere. “La città siriana di Palmira nelle mani dello stato islamico”, Le Monde. “Lo stato islamico si prende due punti strategici in Iraq e in Siria”, El Pais. “Metà della Siria in mano all’Is”, Repubblica. Non saltateli a piè pari quei titoli, non considerateli un rumore di fondo dietro le polemiche su profughi, barconi da affondare e terroristi, veri o falsi, che arrivano dal mare. C’è una cartina a pagina 9 sulla Stampa che mostra le terre già nelle mani del califfato. Confinano a nord ovest con Kobane e a nord est con Mosul, città dove i curdi hanno resistito. A sud ovest Palmira, 210 chilometri da Damasco, a sud est, Ramadi 110 da Bagdad. Sono questi due Stati, Siria e Iraq, o quel che ne resta, che il califfo vuol far saltare, bussando alla porta delle capitali. Poi sarà guerra aperta, tra nemici irriducibili: sunniti fanatici, contro sciiti e curdi che li circondano. Con la Turchia tentata di favorire i fanatici contro l’indipendentismo curdo. Arabia Saudita e Israele che temono l’Iran sciita più della barbarie di una lettura medievale del Corano. Andrà in fiamme tutto il Medio Oriente. L’Africa sub sahariana e il Maghreb diventeranno ancor più terre di stragi e di esodi, il Mediterraneo, retrovia della guerra. C’è una via d’uscita? Ci sarebbe. Stati Uniti ed Europa inducano Sauditi e Israeliani a far pace con l’Iran, chiudano il conflitto con la Russia in Ucraina e spingano la Turchia a riconoscere i Curdi. Civiltà contro barbarie: primo eliminare l’Isis. Siamo lontani! .

 

Corruzione e falso in bilancio, “Ora le pene saranno più severe”, scrivono Stampa e Sole24Ore. Pietro Grasso ha scomodato Samuel Beckett: Godot ne vient pas? No, finalmente è arrivato. Sì, in effetti, è tornato il falso in bilancio, reato sentinella di ogni malversazione dei potenti. E quanto alla prescrizione sarà forse contenuta, grazie alle pene più severe previste per la corruzione. Persino troppo severe, perché non si è voluto accettare il criterio – semplice e garantista – del blocco dei tempi di prescrizione dopo una sentenza di condanna in primo grado, per costringere gli avvocati a difenedere, a quel punto, l’imputato nel processo e non dal processo. Comunque è un passo avanti. O dovrebbe esserlo, perché il legislatore da tempo è malato, scrive troppe norme e complicate, con il rischio che poi non funzionino. Il Fatto avanza dubbi sulla legge contro gli ecoreati, che abbiamo votato con i 5 Stelle. Che vuol dire quell’abusivamente che compare nel testo? Se l’Ilva ha un’autorizzazione, questo cancella il disastro ambientale?

 

La prova della scuola. In commissione al Senato, ieri, le opposizioni volevano rimandare il dibattitto per consentire la pausa pre elettorale. Tocci e io abbiamo votato con la maggioranza: audizioni la settimana prossima, termine per gli emendamenti al primo giugno, fra 10 giorni. Non vogliamo fornire alibi al governo che potrebbe essere tentato di far saltare (per l’anno prossimo) le centomila assunzioni scaricandone la colpa sul movimento di lotta. Al contrario, sarebbe auspicabile che si procedesse alle assunzioni, fermando, invece, l’iter della legge per riscriverla daccapo, come proponeva ieri Tullio De Mauro. Se invece si potrà solo modificare la legge, i “punti” dolenti soni quelli che Speranza suggerisce oggi in un’intervista a Repubblica: “Il potere dei presidi, i precari e i finanziamenti alle private superiori”. Ma la rottura è molto più profonda. Renzi ha aperto il vaso di Pandora. Leggete, sempre su Repubblica, Marco Lodoli che aveva inventato lo slogan #labuonascuola, ma oggi prende atto della propria solitudine. È radicale il divorzio tra lo storytelling trionfalista di Renzi e la fatica e la sofferenza di chi nella scuola vive e lavora.

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