Un Medio Oriente per due jihadismi

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In Medio Oriente non c’è un jihadismo. Ce ne sono due. L’uno più feroce dell’altro. In gioco ci sono gli opposti sogni egemonici di conquistare tutto l’islam.
7 milioni di sfollati interni. 4 milioni di profughi fuggiti all’estero. Questa è la fotografia del prodotto della tragedia siriana. A questi dati andrebbero aggiunti quelli relativi all’Iraq, più complessi visto che il disastro iracheno attuale difficilmente può essere separato da quanto accaduto dal 2003 in poi. Purtroppo le cifre siriane, considerando che la popolazione complessiva di quel paese supera di poco i 20 milioni, bastano a chiedersi se siamo sicuri di aver capito bene i tanti arabi cristiani che chiedevano di fare ogni sforzo possibile per evitare una guerra civile tra sunniti e sciiti.

Perché mai il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, ha voluto più volte ripetere che lo scandalo dell’ISIS è in certa misura anche il prodotto del preesistente orrore siriano? E accanto alla ferocia dall’ISIS, ostentata e dilagata fino al Nord Africa, non dice qualcosa di profondo il compiacimento del comandante delle Guardie Rivoluzionarie della Forza al-Quds, Qassem Soleimani? In occasione dell’anniversario della rivoluzione iraniana, il 14 febbraio scorso, ha affermato dal capo opposto della barricata; “stiamo esportando la rivoluzione nella regione, dal Bahrein all’Iraq, alla Siria, allo Yemen e al Nord Africa”

Forse non sono andati lontani dal punto autorevoli opinionisti de quotidiano libanese L’Orient Le Jour, come Michel Hajji Georgiou e Antoine Courban, spiegando che in questi anni si sono scontrati tre progetti: il sogno democratico dei popoli sollevatisi contro opposti tiranni, il piano “persiano” di usare il crollo dell’Iraq e della Siria per conquistare lo spazio arabo fino al Mediterraneo avvalendosi come avamposto delle frustrazioni delle comunità sciite, e quello dell’Arabia Saudita di imporsi su quello stesso spazio cancellando gli sciiti, da cui è derivato il morbo dell’ISIS.

Ma non si riesce a entrare in questa arena dove un sogno è stato combattuto da due guerre opposte e parallele senza fare i conti con una parola, “takfiri”, e il suo uso. Entrarci con il piede giusto aiuta a capire che “conquista” e “difesa” sono drammaticamente connessi in una questione che è “globale”, cioè che riguarda l’egemonia su tutto l’islam.

Ho cominciato a confrontarmi con questo problema tanti anni fa, quando fece la sua comparsa sul palcoscenico del terrorismo jihadista Djamel Zitouni, venditori di pollami, l’autore del celebre comunicato 43 del Gia algerino, quello con le citazioni coraniche sbagliate: i capi militari invece vengono spesso e volentieri dalle galere.

Usati da tanti, i fili ideologici che muovono i protagonisti di questo mondo oscuro originano certamente in un paese tra i più chiusi al mondo, l’Arabia Saudita, Paese pressoché inaccessibile eppure di interesse globale, visto che lì si recano- come ha acutamente sottolineato in “L’islam nudo” Lorenzo Declich- musulmani di tutto il mondo per il pellegrinaggio a La Mecca, uno dei doveri di ogni buon musulmano. La custodia di quei luoghi ha interessato assai poco l’islam fino agli anni Settanta, “quando con l’abolizione della convertibilità fissa tra dollaro e oro, il petrolio divenne nei fatti il nuovo metro dell’economia mondiale”. Da allora il patto che lega dal Diciottesimo la tribù dei Saud ai seguaci dell’eresia wahhabita ha assunto una valenza globale. Combattuti come la peste già dagli ottomani, i wahhabiti hanno invaso con i petrodollari sauditi le moschee di ogni dove, esportando una dottrina intollerante, oscurantista, misogina al punto da non tollerare che il loro divieto alla guida per le donne venisse sfidato ricordando che Aisha cavalcava da sola il suo cammello, tanti secoli fa. Quando un’eresia viene sposata da un oscuro capo tribale interessa pochi, quando quel capo tribale diviene il custode dei luoghi santi e dei forzieri più colmi diviene ortodossa? Di certo diviene ancora più intollerante nei confronti dei non wahhabiti, ai quali viene applicato il takfir, la denuncia di apostasia, per imporsi a tutto l’islam. E in cima alla lista dei nemici non possono che esserci loro, gli odiati scismatici sciiti.

Ma non è questa la sola voglia egemonica diffusasi negli Settanta nel mondo islamico. C’è anche quella khomeinista, che ha imposto, con il golpe con cui ha conquistato la rivoluzione iraniana, un’altra eresia, il velayat e-faqih, letteralmente il “governo del giureconsulto”, in pratica la teocrazia della guida della rivoluzione. Sconosciuta al quietista mondo sciita, questa seconda eresia ha sfidato il mondo arabo sunnita a guida saudita, accusandolo di essersi asservito agli Stati Uniti, contro l’islam. E lo ha fatto ovviamente per “salvare” tutto l’islam. L’invasione dell’Iraq del 2003 ha offerto a entrambe il sogno di un’egemonia totale: l’eresia wahhabita ha sognato di potersi impossessare di tutto l’islam eliminando gli sciiti, e l’eresia khomeinista ha sognato di poter imporre l’egemonia persiana a tutto il mondo arabo usando come avamposto le minoranze arabe. Conquistando l’Iraq, a maggioranza sciita, Teheran poteva sognare di mettere in fila all’Iran l’Iraq, la Siria, dell’alleato Assad e il Libano del braccio armato khomeinista, Hezbollah. Nello stesso modo Riyadh poteva sognare grazie all’invasione americana di compiere lei la stessa operazione, uguale ma ovviamente nel segno contrario, quindi con soggetti opposti a quelli alleati di Tehran. Era proprio baldanzoso in quei giorni il potente principe saudita Bandar, secondo il quale – come racconta lo studioso britannico Patrick Cockbourn – per gli sciiti si apriva una porta sola, quella dei cimiteri. Idea cara ad Abu Musab al-Zarqawi. Eliminato nel 2006, il padre politico dell’ISIS teorizzò lo scontro frontale con gli sciiti. Eravamo nel post-invasione dell’Iraq che determinò la caduta del regime di Saddam, incardinato sulle tribù sunnite, e aprì le porte agli sciiti, maggioranza numerica a lungo discriminata. Tra di loro c’erano i moderati, come il grande ayatollah al-Sistani, e gli estremisti, i seguaci di quel velayat e-faqih che Sistani e molti altri come lui non hanno mai accettato. Attaccandoli frontalmente al-Zarqawi era certo di favorire gli estremisti: come dubitare di una reazione uguale e contraria patrocinata dall’Iran? E infatti il settarismo violento del governo khomeinista di al-Maliki ha spinto settori sempre più ampi del mondo sunnita a sottomettersi ai suoi successori di Zarqawi, gli uomini dell’ISIS. Era stato al-Zarqawi a porre al centro simbolico della sua propaganda la moschea al-Zangi di Mosul, quella dove ha fatto la sua unica apparizione pubblica al-Baghdadi. Il guerriero al-Zangi nel 12esimo secolo riuscì a unire Mosul e Aleppo, ciò che ha quasi ripetuto l’ISIS. Non basta: al-Baghdadi ha chiamato la rivista dell’ISIS “Daqib” , località del governatorato di Aleppo. Proprio nel discorso pronunciato nella sua celebre apparizione a Mosul evocò la battaglia di Daqib, che è una battaglia del racconto apocalittico. Ecco che il progetto si salda non solo al racconto ma a un’ideologia apocalittica che vede la battaglia feroce come strumento per avvicinarne un’altra più feroce e quindi quella finale, facendo giungere l’Ora. Nel campo sunnita, questa “visione” si è affermata tra i gruppi jihadisti e in coloro che nel Golfo, con conti miliardari, sostengono il progetto del califfato, nel quale non c’è posto per minoranze o dissidenti. E non per caso la stessa ideologia è stata diffusa nel campo sciita dall’ex presidente iraniano Ahmandinejad, dall’ex premier iracheno al-Maliki, il cui partito è ancora cruciale nel governo di Bagdhad, e dal capo di Hezbollah, Hasan Nasrallah. Ma nell’ISIS c’è la scelta di ostentare una ferocia che altro non troviamo. La logica che l’ISIS trova e rivendica per i suoi crimini e la loro efferatezza sta tutta in una parola: deterrenza. Il libro base per capire questa impostazione si chiama Idarat al-Tawahush, il cui autore si firma con lo pseudonimo di Abu Bakr Naji e William Mc Cants l’ ha tradotto in inglese con il titolo Management of Savagery. Il jihad, sostiene in buona sostanza l’autore, non si fa come insegnano i sacri testi, ma come insegnano coloro che lo hanno reso vittorioso nei secoli trascorsi, ad esempio ai tempi delle Crociate. Ecco allora che le singole azioni di tempi remoti diventano modelli per l’ oggi, e l’idea che la deterrenza o l’azione capace di annichilire il nemico viene posta in cima alla lista dei comandamenti per i mujaheedin. L’idea di storia in terroristi apocalittici non c’è, quindi questo ragionamento appare loro convincente. Ecco cosa può indurci a ritenere che l’ISIS non abbia concluso la sua corsa verso ulteriori aberrazioni. E questa disponibilità all’abiezione non può che sposarsi con una assoluta disinvoltura “tattica.”

Quando è scoccata l’ora dell’invasione irachena Al Qaida propose subito il curioso accordo con i “laici infedeli” del sunnita Saddam Hussein, che governavano a Baghdad, in virtù della regola per cui il nemico del mio nemico è mio amico. Saddam era pronto, lo dimostrava aggiungendo alla sua bandiera “laica” la scritta “non c’è Dio al di fuori di Dio”. Il braccio destro di Saddam, maestro del contrabbando di automobili nel paese, si sarebbe dimostrato utilissimo nel convertire le auto che meglio di ogni altro poteva rimediare in autobombe con cui assalire i marines. E proprio lui è stato decisivo per la recente conquista di Mosul da parte dell’ISIS, non più come seguace di Saddam, ma quale potente capo dei devoti dell’esercito dei Naqshbandi. Per lo studioso delle depravazioni dell’ISIS, Hassan Hassan, è per loro cruciale il subappalto territoriale a tribù alleate; si è scritto degli Shammar, strettamente connessi ai regnanti sunniti del Golfo, che probabilmente hanno favorito, pur di fermare, hanno scritto alcuni, il loro incubo, l’espansionismo iraniano, che si avvale di milizie analogamente intrise di ideologia apocalittica.

L’invasione dell’Iraq ebbe conseguenze importantissime anche in Siria. Hassan Hassan offre una ricostruzione che può essere riassunta così: convinto di essere il “next target”, il governo di Damasco ritenne di vitale importanza usare i jihadisti per impantanare gli Usa in Iraq. Proprio al-Zarqawi divenne un interlocutore prezioso, con il quale gestire le linee clandestine d’ingresso dei terroristi in Iraq, attraverso la Siria. In questo contesto ha svolto un ruolo cruciale la prigione di Sednaya. Quando la Primavera ha messo a rischio la Siria, non è stato difficile usare la stessa prigione di Sednaya come luogo dal quale iniettare terroristi nel paese confidando che conquistassero terreno, consentendo al regime di presentarsi al mondo come un governo in lotta con i terroristi. Ha osservato il docente maronita Sami Nader: “Eliminata la leadership sunnita moderata da Baghdad a Beirut, cancellate intere città siriane, espulsa la popolazione; chi ne poteva beneficiare?”

In effetti la grande sollevazione sunnita in Iraq contro al-Qaida c’è stata nel 2006/2007, cioè subito dopo l’assassinio del sunnita moderato Rafiq Hariri a Beirut, per il quale sono inquisiti dal Tribunale Internazionale cinque miliziani khomeinisti di Hezbollah: allora gli americani si determinarono a sostenere il più inclusivo dei governi iracheni del dopo 2003. Opzione durata poco, ma che indicherebbe come la deriva non fosse inevitabile.

Per imporsi alle rispettive popolazioni bisogna spingere le une contro le altre, col sangue. E’ quello che fece Zarqawi, ma non solo lui. Vittime di discriminazione da secoli, gli arabi sciiti hanno una naturale tendenza al revanscismo, ma anche al timore, e dunque bisogna rendere chiunque non sia con loro o con i loro alleati dei loro nemici, dei “takfiri”. Meglio di chiunque altro lo ha detto Ibrahim al-Amin, direttore del giornale più vicino ad Hezbollah, al Akhbar,in un editoriale dell’agosto 2012: ” In questi giorni i nuovi takfiri, siano fondamentalisti islamici, fondamentalisti liberali o fondamentalisti di sinistra, ricorrono allo stesso metodo. Sostieni il regime siriano? Se la risposta è “sì” tu sei scomunicato se non condannato a morte”. E’ un esempio di come, accanto a milizie realmente animate da odio contro gli sciiti, ma anche a gruppi costruiti in laboratorio, si è cercato di rendere takfiri tutti coloro che si sono opposti o si oppongono al regime siriano. E la takfirizzazione di tutta l’opposizione al regime siriano è stata tremendamente importante per legittimare nel campo sciita un jihad che fosse percepito come “difensivo”.

Phillip Smyth, del Washington Institute for Near East Policy, ha studiato questo secondo jihad, meno visto, cominciato nel cruciale 2012, cioè quando la rivoluzione non violenta siriana ancora non era precipitata nella deriva miliziana. E’ stato allora, nell’agosto del 2012, che si denunciò il sequestro di quarantotto fedeli sciiti iraniani che si recavano in pellegrinaggio al santuario di Sayyeda Zainab, non distante da Damasco e dal suo strategico aeroporto. Zainab è figura centrale dello sciismo, sorella dell’Imam Hussein, ucciso nel 680 nella famosa battaglia di Karbala, evento che confermò e definì la frattura tra sunniti e sciiti. Il mausoleo di Sayyeda Zainab, deportata a Damasco dai vincitori, è dunque uno dei più importanti, e il fatto che i pellegrini sciiti non potessero più recarvisi in sicurezza era di enorme gravità per tutta la comunità. In realtà, più che di pellegrini, si trattava di ufficiali dell’IRGC, i pasdaran iraniani. Ma questo alle comunità dei fedeli non fu detto. Piuttosto si diffuse ulteriormente il canto di “Labayk ya Zainab” ( al tuo servizio, oh Zainab) in tanti funerali dei miliziani sciiti inviati a combattere in Siria da Iraq e Libano. E nei loro video comparve sempre più spesso come colonna sonora “Oh Zainab”, interpretata dal cantante iracheno Ali Muwali. Particolarmente interessante è notare come lo stesso Partito Social Nazionalista Siriano, laicissimo nella sua ideologia pan-siriana, impegnandosi nel pieno sostegno al presidente Assad, sostituì in occasione dei funerali di uno dei suoi caduti più importanti, Adham Najem, tutti i simboli di partito con quelli di Zainab. Nell’autunno di quello stesso 2012 fece quindi la sua comparsa Liwa’a Abu Fadl al-Abbas , brigata intestata dunque al fratello dell’Imam Hussein, anche lui ucciso, e orrendamente mutilato secondo la tradizione, nella battaglia di Karbala. La comparsa di questa brigata aveva ovviamente una finalità precisa e chiarissima: difendere il santuario di Zainab, colpito nel luglio del 2013. Intanto quelle milizie agivano con ferocia contro tante città sunnite.

Il peso e il valore della protezione dei propri santuari è enorme per le comunità sciite, dall’Afghanistan fino al Libano, soprattutto per le vessazioni che gli sciiti hanno subito per secoli. Ecco il grande significato della canzone “Zainab non sarà catturata una seconda volta”. Ciò nonostante l’enorme spargimento di “sangue arabo” che l’intervento di queste milizie ha causato in Siria rendeva impopolare la guerra siriana in quelle comunità sciite del Libano e dell’Iraq da dove i miliziani partivano. Ecco il perché dello slogan, diffusosi nei mesi decisivi dello sforzo bellico, “non ci preoccupiamo di Assad, ma degli gli sciiti”.

Ma la corsa parallela degli opposti jihadismi non ha trovato adeguate risposte, e l’ostentazione globale della ferocia posta alla base del progetto egemonico dell’ISIS, un neocaliffato sunnita che cancella ogni traccia di cultura precedente e dissenziente, è accompagnata da un progetto opposto, quello iraniano, che in nome dello sciismo e del passato imperiale pensa in termini pur sempre egemonici. Il portale curdo Rudaw ha citato così, all’inizio di marzo il consigliere del presidente Rowhani, Ali Younesi: ” L’Iraq è il bastione della nostra civiltà, della nostra identità, oggi come in passato. Proteggere la nostra sicurezza e identità storica nazionale è impossibile senza preoccuparci della nostra influenza regionale .”

Questa influenza si è imposta con l’esportazione della rivoluzione evocata dal generale Soleimani, cioè l’esportazione del modello Hezbollah fin nello Yemen. Si tratta non di esportare uno stile di islam, ma un modello basato sulla triade “esercito, popolo, resistenza”. La resistenza, che varia epicentro di teatro in teatro – qui abbiamo visto quella in difesa del santuario di Zainab, si unisce alla creazione di comitati popolari, che hanno come modello le forze paramilitari dei basij iraniani. Ha scritto al riguardo Tony Badran, della Foundation for Defense of Democracies: “Questi comitati popolari, la cui funzione è di controllare le strade e aiutare a consolidare la rivoluzione, ricordano i vari strumenti rivoluzionari iraniani, come i comitati rivoluzionari, ma soprattutto come le forze paramilitari dei basij, conosciute anche come “milizie del popolo” e formate negli anni Ottanta: questa è la vera caratteristica della Rivoluzione, il “template” clonato in Siria, Iraq e Yemen.”


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