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Rai, il ddl del governo Renzi nel solco della legge Gasparri

 

Due parlamentari che conosco da tempo e con i quali mi sono trovato di frequente d’accordo come Roberto Zaccaria e Vincenzo Vita hanno attirato nei giorni scorsi e a ragione l’attenzione dei mezzi di comunicazione – ma finora con scarsa fortuna – sul disegno di legge sulla RAI che il governo Renzi dopo lunghe esitazioni ha alla fine presentato e che, senza dubbio alcuno, si muove, sia sul piano tecnico-legislativo che su quello politico, all’interno della legge Gasparri approvata dal  governo Berlusconi nel 2004 e del Testo Unico sulla radiotelevisione dell’anno successivo verso i quali si procede con la pura tecnica dell’emendamento.

Ed è caratterizzato-osserva il senatore Vita – “più da una visione retrospettiva che da un’effettiva idea di riforma”.  Il concetto di indipendenza – aggiunge l’on. Zaccaria, e sono del tutto d’accordo con lui – che costituisce uno dei cardini dei servizi pubblici europei è del tutto assente e la governance è fondata su un accresciuto ruolo dei partiti e del Governo.

Nessuna rappresentanza neppure simbolica è attribuita al pluralismo sociale. Un singolare gioco delle parti si svolge tra i partiti in parlamento, governo, ministro dell’economia ed assemblea (controllata peraltro dal governo). Una commissione parlamentare di vigilanza  compare nel disegno di legge ma come un inutile soprammobile.”  Di fatto osserva sempre Zaccaria, la Rai resta formalmente sotto la scure della possibile privatizzazione giacché il disegno individuato dalla legge Gasparri viene solo marginalmente corretto. L’articolo  12 ter, aggiunto alla legge del 2004, dice con chiarezza che il nuovo impianto  potrà essere transitorio (fino a quando non sia venduto per il 10 per cento il capitale). La durata della concessione in scadenza  nel maggio 2016 non viene rinnovata e della nuova missione della Rai non si parla affatto.

Il governo della Rai saldamente nelle mani del governo e della sua maggioranza. In nome della necessaria  indipendenza, tutti invocavano la creazione di una Fondazione o almeno di un diaframma tra la politica e la Rai. Invece il Consiglio di 7 persone (4 indicate dal parlamento, 2 dal governo e una dai dipendenti dell’azienda) ha un solido nucleo di almeno 4 persone gradite alla maggioranza di governo. Il presidente sarà espressione di questa maggioranza e l’amministratore delegato dovrà essere concordato(su “proposta”) con l’Assemblea (pure essa espressione del governo). L’amministratore delegato è un monarca assoluto e non viene stabilito nessun requisito di professionalità per gli amministratori e nessuna ipotesi di incompatibilità. La Commissione bicamerale viene mantenuta ma senza i poteri che in passato ha avuto nella gestione della società  così da diventare un puro oggetto ornamentale. Il disegno di legge del governo contiene due deleghe:una in materia di finanziamento e l’altra per la riscrittura del Testo Unico sulla radiotelevisione.

I principi enunciati sono del tutto generici (basta citare il riferimento generico alla “giurisprudenza delle corti superiori”) e non vengono neppure menzionati i principi decisivi dell’indipendenza e della certezza delle risorse non c’è nessuna idea sugli strumenti necessari per battere l’evasione del canone, da sempre problema fonda mentale per l’emittente pubblica. Infine il riferimento alla “definizione dei compiti del servizio pubblico” lascia un campo illimitato di intervento ai confini dell’esecuti vo  che potremmo definire di sistema mentre proprio questo dovrebbe essere il cuore della legge di cui dovrebbe occuparsi a fondo il parlamento.

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