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Obama e Raúl Castro: ritratto della nuova America

 

Se a novembre ci avessero detto che l’“anatra zoppa” Obama, ormai a fine mandato e con entrambi i rami del Parlamento in mano a un Partito repubblicano regredito al punto che oggi sia Nixon sia, forse, persino Reagan farebbero fatica a riconoscervisi, sarebbe riuscito nell’impresa di stabilizzare i rapporti con l’Iran e tendere la mano a Cuba, probabilmente gli avremmo dato dell’illuso.

Novembre 2014, appena sei mesi fa: Obama aveva perso malamente le elezioni di mid-term, Hillary Clinton era ormai prossima a ufficializzare la propria candidatura (il che è avvenuto proprio in questi giorni) e già la maggior parte degli osservatori, noi compresi, davamo per scontata una svolta a destra, o quanto meno al centro, della super-potenza mondiale.

Per fortuna, in dicembre, è giunta a compimento l’azione diplomatica di un grande americano come papa Francesco, il quale è riuscito nell’impresa di far dialogare attivamente Obama e Raúl Castro, fratello di quel Fidel contro cui persino Kennedy tentò, nel ‘61, la barbara invasione della Baia dei Porci. Seguirono decenni di gelo, di embargo, di reciproci scambi di accuse, di continue violenze verbali e gli innumerevoli tentativi statunitensi di eliminare l’odiato rivale, simbolo di un comunismo che ha resistito ben oltre l’abbattimento del Muro di Berlino.

Poi, come detto, e non sembri un racconto favolistico perché le cose sono andate davvero così, è asceso al soglio pontificio un uomo, prima ancora che un papa, “venuto dalla fine del mondo”, precisamente da un’Argentina che oggi sta cercando faticosamente di risollevarsi dopo aver conosciuto, a cavallo fra il ’76 e l’83, la feroce dittatura del generale Videla: un’esperienza molto simile a quelle vissute da Brasile e Cile nonché da altre nazioni minori ma non meno importanti, considerate dagli Stati Uniti alla stregua del “cortile di casa”.

Si avvia dunque alla conclusione, grazie alla lungimiranza di Obama, il lungo percorso imperialista che ha reso gli Stati Uniti la nazione più ricca ma, al tempo stesso, più odiata al mondo, responsabile di golpe militari sanguinosi e del sostegno ad autentici criminali, a conferma di una doppia morale da sempre detestabile ma oggi, per fortuna, assolutamente insostenibile in un mondo multipolare in cui il gigante americano conserva sì un ruolo cruciale negli equilibri globali ma è costretto a dividere la propria supremazia con le potenze emergenti, a cominciare dai colossi asiatici (Cina e India), dalla Russia dello zar Putin, dal Sudafrica del dopo apartheid e dal Brasile, protagonista di un’avanzata portentosa che sta modificando, in senso economico e geo-politico, il contesto dell’intero Sudamerica.

Prima di cantar vittoria, bisognerà ovviamente osservare con attenzione le conseguenze di questa svolta, soprattutto alla luce del fatto che papa Francesco ha già annunciato che il suo sarà un pontificato breve, che Obama sta terminando il secondo mandato e che lo stesso Raúl Castro ha un’età piuttosto avanzata: l’auspicio, pertanto, è che i successori abbiano la stessa levatura.

L’incognita maggiore, volendo azzardare una previsione, riguarda proprio Cuba, in quanto nessuno mette in dubbio le capacità di Bergoglio di preparare una successione all’altezza (il Giubileo straordinario che si aprirà il prossimo 8 dicembre va esattamente in questa direzione), così come non nutriamo particolari dubbi verso le capacità diplomatiche e di mediazione dell’ex segretario di Stato Clinton, meno a sinistra di Obama ma ben cosciente dei mutati equilibri mondiali e di quale dovrà essere il ruolo degli Stati Uniti nel Ventunesimo secolo. A Cuba, invece, l’uscita di scena dei fratelli Castro potrebbe generare un vuoto di potere nel quale non è assurdo ipotizzare che a trionfare sia il caos o un Batista del Terzo millennio che riporterebbe il paese nel baratro della miseria e della totale perdita di dignità.

A tal proposito, sembra fortunatamente assai poco probabile che possano prevalere, in America, i fondamentalisti del Tea Party, ormai egemoni nel Partito repubblicano, i quali non esiterebbero un istante a riaprire i fronti di guerra faticosamente chiusi da Obama e a crearne di nuovi, essendo in ritardo di almeno un secolo, se non addirittura due, nell’analisi sociale, politica ed economica del quadro mondiale nel quale sono chiamati a muoversi.

Il Vertice delle Americhe di Panama può, quindi, essere senz’altro considerato il primo passo verso la distensione e la porta d’ingresso del Continente americano nel suo insieme nel secolo appena iniziato, lasciandosi alle spalle le tossine, i cascami e le incomprensioni di un Novecento che, prima dell’avvento di Obama e papa Francesco, sembrava destinato a protrarsi all’infinito.

Cadono i muri, si attenuano le incomprensioni e si apre, sia pur in ritardo, un nuovo cammino che vede al centro un’ideologia basata sull’attenzione reciproca e sulla fratellanza universale: i due pilastri del pensiero politico e teologico di papa Francesco e, un domani, il suo lascito spirituale che dovrà essere raccolto e portato avanti dal successore.

L’augurio è che questa nuova America in cui nord e sud si ricongiungono e l’uomo più potente del mondo fa autocritica sugli errori compiuti dai suoi predecessori sia d’insegnamento a un’Europa nella quale nord e sud non sono mai stati così distanti e divisi e a nessuno, nemmeno ad Altiero Spinelli, se fosse ancora vivo, verrebbe in mente di asserire che “siamo tutti europei”.

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