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Corruzione. Lupi, non mi dimetto. Cantone, siamo senza strumenti

 

ROMA – Lo scandalo sulle tangenti nelle grandi opere ha tirato in ballo anche il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi. “Lasciare il ministero? 

No, le dimissioni no. Anche se, per la prima volta, vedendo tirato in ballo ingiustamente mio figlio, mi sono chiesto se il gioco valga la candela”, ribatte in un’intervista rilasciata a Repubblica. “Provo soprattutto l’amarezza di un padre -dice- nel vedere il proprio figlio sbattuto in prima pagina come un mostro senza alcuna colpa”.

Eppure ieri a gran voce soon state chieste le dimissioni di Lupi da più parti politiche per il suo legame con Ercole Incalza, lo storico supermanager dei Lavori pubblici, da ieri in carcere e soprattutto uno dei principali protagonisti di questa vicenda assieme all’imprenditore Stefano Perotti. Fu proprio quest’ultimo a regalazre un Rolex al figlio Lupi.

Lupi dal canto suo si difende così: “Era una battaglia politica, non difendevo la persona, che dal 31 dicembre 2014 non avrebbe più ricoperto quell’incarico, ma l’integrità del ministero. Si stava discutendo di legge di Stabilità e del futuro della nuova Struttura tecnica di missione e il dibattito era tra chi voleva tenerla dentro al mio ministero, oppure, come diceva Incalza: c’è chi vuole chiuderla o trasferirla alla presidenza del Consiglio”.

E poi: “Al telefono con Incalza ho ripetuto quello che avevo detto nelle discussioni politiche, parolacce comprese: dicevo che era un errore togliere al ministero quella struttura, amputandolo di un braccio operativo. Qualora non ci fosse più stata fiducia nel ministro si faceva prima a cambiare ministro non depotenziando il ministero”. E sulle sue parole sempre intercettate in merito alla definizione di Incalza come grande sponsor della nomina del viceministro Riccardo Nencini, il ministro precisa: “Questo è il limite delle intercettazioni, che non rendono il tono scherzoso delle conversazioni. Io allora conoscevo poco Nencini e Del Basso De Caro, due persone peraltro bravissime. Sapendo che erano socialisti come Incalza, lo prendevo in giro”.

Sulla vicenda  è intervenuto anche Raffaele Cantone: “L’autorita’ anti corruzione non ha gli strumenti della attivita’ giudiziaria e esercita controlli di tipo  preventivo”. con queste parole Cantone, ha voluto ricordare i compiti dell’autorita’ che lui stesso guida per rispondere a quanti, alla luce della nuova inchiesta che ha fra l’altro coinvolto l’appalto relativo a Palazzo Italia a Expo, si siano chiesti perche’ non sia intervenuto.  Cantone ha prima di tutto fatto notare che si tratta di “fatti precedenti” alla costituzione della Anac e che sebbene il controllo dell’autorita’ sia “rigoroso” e provi a “evitare i rischi di infiltrazione criminale”, in realta’ l’autorita’ non ha “gli strumenti della attivita’ giudiziaria. Il nostro controllo – ha spiegato – punta a prevenire e non a reprimere. Si tratta di un controllo di tipo amministrativo che nulla ha a che vedere con indagini giudiziarie, che possiamo coadiuvare, ma il nostro compito e’ di far rispettare le norme amministrative. Si deve tenere conto – ha concluso Cantone – dei nostri poteri e dei nostri limiti fisiologici”.

Nel frattempo Matteo Salvini afferma: “Io non condanno nessuno, però mi aspetto che il Ministro dell’Interno o il Presidente del Consiglio vengano in Parlamento a spiegare agli italiani se è tutto falso o se c’è qualcosa di vero. E se c’è qualcosa di vero non possiamo avere un Ministro dell’Interno e un Ministro delle Infrastrutture che lavorano con delle ombre del genere”.

Da dazebao.it

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