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Italia, il Paese che spende meno nell’istruzione fra gli Stati europei che fanno parte dell’OCSE

 

Le statistiche sono diventate la passione del nostro tempo, poiché l’abisso tra la politica e la società in questo ultimo periodo ha fatto crescere la diffidenza della popolazione verso le affermazioni di chi governa. E il primo risultato, tutt’altro che lusinghiero per chi osserva in maniera partecipe quel che sta accadendo, è che il nostro è il Paese che spende di meno nell’istruzione fra gli Stati europei che fanno parte dell’OCSE in rapporto al proprio prodotto industriale lordo, più noto come PIL.

La nostra spesa pubblica per la scuola ammonta al 4,6% del Prodotto interno lordo. E che costituiscono tre percentuali in meno rispetto alla Danimarca che guida la classifica dell’organizzazione internazionale che raggruppa 32 Stati. I dati si riferiscono a tutti i livelli del ciclo di istruzione, considerando come fonti di finanziamento le spese dirette dalla parte dello Stato per gli istituti statali e i sussidi alle famiglie.

E l’Italia appare meno generosa di tutti gli altri grandi Paesi dell’Unione Europea: dal Regno Unito alla Francia ma anche la Spa gna e il Portogallo che hanno analoghe se non maggiori difficoltà del nostro Paese sono a quota 5,5%. In maniera per certi aspetti paradossale, è proprio la Germania ad essere più vicina a noi anche se la differenza è notevole in termini di investimento, visto che il loro PIL  è molto superiore al nostro.

Lo stesso discorso è da fare per l’università e la ricerca giacché l’Italia investe appena l’1% ed anche qui è ultima rispetto a una media generale che raggiunge l’1,5 %. Secondo una ricerca del network specializzato nel settore che si chiama Eurydice,  l’Italia ha visto aumentare il proprio bilancio per l’istruzione dell’0,6 % dopo alcuni anni di tagli. E per il 2015 nella legge di stabilità è stato stanziato un miliardo di euro di risorse(alcune delle quali peraltro subito stornate da capitoli di spesa della scuola) e, in ogni caso, il saldo resta negativo rispetto al resto dell’Europa dove l’aumento è stato in media di più dell’1%. In particolare, ad investire in maniera massiccia, sono stati la Turchia(+7%), Lettonia(6,9%) e Nord Irlanda(+5,1%). Inoltre le nuove risorse messe finalmente a disposizione dal governo serviranno soprattutto per il piano straordinario di assunzioni dei centocinquantamila precari storici della scuola(punto centrale della “riforma Giannini”) che è considerato la principale carenza della scuola italiana anche se il rapporto studenti-insegnanti è assolutamente nella media rispetto al resto dell’Europa.

Uno a 11,7% nell’istruzione primaria, 12,2% per quella secondaria e 1,9% per la terziaria. Cifre che sono in linea con le altre nazioni: nel Regno Unito, ad esempio, si arriva addirittura a una proporzione di 20 a uno alle elementari come anche in Francia.Soltanto in Austria, Belgio, Lussemburgo, Portogallo  e Spagna si viaggia su numeri inferiori a quelli italiani.  Naturalmente così non si sono trovati fondi per altre contraddizioni molto evidenti nelle attrezzature e nei problemi organizzativi pure evidenti nel nostro sistema scolastico nazionale.

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