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Quando uno vale tutti

 

Se è bella l’idea che un movimento lasci la libertà di azione ai suoi singoli attivisti, senza cioè riconoscerci in poche oligarchiche figure di spicco, è anche vero che questa libertà – spesso confusa con democrazia – porta con sé un grandissimo rischio: affidarsi al senso critico del singolo che decide di farsi portavoce di una comunità più grande. C’è dell’ottimismo in questo, un senso di fiducia nel genere umano incondizionato e allo stesso tempo incosciente che commuove e cui idealmente tendere se la Storia non avesse più volte messo in guardia l’uomo dall’uomo stesso.  Eppure degli esempi del passato non sembrano curarsi quelli di Greenpeace sempre alle prese con i problemi del pianeta e dei suoi attivisti.

Fra un anno a Parigi ci sarà la conferenza sul clima che avrà lo scopo di sostituire il protocollo di Kyoto e limitare il surriscaldamento globale. Per trovare un accordo da presentare l’anno prossimo durante l’appuntamento parigino, l’ONU ha programmato una conferenza sul clima in Perù che in questi giorni sta entrando nella seconda settimana di discussione. Il momento è ideale per chi da sempre è impegnato a sensibilizzare il mondo sui rischi cui sta andando incontro, infatti gli attivisti di Greenpeace non si sono lasciati scappare la ghiotta occasione e durante la notte, armati di lanterne, striscioni gialli, slogan e di ideali hanno oltrepassato leggi e recinzioni e lavorato con le prime luce dell’alba per fare in modo che al risveglio l’intero pianeta potesse leggere l’appello: “Time for change! The future is renewable. Greenpeace”. Tempo di cambiamento, dunque, il futuro è rinnovabile, perciò uomo smettila con quel tuo atteggiamento scriteriato che ci ha portati tutti alla rovina. Che poi non ci sarebbe nulla da obiettare se non fosse che per dire al mondo di cambiare l’atteggiamento scriteriato qualche attivista di Greenpeace, scriteriatamente, sia andato a lanciare lo slogan proprio accanto a quel Colibrì conosciuto in tutto il mondo insieme agli altri ottocento geoglifici del cammino sacro che le strisce di Nazca custodiscono intatto e severamente interdetto al pubblico da centinaia di anni.

Wolfgang Sadik, che in alcuni video viene descritto come la mente di questa campagna, così spiega la bella trovata: «Abbiamo scelto le linee di Nazca perché pensiamo che siano un simbolo del cambiamento climatico, quello che è successo qui nel passato è in piccolo quello che sta succedendo oggi su scala globale. La civiltà Nazca è scomparsa per il cambiamento climatico». A parte la discutibile fine di Nazca che secondo studi recenti e meno recenti pare sia avvenuta a causa del disboscamento delle foreste in favore dell’agricoltura, il che espose la popolazione alle furie del Niño nel 500 d.c., la trovata del Sadik ha provocato più di una riflessione ma, purtroppo, non sull’argomento sollecitato bensì sull’operato della stessa Greenpeace che così facendo ha dato «un vero schiaffo a tutto quello che i peruviani reputano sacro» secondo le parole del viceministro della cultura Castillo che ha poi spiegato quanto è assolutamente vietato avvicinarsi in quel modo ai geoglifici e che anche quando eccezionalmente ne viene dato il permesso a qualcuno bisogna seguire delle particolari attenzioni, fra cui indossare delle scarpe apposite che impediranno di lasciare impronte indelebili per i prossimi mille anni, cosa che invece non accadrà con le impronte lasciate dagli sconsiderati attivisti a imperitura memoria. Greenpeace ha rilasciato le pubbliche scuse ma intanto agli attivisti provenienti da Brasile, Argentina, Cile, Spagna, Italia, Germania e Australia è stato impedito di lasciare il paese in attesa di formalizzare le accuse per danneggiamento di monumenti archeologici che prevede una pena fino a sei anni di carcere.
Chissà che a Greenpeace non si discuta anche della necessità di limitare la libertà del singolo in favore di una credibilità che sia meno fluida.

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