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Fedeltà all’idea o fedeltà alla sua organizzazione?

 

“Sono rimasto fedele agli ideali della mia gioventù”, rispose, in una famosa Tribuna politica nel luglio dell’82, Enrico Berlinguer a un giornalista francese che gli chiedeva se, dopo dieci anni alla guida del PCI, egli si sentisse ancora all’altezza del compito, rivendicando quella che altrimenti si potrebbe chiamare coerenza.

Già, ma cos’è la coerenza? Cosa significa fedeltà a un ideale? Per Berlinguer in quell’intervista, con una felice battuta, il non aver seguito la teoria per cui, nel corso della vita, si è rivoluzionari a vent’anni, poi liberali, conservatori, e infine reazionari. Ma provando ad andare oltre, in cosa quella si sostanzia?

In questi giorni, coloro che fino a ieri erano i più strenui difensori delle prerogative e delle tutele dello Statuto dei lavoratori, le stanno cassando con una nonchalance degna dei più disinteressati esecutori materiali di progetti altrui. Come può accadere questo? Come possono essere quelli gli stessi che erano in piazza per la difesa di quelle norma appena qualche anno fa? Dov’è la loro coerenza?
Sarebbe comodo costatare che essa non c’è affatto, dato che si fa oggi quello che ieri si contestava. Ancora più agevole sarebbe archiviare tutto alla voce “interesse personale”: cioè, agiscono contrariamente con quello che dicevano prima, per mero calcolo individuale. Io credo, però, che in entrambi i casi, per quanto non è da escludere che tracce dell’uno e dell’altro ci siano fra chi attua quei comportamenti, si procederebbe a una semplificazione che non ci spiegherebbe bene la realtà dei fenomeni in atto.

Penso, invece, che il problema sia più profondo. Non è che essi non si accorgano che quanto fanno ora sia spesso il contrario di quello che dicevano allora, e non ritengo che compiano quegli atti agevolmente, senza dissidi interiori, senza doversi mettere in discussione continuamente. Non tutti, almeno. Però, lo fanno: come mai? Perché esistono due tipi di coerenza, due modi differenti di praticare la fedeltà alle proprie idee.
Un modo è quello di essere fedeli all’idea in maniera diretta, cercando di servirla nel continuo, di verificarla fra le diverse forme materiali e organizzative che essa può avere e assumere. In questo caso, l’idea precede le sue forme, e queste diventano contingenti. Un altro modo, e immagino che a questo non fosse alieno nemmeno Berlinguer, è quello di essere fedeli all’idea, ma in maniera mediata, vale a dire quello in cui si serve e si rimane leali a essa, mediante la fedeltà alle forme e all’organizzazione che le si danno per rappresentarla.

Quelli che, per rimanere all’esempio dello Statuto dei lavoratori, un tempo difendevano norme quali l’articolo 18 o l’indisponibilità alla videosorveglianza dei dipendenti per il datore di lavoro, e oggi le abbattono, non lo fanno perché hanno cambiato per “interesse personale” le loro idee. Semplicemente, in quanto hanno scambiato esse con il soggetto politico che le organizza. La loro lealtà non è più, quindi, ai principi o agli ideali della gioventù, ma al partito che, fin dalla giovinezza, hanno abbracciato come fede.

Dal loro punto di vista, non c’è alcuna mancanza di coerenza, perché questa era ed è dovuta alle forme organizzate delle idee, non alle idee in quanto tali. Così come la realtà nella caverna erano le ombre sullo sfondo, non i corpi fuori e la luce che le generava. E non so cosa sia peggio, in verità, se la loro fedeltà a un qualcosa essendone parte, qualunque cosa esso decida, o la solitudine intellettuale di quanti, come me, inseguendo l’idea, rischiano di non partecipare mai alla sua realizzazione mediata.

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