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Cecenia, la rappresaglia contro i difensori dei diritti umani

 

Il 4 dicembre, nel centro della capitale cecena Grozny, un gruppo di terroristi ha preso d’assalto il Centro per la stampa. Nel conflitto a fuoco sono morti 11 componenti del gruppo, 14 poliziotti e un civile. Quella che segue è la cronaca dei successivi 10 giorni. Meno di 24 ore dopo l’attacco, il presidente Ramzan Kadyrov ha annunciato che le famiglie dei membri del gruppo armato sarebbero state espulse dal paese e le loro case demolite. Di lì a poco, almeno nove case sono state date alle fiamme da sconosciuti in cinque città della Cecenia.

Il 9 dicembre Igor Kalyapin (nella foto), direttore del Gruppo mobile congiunto, un’organizzazione locale che opera in rete con altri gruppi per i diritti umani della Federazione russa, ha invocato l’intervento della magistratura perché valutasse se, con le sue dichiarazioni, il presidente Kadirov avesse commesso “abuso d’autorità”. Il 10 dicembre, sui suoi social media, il presidente Kadyrov ha scritto che “un certo Kalyapin” stava assistendo e finanziando i terroristi in Cecenia.

L’11 dicembre, durante una conferenza stampa convocata a Mosca per denunciare la pratica illegale delle punizioni collettive in Cecenia, alcuni facinorosi hanno interrotto l’intervento di Kalyapin insultandolo e lanciandogli uova. Da allora, Kalyapin ha iniziato a ricevere telefonate e sms con minacce di morte. Sabato 13, in una manifestazione convocata dalle autorità nel centro di Grozny, sono comparsi striscioni con la scritta “Il Gruppo mobile congiunto sostiene i terroristi”. La sera, l’ufficio di Kalyapin è stato dato alle fiamme. Infine, domenica 14, agenti di polizia senza mandato di perquisizione hanno fatto irruzione nella sede del Gruppo mobile congiunto e portato via telefoni cellulari, fotocamere, computer portatili e altre apparecchiature. Due membri del Gruppo presenti al momento dell’irruzione, Sergei Babinets e Dmitry Dimitriev, sono stati interrogati per diverse ore prima di essere rimessi in libertà senza alcuna accusa.

Non è la prima volta che i difensori dei diritti umani della Cecenia subiscono minacce, ma questa volta pare che siamo di fronte a una campagna intimidatoria ancora più orchestrata. Sarebbe bene che le autorità cecene se ne dissociassero al più presto e fornissero protezione a Kalyapin e al resto del Gruppo, prima che il sospetto nei loro confronti diventi ancora più forte.

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