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La rabbia per le aspettative tradite dal mito dell’autoimpiego

 

Sempre più spesso, mi capita di parlare con amici letteralmente arrabbiati contro i sindacati. La colpa che imputano a quelle organizzazioni è di non rappresentare il mondo del precariato, delle nuove professioni, dei lavoratori autonomi.A parte il fatto che molte di quelle professioni e quasi tutto il mondo del lavoro autonomo non è facilmente rappresentabile, quando non refrattario alla rappresentanza, il tema che viene posto è serio. Però rischia di scambiare la causa con l’effetto: cioè, non ci sono i lavori precari perché il sindacato non riesce a rappresentarli, ma si precarizzano i lavoratori, e si frammenta il campo del lavoro, proprio per renderne difficile la rappresentanza da parte delle organizzazioni sindacali.

Negli ultimi trent’anni, l’intera società è stata disarticolata, e ciò non ha potuto che non colpire e investire in pieno l’unicità del lavoro come argomento del pensiero politico prima, e dell’agire sindacale poi. Al lavoro come soggetto unificante sono stati sostituiti i lavori, gli impieghi, le professioni, come tante categorie indipendenti. Questa divisione quasi molecolare poggia su un presupposto ideologico spacciato per verità ipostatizzata: quello di dover trattare le diverse realtà del lavoro come se fossero entità eterogenee, non varie manifestazione di un’identica dimensione dell’essere-nel-mondo degli individui che vivono del loro lavoro.

Le varie forme contrattuali per le diverse occupazioni altro non sono che la traduzione normativa di questo processo culturale: se il lavoro non esiste più come concetto del farsi sociale ed economico dell’individuo, e a questo si sostituiscono le svariate attività come espressione del portato individuale nell’essere collettivo, la regolamentazione di questo agire non tenderà più a dare una categoria comprensiva e inclusiva ma, fin già a partire dalle definizioni, a ripetere la differenziazione esclusiva ed escludente propria dell’individualizzazione.

Cosa succede al lavoro in un contesto simile? Che da soggetto della rappresentanza politica diviene oggetto della rappresentazione economica nel processo di produzione, scambio e consumo. Una variabile come le altre, da de-regolare per renderla meglio utilizzabile dal capitale, non da regolamentare per tutelarne le diverse espressioni. Non è più elemento fondante dell’organizzazione sociale, ma semplice aspetto dell’organizzazione dell’economia.

Quella parcellizzazione rende difficile la rappresentanza, e forse anche inutile, dato che, per seguirne i rivoli, essa dovrebbe essere così tanto ramificata da rischiare di perdersi in deboli, lunghi e fragili capillari, incapaci di opporre resistenze all’altezza degli attacchi che al lavoro come soggetto da rappresentare potrebbero venire (e vengono) mossi.

In estrema sintesi, la cultura dominante del capitale e dell’economia liberista ha creato molteplici figure lavorative irrapresentabili dalle organizzazioni sindacali, perché non definibili nei tempi e nelle mansioni. Sono stati atomizzati i processi lavorativi ricorrendo all’esternalizzazione, s’è limitata la rappresentanza capovolgendo i rapporti di lavoro e facendo del lavoratore un socio, un collaboratore, un professionista autonomo contrattualizzato per un progetto definito. Il sindacato tradizionale, per colpa anche di ritardi suoi, fatica a rappresentare questo mondo del lavoro, a organizzarne la rappresentanza e, grazie al potente apparato retorico della cultura dominante che si fa egemone nella sua narrazione, diviene anche il colpevole dell’esistenza di quelle forme precarie di occupazione dalla cui esistenza, nei fatti, è indebolito. Due piccioni con una fava, per il capitale ovviamente.

Però, c’è un supplemento di rabbia che difficilmente si spiegherebbe con questa difficoltà e che viene da un ceto medio impoverito ma culturalmente alto, quasi fosse quel “vivo sentimento di invidia e di odio per le classi lavoratrici” che Gaetano Salvemini, nel suo Le origini del fascismo in Italia, rintracciava nella borghesia impiegatizia e intellettuale all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso. Proprio in quel libro, il politico di Molfetta riporta un articolo del Corriere della Sera, che nell’aprile del 1919 spiegava: “Oggi sono molti gli ingegneri professionisti od anche dirigenti di officine, moltissimi i professionisti, i funzionari pubblici, gli alti magistrati, presidenti di tribunali e di corti, professori ordinari di università, consiglieri di stato, i quali non sanno credere ai loro occhi. Vedono dei capi tecnici chiedere paghe, le quali (…) sono di 1000, 1250, 1625 e 2000 lire il mese (…). Che cosa dovremmo chiedere noi, si domandano tutti quegli alti magistrati, quei professori universitari, i quali hanno passato nello studio i più begli anni della vita per giungere sì e no verso i 35-40 anni a 600 lire di stipendio al mese ed i più anziani alle 1000 lire? La mortificazione nei ceti intellettuali è generale. I padri di famiglia si domandano se essi non hanno torto di far seguire ai loro figli corsi di studio lunghi 12 o 14 anni, dopo le scuole elementari; e se non sarebbe meglio di mandarli senz’altro in una officina”.

Pensare a quanto somigliano queste parole a quelle che si ascoltano da queste stesse alte professionalità, impiegate o potenziali, contro coloro che ancora hanno un posto fisso e lo difendono, fa riflettere davvero, soprattutto se consideriamo che quella borghesia impiegatizia e di concetto fu un forte alleato culturale nella repressione delle nascenti rivendicazioni socialiste, operaie e bracciantili.

Si assiste sbigottiti a tale irrigidimento e stigmatizzazione, che è utile solo a chi deve spostare il clivage della divisione dell’universo economico dalla separazione tra il lavoro e il capitale, a quello fra i lavoratori e le loro forme associate e organizzate. Le categorie diventano diverse sotto un profilo quasi antropologico e, in quella dimensione, si può tentare, senza la pretesa del successo, anche una spiegazione del sentimento di collera che s’avverte.

La rabbia, l’odio, il rancore, non muove dalla considerazione della diversa situazione occupazionale, né delle differenti tutele. Nasce, invece, da un’aspettativa tradita, dalla promessa non realizzatasi del mito dell’autoimpiego. Pensandoci bene, quella cultura dell’autonomizzazione del lavoratore è potuta diventare da dominante egemone perché in tanti hanno voluto crederci durante i lunghi anni del self made man, del “tutti imprenditori”, dal tycoon dell’industria al pizzicagnolo all’angolo, fino al lavoratore che non è più precario e sfruttato, ma “imprenditore di se stesso” nella progressione infinita, quand’anche solo presumibile, dell’economia.

Una cultura seducente e capace di far leva sull’apparato dei desideri, che come un femme fatale, genera passioni e promesse a cui poi non dà seguito, infatuazioni anche durature, ed è capace di orientare su tutti gli altri, di lei potenziali amanti concorrenti, le ire per l’oggetto desiderato e perduto, e non sulla menzogna dallo stesso raccontata.

Una vera mutazione culturale e, sì, antropologica durata trent’anni e forse ancora in corso. Ripartire da lì dovrebbe essere il primo passo per ricostruire un sentimento comune di auto-rappresentazione, prima ancora di rappresentanza, per superare questa falsa coscienza di classe che vuole i lavoratori tutti fra loro diversi e in competizione. Riportare la frattura nel mondo là dove dovrebbe stare, fra il parallelo che divide l’emisfero di quelli che vivono del loro lavoro in cambio di salario e di quanti hanno ben altro oltre quello che possono fare, togliendolo da quell’arbitrario meridiano che corre a segnare solamente il prima dal dopo, in cui si vien visti dalla stessa parte solo perché illuminati nel medesimo istante dall’identica luce, pur se i primi al riparo nell’ozio in attesa della serata, e gli ultimi per strada a faticare la ricerca del come passare la nottata.

Sarà possibile riuscirci? Sinceramente, non lo so. Se la volontà chiede ottimismo, la ragione è quella che è. Saremo capaci di superare il folle orizzonte in cui il precario vede il privilegio nel contratto meglio tutelato del collega a tempo indeterminato e il potenziale alleato contro di esso nel potente e nel padrone, a cui non chiede un diritto per sé, ma la limitazione e la fine di quelli degli altri?

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