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“Fai quel che devi, accada quel che può”. Intervista a Rosaria Capacchione

 

Rosaria Capacchione, per anni coraggiosa giornalista de “Il Mattino”, attualmente senatrice del Partito Democratico, da sempre in prima fila nella lotta contro la camorra che infesta la sua terra, racconta ad Articolo 21 come ha vissuto e cosa ha provato al momento della sentenza che ha assolto i boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine e l’avvocato Carmine D’Aniello e condannato, invece, l’avvocato Michele Santonastaso, legale dei Casalesi, per le minacce rivolte a lei e Roberto Saviano nel corso del processo “Spartacus”. “Il fatto è noto. – scriveva lo scorso 9 giugno Vincenzo Iurillo sul sito de “il Fatto Quotidiano” – “Il 13 marzo 2008 Santonastaso lesse un atto di ricusazione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, motivato con un presunto condizionamento dei giudici per la pressione mediatica sul dibattimento, che ai più suonò come un “invito” a Saviano e alla Capacchione a smetterla di scrivere i loro libri e i loro articoli. Da allora la giornalista vive sotto scorta. Saviano ce l’aveva già da due anni. Meno note sono le origini – e la responsabilità – di quell’atto processuale a firma dei due avvocati e dei rispettivi clienti. E del peso che i capi del clan dei Casalesi ebbero nell’ideazione del proclama. Per questo è in corso un processo a Napoli davanti alla Terza Sezione del Tribunale. Il pm della Dda Antonello Ardituro sta raccogliendo i verbali di Iovine dopo la sua decisione di collaborare con la giustizia”. Ora che la sentenza è arrivata, non sta a noi giudicare la colpevolezza o meno di Santonastaso né l’innocenza accertata dei boss. Sta a noi batterci al fianco di tutti coloro che continuano a raccontare, a denunciare e a combattere contro i crimini commessi dalla camorra, forti di un insegnamento del maestro Morrione che è la ragione costitutiva di quest’associazione.

Rosaria Capacchione, lei, a differenza di Saviano, ha espresso un giudizio favorevole in merito alla sentenza che ha condannato l’avvocato Santanastaso e assolto i boss Iovine e Bidognetti. Come ha vissuto questa vicenda?
L’ho vissuta con tutti i suoi lati grotteschi e tragici. Il giorno in cui fu emessa quell’istanza in aula non pensai nemmeno per un secondo che fosse stato quel boss piuttosto che un altro a decidere che io dovessi morire bensì che fosse l’avvocato a starmi mandando a morire: concettualmente è un’altra cosa. Santonastaso stava disvelando un ruolo che io avevo svolto nell’ambito del mio lavoro di giornalista, segnalando delle anomalie a proposito di alcuni processi, e mi stava inquadrando in un contesto tale da farmi diventare il nemico; il che significava: “Fate di me quello che volete”. Così la lessi e così la leggo ancora oggi. Quell’istanza era una ricostruzione che serviva all’avvocato per difendere se stesso, oltre ai suoi clienti, serviva per le gabbie, per le carceri, per gli altri perché quel processo era un processo segnato, con delle responsabilità specifiche che riguardavano gli imprenditori che all’improvviso avevano cominciato a denunciare, i familiari dei boss che avevano cominciato a pentirsi, Saviano che, tramite “Gomorra”, aveva fatto conoscere al mondo le vicende della camorra; insomma, fu un’esposizione di persone cattive che avevano, in qualche modo, condizionato l’esito di quel processo, legandomi le mani come a dire: “Fate quello che volete, io questo non l’ho potuto fare perché ci sono state queste persone”. Ed è ovvio, nella mia convinzione, che fossi stata affidata alle “cure” della parte militare del clan. Purtroppo, altre categorie fra quelle indicate da semplici esperti hanno contato i morti: penso ai familiari dei pentiti e agli imprenditori che avevano denunciato.

Lei ha scritto in un articolo pubblicato su “Il Messaggero” che la fondatezza della sentenza ha due ragioni: una tecnica e una sociologica e, a proposito della seconda, ha asserito: “Il fatto è che giornalisti e opinionisti, a partire da me, si affannano a parlare dell’avvento della borghesia mafiosa che ha soppiantato i vecchi boss con la coppola storta e la lupara; ma poi, quando si scontrano con un vero borghese mafioso, con un professionista prestato alla mafia non lo riconoscono. Quando lo incontrano cercano mille pretesti per non tributargli la patente di mafiosità”. Perché quest’inconsapevolezza nei confronti della mafia dei “colletti bianchi”?
È ancora peggio: un certo mondo della politica, del giornalismo e una certa opinione pubblica comprendono il fenomeno, lo enunciano, lo descrivono ma quando poi se lo trovano di fronte non sono in grado di riconoscerlo, è diverso. Il punto è che i colletti bianchi sono uguali a noi: sono i nostri compagni di scuola, i nostri vicini di casa, i nostri colleghi di università o di lavoro. Sono uno specchio: ognuno di loro potremmo essere noi, quindi c’è una resistenza psicologica ad affermare che quella persona è uguale a noi e che anche noi potremmo o avremmo potuto compiere la stessa scelta. Noi lo sappiamo chi sono, lo scriviamo in tutti i modi, lo diciamo, ne parliamo nei convegni e in Commissione Antimafia, abbiamo dedicato loro libri e trattati ma quando camminano a fianco a noi, tendiamo in qualche modo ad assolverli. Diciamo: sì, esiste la figura del colletto bianco, però questo è un avvocato, un medico, è un’altra cosa, non poteva fare diversamente. Vuoi che il medico non curi il malato, anche se è un mafioso? C’è tutto un atteggiamento giustificazionista e allora delle due l’una: o non esiste la figura del colletto bianco o noi non siamo ancora attrezzati per accettare le conseguenze dell’esistenza di questa categoria.

Una cosa mi ha sempre incuriosito e gliela voglio domandare: come si fa ad andare avanti, a lavorare con professionalità, serietà e passione quando ti pende sulla testa una condanna a morte?
Le condanne a morte arrivano quando si è soli, non quando si svolge fino in fondo il proprio dovere: questa è un’altra storia.

Lei, attualmente, è senatrice del PD. Che differenza c’è fra combattere la mafia come giornalista e combatterla dai banchi del Parlamento?
In Parlamento si partecipa alla formazione delle leggi e, dunque, non essendo io un tecnico, il mio contributo consiste nel portare un’esperienza, nel provare a tarare norme su quella che è l’esperienza personale, andandola in qualche modo a verificare per comprendere ciò che succede in aree lontane dal centro che non si conoscono bene e che, comunque, non sono tutte uguali fra loro: la Calabria non è uguale alla Sicilia, la Sicilia non è uguale alla Campania, ci sono dinamiche differenti, territori differenti e criminalità mafiose ma differenti.

In questi anni si è parlato molto di reati commessi dai “colletti bianchi”, fra cui quello, odioso, del concorso esterno in associazione mafiosa, da cui la politica si è rivelata tutt’altro che immune. Che impressione le fa pensare che intorno a lei, fra i suoi colleghi in Aula, potrebbero esserci anche persone del genere?
Ho frequentato per molti anni aule in cui c’erano persone anche peggiori: detenuti nelle gabbie e avvocati non sempre di specchiata onestà. Pertanto, non mi ha destato molta impressione.

Da giornalista e senatrice campana, ci spieghi un po’ com’è la situazione oggi a Casal di Principe e nella Terra dei Fuochi.
Sono cose diverse, attenzione. E anche fra l’area in cui si bruciano i rifiuti e l’area in cui vengono smaltiti illegalmente c’è una certa differenza: dove si bruciano i rifiuti non c’entra niente la camorra, dove sono stati sepolti c’entra eccome. Mi perdoni per la pignoleria ma su questi temi è bene fugare ogni confusione perché essa provoca conseguenze impensabili: tutto viene gettato in un calderone, tutto diviene camorra e, dunque, nulla più è camorra. I rifiuti che sono stati sepolti sono ancora lì, a meno che qualcuno di coloro che li ha interrati non riveli dove si trovino; pertanto, è assai difficile che si scoprano, anche perché la maggior parte di essi è stata ormai assorbita dal terreno, quindi se non sai dove andare a scavare o a fare un’analisi non è un’impresa agevole. Sui Casalesi, mi lasci dire che il clan così come l’abbiamo conosciuto nel processo “Spartacus” non esiste più; tuttavia, non ritengo che siano state rimosse tutte le cause che hanno portato alla nascita del clan dei Casalesi come lo abbiamo conosciuto e, quindi, non c’è nulla che mi induca ad escludere che domattina il figlio, il nipote o il cugino di un boss non possa rifondare il clan esattamente com’era.

Sosteneva Giovanni Falcone che la mafia “è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani è destinata a scomparire”. Lei è convita che la criminalità possa essere sconfitta nel nostro Paese?
Certo che ne sono convinta! Questo, ad esempio, è un momento di debolezza strutturale dei clan, anche se dall’altra parte hanno la forza del denaro che non è stato trovato e, dunque, lo possono rimettere in circolazione approfittando della crisi. Questo, però, ribadisco che è un momento di debolezza dell’ala militare, pertanto si può incidere in maniera decisa e convincente. Se si perde quest’occasione, dobbiamo ricominciare tutto daccapo.

Vent’anni fa veniva assassinato don Peppe Diana. Cosa ha rappresentato per lei? Che ricordo ne ha a livello personale e professionale?
Il ricordo personale e quello professionale coincidono. Don Diana era un prete che all’improvviso, in un posto in cui fino a quel momento i boss ricevevano i funerali in forma solenne, cominciò a chiamare la camorra per nome e cognome e a denunciarla. Era un prete rivoluzionario, anche se non credevo che sarebbe finita così.

Don Diana diceva: “Per amore del mio popolo non tacerò”.
Appunto. Non era usuale, a quei tempi e in quei luoghi, trovare sacerdoti che dicessero queste cose. Tuttavia, molto onestamente, ribadisco che non mi aspettavo che arrivassero a ucciderlo.

Al netto delle vostre divergenze di giudizio in merito all’esito della sentenza, che messaggio si sente di inviare a Roberto Saviano?
La scorta ce l’ho anch’io! Rispetto a Saviano, io ho scelto di restare in Italia. Sono più grande di lui, quindi vedo le cose con gli occhi di una persona più matura.

Quale consiglio dà a un giovane collega che inizia a occuparsi di questi temi, affinché non si scoraggi né inizi a soffrire di manie di protagonismo?
A un giovane collega che inizia a svolgere questo lavoro, di qualunque tema decida di occuparsi, do lo stesso consiglio che è stato dato a me: vai, guarda, verifica, controlla e racconta. E non dimenticare mai i nomi e i particolari che devi dire perché non c’è nulla fra ciò che è accaduto di cui non si possa parlare. Questo mi è stato insegnato, questo ho detto ai miei collaboratori finché sono stata al giornale e questo direi a un collaboratore che dovessi incontrare di nuovo domani mattina.

Amava ripetere il maestro Morrione: “Fai quel che devi, accada quel che può”.
Proprio così! E gli consiglierei la tecnica del copia-incolla.

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