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Per un dovere di informazione e democrazia

 

L’area a cui afferiscono i tre seminari di cui tenterò di restituirvi i contenuti  ”Un dovere di informazione e democrazia”.  Servizio pubblico con Vincenzo Vita, Santo Della Volpe, la cultura e il sapere Ferrieri e Antonioni. Nomino solo i tutor ma i relatori sono stati molti e appassionati. Sembrano essere lontani e non avere grande coerenza e invece questi tre seminari hanno avuto dei protagonisti forti e sono stati i contenuti che hanno riguardato tutti e tre i gruppi seminariali, contenuti che devono caratterizzarsi per spessore e complessita’ sia che ne dia conto il mezzo televisivo, un libro, una fiction, la rete, ecco che tutto si tiene attraverso cio’ che si dice. Il rispetto e la costruzione… anche di affetto con l’esempio professionale di Roberto Morrione che di Contromafie e’ stato un ideatore e che ai contenuti ha riservato grande attenzione. Il gruppo dedicato alla cultura, il titolo era cultura e sapere, dalla finzione al reale nella battaglia per la legalita’, lo hanno trasformato quel titolo non gli sembrava abbastanza forte e hanno parlato di dalla finzione della legalita’ alla battaglia per il reale assumendo come vero e’ reale cio’ che conta. Hanno analizzato cosa succede quando un libro diventa un film e poi una serie televisiva.

Hanno notato diversità interessanti nell’atteggiamento che assumono nei confronti del racconto come la storia narrata perdesse realtà, il libro contiene un qualcosa che puo’ mutare nelle elaborazioni successive. Gomorra e’ stato l’esempio, il film ha raggiunto un pubblico di qualita’, poi la storia si trasforma in un film, bello, di Matteo Garrone, crudo che restituisce il crimine nella sua realta’ disgustosa. il dialetto ha creato nel non spettatore stereotipi di come ci si immagini un quartiere o dei modi di vita estranei in ogni caso. La barriera linguistica e’ un punto su cui ragionare se si deve dare conto su alcune cose. Poi la serie televisiva, il problema dell’emulazione hanno ipotizzato nel seminario e’ forse superato, e’ vero che quel racconto seriale dalla apparenza forse a volte ambigua ha provocato una reazione come quella nata in rete bene conosciuti nel web che smontano il modello e ne ridono. Sembra un’operazione che coniuga etica ed estetica nell’efficacia del racconto, ma il problema resta il gruppo ha concluso che si possono raccontare storie chiare come accade nelle fiction o oscurissime come nel caso di gomorra, che comunque non si può pensare di rimanere neutrali se si vuole costruire un racconto che abbia valenza civile.

E’ necessario sciegliere anche da artisti come raccontare e che cosa e a chi dichiarandolo per non dare spazio ad ambiguità, non rimanere aggrappati agli stereotipi superati dal loro veloce cambiare pelle. L’arte vuole dichiararsi se vuole avere valore politico e stare attenta alle parole. Le parole sono importanti gridava moretti, soprattutto la’ dove si formano le generazioni giovani, i luoghi di aggregazione, la famiglia, e la scuola. Sono importanti in ogni tipo di racconto come la buona fotografia e il fumetto, l’esempio della iniziativa editoriale del becco giallo che racconta storia complesse e piu’ che nere, come il terribile G8 di Genova e molto altro. Puntando sul fumetto e su un altro linguaggio indirizzata a persone molto giovani. Questi i contenuti principali e anche le dichiarazioni di intenti nel volersi schierare del seminario dedicato alla cultura. I contenuti sono stati centratri anche sul Servizio pubblico e la Rai, anche in vista del rinnovo della convenzione fra stato e azienda riscritta nel 2016.

La Rai non e’ un dogma e’ stato detto, ci vogliono buoni motivi per difenderla, la riforma del ’75 avrebbe dovuto garantire il pluralismo e invece si e’ trasformata in occupazione dei partiti politici. Impoverimento dei contenuti offerta dalla Rai, a cosa servono cento reti se danno tutte il medesimo racconto ovviamente con le eccezioni dovute. Il flusso dell’informazione si e’ appiattito come se la moltiplicazione trasformando la velocita’ in un valore, scaffali da riempire magari anche solo di scatole colorate. La moltiplicazione delle fonti e la enorme disponibilità dei materiali video resi disponibile anche dall’alleggerimento dei mezzi di ripresa finiscono con l’essere poco fruibili perché su tanta ricchezza il fattore tempo e’ divenuto dominante, essere più veloci, sempre, arrivare per primi e poi si vedrà.  La discussione e’ arrivata all’importanza dei contenuti, chiarire il contesto in cui i fatti avvengono, avere memoria di quanto accaduto prima che quel fatto avvenisse per trovarne il senso. Questo dovrebbe essere il compito del servizio pubblico, una ri-alfabetizzazione del pubblico.

Laddove si intende mantenere memoria, sfuggire alla semplificazione, dare ancora una volta valore alle parole, quelle giuste che servono a elaborare concetti, dando modo di conservare memoria, elaborare punti di vista, puntare al recupero del pubblico giovane, elaborare uno sguardo sul mondo dando spazio alle realta’ non illuminate a chi non ha voce. Questa sarebbe la strada maestra per tornare a innamorarsi del servizio pubblico. Via i partiti politici, i gruppi di potere piu’ o meno trasparenti che magari discutono tra pochi i destini aziendali, maggiore rigore e trasparenza e selezione pubblica. Definizione della struttura di governo aziendale, la governance magari estesa oltre ai consiglieri di nomina.. strategie, ma anche si chiede certezza di risorse perche’ risulta impossibile anche al piu’ abile dei capi azienda programmare senza sapere di cosa potere disporre e davvero. Della Rai si occupano troppi controllori, il governo, il parlamento, l’autorita’ di garanzia, la Corte dei conti, molte interferenze ma poca strategia. Si chiede di decidere chi controlla davvero e deve farlo.

Poi riformare ma non solo la Rai e non a colpi di tagli ma l’intero sistema radiotelevisivo ripartendo magari anche dal conflitto di interessi. Ultimo, ma non ultimo, il terzo, raccolti nell’area relativa al dovere di informazione e democrazia, dedicato al quarto potere sotto tiro, le querele, la diffamazione, le minacce, santo della volpe lo ha riassunto o e’ libera o non e’ informazione, non ci sono via di mezzo. Fare il giornalismo, illuminare significa fare riemergere le notizie dalle tante periferie del paese, provocare rotture. La cultura antimafiosa crea discussione, propone alternative vere e possibili in quelle zone grigie di conservazione del potere occulto dietro i quali si mascherano i boss mafiosi. Questo e’ il giornalismo che vogliamo ma le mafie e i poteri forti spesso usano le minacce, le pressioni piu’ o meno velate, gli annunci di querele milionarie per ostacolare chi vuole fare luce sui lati oscuri dell’economia, della politica della societa’, cercando di impedire all’origine le inchieste. Si usano le macchine del fango giornalistiche per colpire cittadini onesti o chi si oppone una violenza mafiosa.

Chiediamo una nuova legge sulla diffamazione a mezza stampa nel nostro paese, c’e’ una proposta gia’ approvata dalla camera e ora e’ in discussione al senato che finalmente cancella la minaccia del carcere per i giornalisti. Ma non con basta ancora, la responsabilita’ che i direttori dei giornali portano su cio’ che si scrive e va in onda. Attendiamo che il parlamento introduca modifiche onorando gli impegni presi e le ore di convegni fatte in quegli emendamenti sono stati discussi. Ci aspettiamo che tengano conto di queste osservazioni che nascono da un punto di vista non corporativo, il filo che lega le proposte e’ il diritto dei cittadini a essere informati correttamente e senza diffamazioni, si deve coniugare a informare senza condizionamento in piena liberta’ di coscienza e nel rispetto della deontologia professionale.

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