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I costumi di Piero Tosi. Una Mostra che, nata a Spoleto, merita altri luoghi di accoglienza e promozione

 

Ideata, progettata ed allestita nell’ambito dell’ultimo Festival di Spoleto, la mostra “I due mondi di Piero Tosi”, ancor prima d’ogni notazione critica, reca con sè l’auspicio che possa rinnovarsi – essere  itinerante- in   altre, poliedriche opportunità di diffusione e conoscenza. Dunque non esaurirsi, imbalsamarsi, nelle pur affollate giornate d’Umbria, polo di visitatori da ogni parte d’Europa, e anche più.

Fotogramma iniziale. Prima ancora che avesse inizio il vernissage inaugurale, il Maestro toscano passeggiava sereno, jeratico, inquieto (d’una inquietudine che pudore e riserbo impedivano di disvelarsi) dinanzi  al Duomo di Spoleto al riparo di un sobrio ombrello che ne proteggeva la chiara epidermide, fattasi  ustionabile,  nella  sua lenta eleganza di signore ultraottantenne. Gli stavano accanto  Isabelle Huppert, attrice a lui cara e Carla Fendi, amica illuminata e mecenate quel tanto “che occorre, con discrezione, quasi di sguincio” .

Secondo fotogramma. Il trio di artisti e sodali sortiva, come in punta di piedi (‘religiosamente’ flemmatici) da uno dei due luoghi-deputati che esemplavano il lavoro di uno dei più alti esempi di artista-filologo di un’Italia che tende a ‘celebrarli (i maestri d’arte) ma disfarsene mediante oblio ’. Costumista, Piero Tosi, premiato con l’Oscar alla carriera lo scorso anno e – prima ancora-  omaggiato di ben otto Nastri d’Argento e tre David di Donatello. Creatore di pluri-spaziale cultura ed esperienza figurativa (iconografica,storica, letteraria), il quale -dopo aver lavorato con i più grandi nomi della storia dello spettacolo del novecento- da più di trent’anni è anche scrupoloso docente alla Scuola Nazionale di Cinema del Centro Sperimentale di Roma.Chi saranno i suoi discepoli?

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I due mondi di Piero Tosi nasce – accennavamo- dalla ferma, non invasiva volontà di Carla Fendi di condividere con Spoleto “il privilegio di un’amicizia preziosa”. E  nessuno meglio di un altro amico ed esperto quale  Quirino Conti poteva ideare una narrazione per immagini ‘tangibili’(non reliquie) fatta di   episodi abbinati e in due luoghi diversi.
Nella Chiesa della Manna d’Oro è all’opera  una vera lanterna magica: fotogrammi e filmati d’epoca, musiche e video si alternano sui muri dello spazio sacro, sovrapponendo l’invenzione scenica all’austerità non contaminabile del luogo. “Una giostra dove si gira su se stessi con la testa in su, un effetto onirico che non lascia il tempo di pensare, da piacere, da vedere da ascoltare con spirito lieve e non celebrativo”. (scrive lo stesso Conti). Che,  nell’ex Museo Civico ha realizzato una vera e propria installazione di diverso canone e modalità, liddove a prevalere è “la forza dell’artista nel suo tono umano, creativo, ispirativo” – mentre ci racconta dell’energia di chi ha riposto l’estetismo lieve della   matita   ed è andato dai più sapienti artigiani della stoffa per dare forma ai suoi bozzetti “sublimando il lavoro dell’amico e maestro al di là della bella congettura”

I primi a ‘catturare’ attenzione ed emozione sono i  costumi realizzati giusto per  Spoleto: dai primi del Macbeth del 1958 per la regia di Luchino Visconti sino agli arlecchineschi ‘servitori’ (ultimo quello del 2013 per la regia dello stesso Conti) collocati su mucchi di lastre in acciaio come personaggi di uno spettacolo in movimento su una superficie instabile. Il ‘quadro’, in sé, emana un ‘certain regard’ di spasmo drammatico, laddove  “l’unica certezza della base è il riflesso delle lastre”, mentre  la falsità consiste in  un mondo che non riesce a riconosce un sia pur convenzionale (se non involgarito) concetto (provvisorio, storicizzabile) di  bellezza. E intanto  “la usa, la rompe, ma non sa dargli alcun concreto sostegno”, che non siano le belle fandonie della politica applicata al Bene Culturale.

Il rincrescimento, talvolta il pentimento richiamano   la scomparsa (per disattenzione, negligenza, infingarda abulia) di un universo ‘intelligente ed intellegibile’ capace di riconoscere e dare ossigeno a qualcosa che non abbia un immediato ‘ritorno’ in forma di quattrini, clientelismo, gloria populista per ‘giochi circensi’d’età romana, anzi della sua decadenza . Non bastano né il pane né le rose: servirebbe una committenza non micragnosa, educatrice di un pubblico capace di ’ incuriosirsi, divorare, arricchirsi’, senza il riflesso condizionato del conto o dell’estratto in banca. E’ utopia?

Probabilmente- di cui v’è nobile traccia in un  “groviglio inesplicabile e di scarna speranza”- riflette  Piero Tosi  “quando  la fatica per realizzare ogni costume è come se scivolasse su    pareti lisce”. Suonerà retorico ma lo scrivo lo stesso: “come la bellezza invocata a salvare il mondo, anche questa, apparsa per qualche giorno a Spoleto, salverà (forse) la bellezza dei dettagli, delle cuciture, dei tessuti, dei tagli, dei costumi” Pur se, ad uno sguardo trasandato, quel che sembra ‘in mostra’ può sembrare (anche) la freddezza spaziale dell’acciaio che colora una  superficie asettica. Mentre la ‘macchia umana’ (che indosserà l’abito come seconda, simbiotica pelle) vorremmo che vincesse sul silenzio degli ebeti, non innocenti

Fermo immagine:  un grido, come fosse Munch,   un lamento urlato per ciò  che stiamo polverizzando, per l’assurdo, lesivo pragmatismo  che manda (come sonnambuli) al letamaio la cognizione, il godimento fruitivo (ludico, immanente, non idealista) di tante cose non umiliabili a merce di scambio. Anche se, in concreto, è il mercato (arte, cinema, teatro, televisione) a sollecitarli senza però licenza di usare e gettare.     Augurando ai  ‘due mondi’ di Piero Tosi di continuare ad essere, prosperare ( in tutta la loro matericità poetica) quali viandanti  simboli di ‘creature seriche, lunari o in stoffa pesante’  da  preservare ad altro, paradossale mal-costume. Quando  (citando Handke) vivremo “nell’ora del vero sentire”.

Note biografiche.

Piero Tosi è nato a Sesto Fiorentino nel 1927. Allievo di Ottone Rosai, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze. La sua carriere inizia nel 1947, a fianco di Franco Enriquez, per la messinscena a Palazzo Pitti de “Il candeliere” di De Musset. Assistente di Maria de Matteis cura, nello stesso anno, costumi ed attrezzeria di “Troilo e Cressida” di Shakespeare, regia di Luchino Visconti, rappresentato al Giardino di Boboli di Firenze. La collaborazione con il regista milanese continuerà, nel cinema, da “Bellissima” e continuerà, senza interruzione, sino al suo ultimo film “L’innocente”, tratto dal romanzo di D’Annunzio. Alternando cinema e teatro, Piero Tosi lavorerà, nella sua lunga carriera, con Monicelli, De Sica, Fellini, Pasolini, Zeffirelli, Liliana Cavani. Sempre a suo agio sia nelle ricostruzioni d’epoca (mai calligrafica, anzi reinventata in apparente mimesi), sia nella ricognizione di ambienti contemporanei, fissa l’essenzialità del suo ‘tratto’ nello scrupolo di una documentazione d’immagini promiscue agglomerate nell’omogeneità del suo segno creativo: dovizioso, ma mai sfarzoso.

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