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Dopo nove anni concerto per Federico Aldrovandi, “eroe” suo malgrado

 

Sono passati nove anni dalla morte di Federico Aldrovandi, sono tanti e si sentono tutti. Mi torna alla mente quasi come un’ossessione il commento dell’avvocato Giacomo Venturi dopo la sentenza di condanna di primo grado per i quattro agenti, oggi definitiva:  “Ci si sente male, perché non doveva essere così complesso. Non c’era bisogno di farne un paradigma della società civile contro le istituzioni che impediscono l’accertamento della verità. Le sentenze non restituiscono una vita. Si sta male come se non fosse successo niente”.  Cosa è cambiato in questi nove anni, il sacrificio di Federico è servito a qualcosa, o è davvero ancora come se non fosse successo niente? Fatico a trovare una risposta univoca. Se il metro di giudizio sono le leggi e i diritti constato con amarezza che no, non è cambiato niente. La legge per l’introduzione sul reato di tortura vegeta nelle commissioni parlamentari da più di 25 anni, il codice identificativo per le forze dell’ordine resta un tabù, agenti sottopagati e impreparati a gestire situazioni “delicate”, una cultura dell’omertà di chi si sente fuori e oltre la legge, uno Stato che protegge e non si libera delle “mele marce”, perché è l’albero forse prima di tutto ad essere infetto. Dopo Federico altri casi di violenza e di morte, circostanze a volte diverse, ma modalità processuali drammaticamente simili: l’indagine sulla vittima, sui suoi costumi (era un drogato, un tossico, un poco di buono che insomma se l’è cercata).  Il caso di Federico resta l’unico con una condanna definitiva, in tutti gli altri casi ci sono state assoluzioni, ricorsi in appello, indagini mai fatte che devono ricominciare e che non termineranno bloccate dai termini di prescrizione. Questa è la prima risposta nove anni dopo: gli agenti che hanno ucciso Federico sono stati condannati, ma in  fondo non è successo niente. Per fortuna c’è anche una prospettiva, un altro mondo possibile.  C’è una vita fuori dalle “stanze chiuse” che a quella tragedia ha reagito, ne ha fatto una battaglia collettiva per i diritti e la democrazia. Ci sono padri, madri, figli, sorelle, associazioni che non sono stati a guardare. A tutti loro uno Stato civile dovrebbe semplicemente rendere “gli onori” che meritano e non ignorarli avvolgendoli di silenzio e indifferenza. Anche quest’anno l’associazione Federico Aldrovandi per ricordare l’amico che oggi avrebbe 24 anni ha organizzato una serata di musica e teatro, che simbolicamente per la prima volta si è trasferita al centro della città, in piazza municipale. Questo momento di ricordo viene portato nel cuore della città perché non è solo un esercizio di memoria ma la tragica vicenda di Federico è diventata un tratto di identità civica della città. Un fatto che ha segnato la città in modo tragico e che è l’intera città che ricorda”. Ha commentato il sindaco Tiziano Tagliani. Di professione avvocato, conosce bene la storia, e all’epoca dei fatti  ebbe un ruolo determinante nel convincere l’unico vero testimone a parlare. Per Patrizia Moretti, madre di Federico, ricordando Federico vogliamo costruire un momento di crescita e di gioia, un momento positivo rivolto a tutta”.

Scrive Lino Aldrovandi, il padre di Federico:

“Non eri un eroe e non avresti mai voluto esserlo.Eri solo un ragazzo di soli 18 anni con una vita davanti. Saremmo cresciuti insieme, nella gioia e nel dolore, come dovrebbe essere il corso naturale della vita, in un paese che si professa civile e garantista dei diritti, ma ce l’hanno impedito.Vorrei che ciò che ti è accaduto quella maledetta mattina, ucciso senza una ragione da mani che avrebbero dovuto proteggerti, non accadesse mai più a nessun figlio.
” Questi nove anni, alla fine comunque non sono passati invano, hanno costretto Federico ad essere suo malgrado “un eroe”, simbolo inconsapevole di una battaglia per i diritti e la dignità della persona.

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