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Come previsto, un dialogo fra sordi

 

Grande giubilo della stampa nazionale per l’improvvisa, e in parte inaspettata, apertura del Movimento 5 Stelle alle mitiche riforme da mesi al centro del dibattito politico. Grande giubilo e, purtroppo, anche grandi errori, in particolare sul piano dell’interpretazione. Che dopo il deludente risultato elettorale dello scorso 25 maggio i grillini fossero costretti a uscire dalla torre d’avorio nella quale s’erano rinchiusi per un anno era ovvio; che scegliessero di fare buon viso a cattivo gioco, sopportando, sia pur a malincuore, le intemperanze caratteriali del Premier e rispondendo punto per punto alle dieci proposte avanzate dal PD no, e questa è la dimostrazione tangibile che finalmente la classe dirigente di quel partito sta imparando a fare politica.

Partito sì, perché ormai la retorica del movimento anti-casta non regge più e, di fatto, l’hanno sconfessata anche loro: basta leggere alcune dichiarazioni del vice-presidente della Camera, Di Maio, per rendersi conto che il Movimento 5 Stelle ormai è diviso in correnti al pari di tutte le altre formazioni, con lo stesso Di Maio e l’ala dialogante da una parte e i “duri e puri” alla Di Battista dall’altra. Il che, se da un lato può costituire un’evoluzione positiva di un gruppo che per un anno si è contraddistinto per una pressoché totale mancanza di confronto interno e dialettica democratica, dall’altro ci restituisce uno scenario pirandelliano nel quale ogni partito ha il suo doppio.

Prendiamo il PD: esistono i renziani e “quelli del PD”, come vengono spregiativamente definiti molti parlamentari dissidenti, per lo più vicini a Bersani e alla vecchia guardia. I primi sono giovani, innovativi e pronti a mettersi in gioco per condurre l’Italia verso il futuro; i secondi, invece, sono i “frenatori”, i “sabotatori”, i “gufi”, i “disfattisti” e altri epiteti che nulla hanno a che vedere con un normale dibattito interno in una fase di transizione della sinistra e del Paese. Senza contare che queste divisioni non hanno alcun senso, dato che non si basano su uno scontro fra diverse idee e visioni del mondo bensì sulle simpatie e le antipatie personali del Presidente del Consiglio e del suo “giglio magico”.

Prendiamo Forza Italia: da una parte, Romani, Verdini e Gianni Letta, ossia un autorevole esponente del gruppo Fininvest, un amico di vecchia data di Renzi con interessi nel mondo bancario e imprenditoriale e un personaggio coinvolto, da almeno trent’anni, in tutte le nomine e le trame di potere possibili e immaginabili; dall’altra, i Minzolini, i Brunetta e i giovani rampanti come l’ex sindaco di Pavia, Cattaneo, e il confermato sindaco di Ascoli, Castelli. Proprio come avviene nel PD, è evidente che la logica che anima queste divisioni non si basi su una differente lettura dell’orizzonte verso il quale tendere bensì sui contrapposti interessi dei contendenti: i primi, storici alleati di Berlusconi, con lui da prima della “discesa in campo” o comunque destinati ad esaurirsi con lui per ragioni anagrafiche e di palese logoramento politico, sono i più dialoganti, pronti ad assecondare la resa interessata di un ex leader che ormai punta più a difendere i suoi interessi extra-politici che a rilanciare una battaglia parlamentare e istituzionale nella quale, di fatto, sarebbe costretto a recitare la parte del comprimario; gli altri, coetanei di Renzi o comunque da poco in politica, vogliono lanciarsi e sfidare il rottamatore fiorentino a viso aperto, sapendo di possedere le stesse energie, le stesse forze e – a loro dire – anche le stesse, se non superiori, qualità politiche.

E lo stesso è avvenuto in SEL, dove però la spaccatura si è consumata su un altro argomento cruciale del dibattito politico di questa stagione, ossia gli 80 euro in busta paga per i lavoratori che percepiscono fino a 1.500 euro netti al mese. È chiaro che la scelta di Migliore, Fava e degli altri ex sellini che hanno lasciato Vendola per confluire nel Misto, fondando LeD (Libertà e Diritti) come passo di avvicinamento al PD e all’ingresso in maggioranza, sia ad ampio raggio e comprenda, senz’altro, anche un’apertura sulle riforme istituzionali e costituzionali, ma quanto meno da quelle parti sopravvive ancora quel brandello di ideologia che consente di compiere le varie scelte sulla base di una discussione che pone al centro gli interessi primari dei cittadini.

L’unico luogo nel quale, nonostante il tracollo elettorale e le innumerevoli scissioni consumatesi in poco più di un anno, tutto rimane immutabile è il centro: da sempre governativo, da sempre in maggioranza, da sempre al governo, pronto a sostenere qualunque decisione, chiunque la prenda, pur di far proseguire la legislatura e persino a sostituire nella Commissione Affari costituzionali del Senato una figura di spicco come l’ex ministro della Difesa, Mario Mauro, reo di essersi messo di traverso al pastrocchio renziano sul Senato non elettivo, con competenze che, al momento, dubitiamo siano chiare persino alla ministra Boschi e ai promotori dell’iniziativa.

In poche parole, la palude e il caos: i due grandi nemici di Renzi, i mali assoluti contro cui il Machiavelli del Ventunesimo secolo si è scagliato per mesi con ferocia ma che ora, da inquilino di Palazzo Chigi, gli tornano improvvisamente utili, dato che lo “status quo” è l’habitat ideale per chi intende portare avanti un rinnovamento di facciata, dal quale i veri poteri, ossia coloro che tengono in mano le leve dell’economia e della finanza, non si sentono minimamente minacciati e, anzi, lo sponsorizzano e se ne dicono entusiasti. Ormai, nell’asfittico panorama politico italiano, è rimasto solo Renzi, con le sue capacità, i suoi meriti, la sua spregiudicatezza e il suo senso di onnipotenza di fronte alla spaventosa debolezza degli avversari.

Per questo, le dieci risposte grilline alle dieci provocazioni piddine costituiscono unicamente il tentativo disperato di chi, nell’ex movimento ormai divenuto partito, ha imparato a fare politica e vuole svelare al mondo una realtà che noi denunciamo da mesi, ossia l’assoluta indisponibilità di Renzi a trattare seriamente sulle riforme con figure diverse da Berlusconi e Verdini e l’acquisita maturità dei 5 Stelle che, dopo mesi di espulsioni, editti e altre amenità, si pongono finalmente come alternativa di governo.

Troppo tardi: per contare qualcosa in questa legislatura, i grillini avrebbero dovuto evitare, con una saggia azione politica, lo strepitoso risultato di Renzi alle Europee. Tuttavia, anche il Principe dei giorni nostri deve stare attento a non cullarsi sugli allori perché quest’abisso di desolazione in cui domina incontrastato potrebbe, alla lunga, trasformarsi nel vero freno al suo ardore riformista.

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