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Verità giudiziaria sulle mafie, quando lo diranno anche gli storici

 

Alla leggenda che ha percorso l’Italia repubblicana fino al decennio degli anni settanta-ottanta, chi scrive non ha mai creduto. Forse per il fatto che (mi vergogno quasi a ricordarlo) il mio primo articolo-saggio sul fenomeno mafioso è del 1964, quando avevo appena venticinque anni. Allora avevo capito, non tanto attraverso la consultazione delle fonti ma con l’esperienza diretta compiuta nella mia città, Napoli , di fronte alla camorra quando facevo il cronista in un quotidiano locale, che  il fenomeno mafioso non è soltanto molto antico, è nato  nei decenni seguiti alla grande rivoluzione di Francia, ma si è consolidato anche come  un metodo che, nell’Italia  contemporanea, si è- a poco a poco-  insinuato nelle strutture pubbliche e private della nostra politica ed economia e,  in questo modo,  può resistere  con successo alle periodiche offensive delle forze dell’ordine, come della magistratura, per averne alla fine ragione.

Da questo punto di vista è il caso di sottolineare ancora il peso della sentenza emessa dalla Corte Suprema di Cassazione sabato scorso sette giugno 2014. In quella pronuncia, per la prima volta nel nostro Paese, una  sezione penale del supremo organo giurisdizionale della magistratura ordinaria ha stabilito, ponendo fine al primo filone del processo Crimine/Infinito ,che esiste un organo verticistico di controllo, chiamato dagli affiliati semplicemente la Lombardia  in grado di garantire un’azione unitaria ai locali (é il nome gergale delle sedi) sparsi nel territorio della regione. Un elenco che non finisce mai: Milano centro, Bollate, Bresso, Cormano, Corsico, Legnano, Limbiate, Pioltello, Rho, Solaro, Pavia, Canzo, Erba, Mariano Comense, Desio, Seregno.

Una rete diffusa in tutto il territorio regionale che costituisce il “capitale sociale” della ndrangheta in Lombardia e  che significa strette relazioni dell’associazione mafiosa calabrese con importanti esponenti dell’economia e della finanza  e rappresentanti della classe politica come delle istituzioni democratiche.   Per gran parte della storia nazionale si è diffusa una versione delle vicende di mafia che escludeva la possibilità di una struttura unitaria dell’associazione mafiosa calabrese, come di quella campana, e la ammetteva (almeno dopo le confessioni di importanti capi italo-americani,  arrivati in Italia dopo la seconda guerra mondiale) soltanto per Cosa Nostra.  Ma ormai, prima ancora dei magistrati, sono stati i resoconti giornalistici veritieri a segnalare che, a modo loro, anche i campani e i calabresi si comportano-soprattutto in relazione alle necessità derivanti dalle dimensioni degli affari e del potere sociale acquisito in maniera maggiore-in maniera più organizzata e con una struttura di comando centrale e unitario.  Questo, mi sembra  ovvio, richiede che i poteri al magistrato Raffaele Cantone, designato dal governo a guidare l’Autorità nazionale contro la corruzione che venerdì prossimo-a quanto pare- il consiglio dei Ministri presieduto da Matteo Renzi-tradurrà un decreto-legge in grado di entrare in applicazione entro i 60 giorni di conversione necessaria.

Il provvedimento dovrebbe prevedere, per essere efficace, le necessarie correzioni alle 83 norme della legge Severino del 2012, l’introduzione e la precisazione del reato di autoriciclaggio, il ripristino del reato di falso in bilancio abolito dal primo governo Berlusconi, “il controllo da parte dell’Autorità sui bandi di gara e sull’affidamento dei lavori  e verificare la correttezza delle procedure  nella selezione dell’impresa” oltre che a prevedere un patto obbligatorio di integrità con la rescissione del contratto a chi trucca una gara di appalto o a chi ruba. Naturalmente chi conosce un poco la storia del nostro Paese sa che tra il dire e il fare a volte passa una lunga distanza ma la speranza degli italiani che lavorano e pagano quel che devono allo Stato è che finalmente si volti pagina e i ladri escano dalle imprese come dalle opere necessarie per la modernizzazione nazionale. Con una simile speranza, perfino di questi tempi molto  difficili, accogliamo questo passo avanti nella verità giudiziaria sulle mafie, sperando che prima o poi se ne accorgano anche quelli che cercano di ricostruirne la storia.

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