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La disoccupazione e il lavoro

 

I dati che riguardano l’economia italiana, come è noto, ondeggiano tra un  piccolo miglioramento(più 0,1 % nel quarto trimestre del 2013 e una piccola contrazione (sempre  dell’0,1%) nel primo semestre del 2014.
La verità- a parlare con ci si occupa di cicli economici in maniera professionale- è che  appaiono più eloquenti dati di un periodo più lungo come ( per far solo due esempi significativi) la diminuzione del due per cento abbondante nei consumi e del quattro per cento e diciassette negli investimenti che rischiano, ad esser pessimisti, di  diventare una palla al piede nel difficile cammino verso le riforme istituzionali che sembra  costituire l’obbiettivo di fondo del governo Renzi.

Forse l’elemento di maggior interesse che si è registrato con  chiarezza sempre più grande negli anni della crisi e che, di fronte a grandi imprese che arrancano o sono investite con mutamenti di fondo(basta pensare alla fusione tra la  Chrysler e la Fiat e al trasferimento della sua sede in Olanda), ci sono imprese medie o addirittura  piccole che, avendo raggiunto un livello invidiabile di innovazione tecnologica o anche di organizzazione interna e capacità tecniche hanno realizzato e stanno realizzando nell’esportazione risultati ottimi e tali da accrescere il saldo commerciale italiano che appare ormai in netto miglioramento(più di trenta miliardi di euro è la cifra raggiunta nell’anno concluso sei mesi fa) ed appare un risultato di notevole livello. Certo altri elementi impediscono di diventare ottimisti, visto che   il credito è ancora difficilmente accessibile proprio per imprese di queste dimensioni e si registra ancora una forte incertezza nel mercato del lavoro, oltre che una crescente distanza tra l’economia del centro-nord e quella del Sud.

Ma le attese di un miglioramento dell’economia mondiale con il traino esercitato soprattutto dall’economia americana e da quella giapponese consentono di coltivare speranze fondate su quello che dovrebbe succedere nella seconda parte dell’anno. Sempre a condizione che riforme destinate ad avere un impatto decisivo come quella della pubblica amministrazione possano provocare un mutamento tale da influire in maniera decisiva sull’economia nazionale. Del resto i dati della Cassa Integrazione fanno capire,  meglio di ogni altro ragionamento, che cosa  sta succedono nella penisola. Ieri, come è stato sottolineato dalla CGIL, sono arrivati i dati di maggio e confermano un quadro a tinte sempre più fosche.

Poco meno di mezzo miliardo di ore di cassa integrazione in cinque mesi che equivalgono a circa cinquecento settantamila  lavoratori relegati in CIG a zero ore con una perdita di reddito di circa un miliardo e otto cento milioni di euro pari a 3.300 euro in meno in busta paga. I dati non lasciano dubbi: “Il trend di ore richieste è stabile oltre le ottanta milioni  mensili e punta per l’ennesima volta verso il miliardo di ore l’anno: seppur  con qualche segnale positivo sul fronte produttivo, nel dettagli della richiesta di cassa, specie con l’esplosione di quella straordinaria, emerge un quadro di crisi strutturale della crisi economica e produttiva.”  Sono parole che soltanto qualche quotidiano ha riportato ma fanno capire con chiarezza che la “centralità  del lavoro, assumerlo come punto strategico è ancora il nodo irrisolto ma questo spiega l’aumento della tensione all’interno di quello che è nello stesso tempo il principale partito di governo e il maggior partito della sinistra e che del lavoro, a ragione mi pare, ha sempre fatto (almeno in passato) il punto centrale dei propri programmi e comportamenti politici.

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