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Emergency, 20 anni di lezioni di civiltà. Intervista a GINO STRADA

 

La sera del 19 maggio allo stadio Artemio Franchi di Firenze si disputa la “Partita del cuore”, una manifestazione divenuta celebre negli anni per aver raccolto, grazie alle sfide fra la Nazionale cantanti e una formazione mista di artisti e attori, numerosi fondi in favore di diverse organizzazioni benefiche. Quest’anno l’incasso sarà devoluto all’Ong Emergency, che nasceva proprio nel mese di maggio di vent’anni fa. Coloro che seguiranno l’evento in diretta tv su Rai1 o allo stadio potranno manifestare concretamente la loro solidarietà all’Associazione con un sms, con il 5 x 1000 o con una donazione. Abbiamo raggiunto alcuni giorni fa al telefono il fondatore di Emergency Gino Strada, che si trovava in Sudan, in un villaggio a venti chilometri da Khartoum, dove la sua Organizzazione ha costruito il Centro Salam di cardiochirurgia, l’unica struttura specializzata e gratuita in Africa.

Strada, come nacque l’idea di Emergency?
Scaturì da un incontro che molti di noi fecero con i feriti di guerra. Medici, infermieri, personale sanitario. Partì dall’idea che si poteva e si doveva dare una mano nelle realtà martoriate dalla guerra.

Un bilancio di questi venti anni.
È stata un’esperienza straordinaria. Abbiamo potuto curare più di sei milioni di persone in giro per il mondo e lo abbiamo fatto soprattutto grazie alla solidarietà e al sostegno dei cittadini italiani che hanno condiviso e condividono i principi di Emergency. E penso sia una bellissima lezione di civiltà.

Venti anni di risultati importanti, ma anche di inevitabili difficoltà. Qual è stata la situazione più spinosa?
Ce ne sono state tante. La difficoltà maggiore la incontrammo quando il nostro ospedale di Lashkar Gah, in Afghanistan, fu invaso militarmente.

Furono arrestati tre medici italiani di Emergency accusati di far parte di un complotto per realizzare attacchi suicidi.
Una bugia colossale, una stupida montatura che poi si è rivelata tale e che però ci ha creato seri problemi.

Nel 2006 il vostro primo esperimento di assistenza sanitaria anche in Italia. Per quale ragione?
La dinamica è probabilmente la stessa che ci spinse molti anni prima a fare chirurgia di guerra in altri Paesi. Ci siamo resi conto che in Italia, intorno a noi, si stava sviluppando una vera e propria guerra. Contro i poveri, contro gli emarginati e gli esclusi, che si possono chiamare in mille modi: clandestini, ma non si capisce rispetto a cosa, comunitari o extracomunitari. Tutte porcate di definizioni che sanno molto di razzismo. La realtà è che ci sono persone che stanno male e soffrono perché quello che dovrebbe essere un diritto di un Paese civile, e cioè essere curati, previsto anche dalla Costituzione italiana, viene assolutamente ignorato.

Queste necessità riguardano solo gli immigrati?
Non solo. Diverse persone che oggi si rivolgono a noi sono cittadini italiani che si trovano a non potersi più permettere le cure. E questo è molto triste in una società che si vorrebbe civile.

Lei è da sempre un operatore di pace, uno strenuo oppositore di tutte le guerre. Uno dei temi più infuocati nel dibattito politico riguarda gli F35 e l’approvvigionamento militare. Che idea si è fatto a riguardo?
Penso che chi è alla guida di un Paese dovrebbe scegliere da che parte stare. Se dalla parte dei cittadini che non vogliono armi e guerre o dall’altra. Purtroppo, finora, abbiamo verificato un’assoluta distanza tra la politica e i valori della pace e del disarmo, quei principi che s’ispirano allo spirito di fratellanza, quelli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Continuo a pensare che un mondo senza guerre sarebbe molto più bello…

Su questi princìpi la società è più sensibile della politica?
Assolutamente sì. Se fossero le persone a volere la guerra e le spese militari, i governi, come quello italiano, non dovrebbero fare tutta la fatica che fanno per convincerci che siamo stati in Afghanistan a spendere un miliardo di euro ogni anno per una missione “di pace”. Se si trattasse di una vera missione di pace non ci sarebbe bisogno di tanta propaganda e delle tante bugie pazzesche, paradossali che sono state dette.

Il 26 maggio si vota per le elezioni europee. Quale speranza coltiva?
Sinceramente sono molto scettico e pessimista. Non si capisce dove sta andando l’Europa e purtroppo non vedo nessuna idea comune. È un tema che mi preoccupa, ma al tempo stesso non mi sento sufficientemente competente né per cercare né per dare delle risposte adeguate.

Tralasciando le polemiche sulla non presenza del presidente Renzi allo stadio, cosa si aspetta dalla “Partita del Cuore” dedicata a Emergency?
Sarà un momento di festa perché quest’anno festeggiamo un ventennio di lavoro fatto con passione, competenza e trasparenza.

* Intervista pubblicata sul Radiocorriere Rai 

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