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È stata infranta l’etimologia dello sport

 

Fine. E stavolta lo spettacolo deve fermarsi sul serio perché così, oggettivamente, non si può più andare avanti. Deve fermarsi questo calcio malato e drogato da troppi soldi e troppi interessi, da speculazioni mostruose e infiltrazioni malavitose sempre più evidenti. Deve fermarsi e ricostruirsi un’etica e una scala di valori perché ciò che è accaduto sabato sera all’“Olimpico”, prima e durante la finale di Coppa Italia, è di una gravità inaudita, assolutamente intollerabile in un Paese civile.

Chi ha qualche anno ricorderà senz’altro le immagini devastanti degli hooligans nella drammatica notte dell’“Heysel”, quando trentanove tifosi inermi rimasero vittime di una furia disumana, ferina, all’epoca sconosciuta dalle nostre parti. Poi ci fu la vera e propria strage di Sheffield, il 15 aprile 1989, in cui persero la vita novantasei sostenitori del Liverpool, a loro volta schiacciati, soffocati e calpestati dalla ferocia disumana degli hooligans, aggravata dall’impreparazione e dall’incapacità gestionale delle forze dell’ordine presenti allo stadio che, al pari di quelle belghe, inizialmente contrastarono l’invasione di campo di coloro che provavano disperatamente a mettersi in salvo. Infine, nel 2000, l’Europa intera assistette attonita al rigurgito di violenza di quest’autentica feccia che mise a ferro e fuoco il Belgio, costringendo il premier Blair a scusarsi pubblicamente e ponendo, ancora una volta, l’Inghilterra di fronte a un nemico che credeva oramai di aver definitivamente debellato.

Andando a contestualizzare gli eventi, non sorprende affatto che l’apice di questa barbarie, in Gran Bretagna, si sia riscontrato nel periodo thatcheriano: non perché la Lady di Ferro avesse qualcosa a che vedere con quei mostri, intendiamoci, ma perché quei mostri erano i figli legittimi di un modello socio-politico basato sull’esclusione degli individui, sull’egoismo, sull’individualismo sfrenato, sull’aumento delle diseguaglianze, sulla solitudine sociale, sulla devastazione dei diritti e delle tutele sindacali; tutte componenti che generano malessere e violenza, che inducono le persone a smarrire il benché minimo senso di umanità, a percepire il prossimo come un nemico, un pericolo, una minaccia, a farsi giustizia da sole, non avendo più alcuna fiducia né nello Stato né nelle istituzioni.

Ora, volendo tracciare un parallelismo storico, non sorprende il fatto che questa ferocia inaudita e disumana sia scoppiata alle nostre latitudini proprio nel decennio in cui il liberismo thatcheriano ha definitivamente soppiantato il modello sociale keynesiano, introducendo anche qui la perdita di certezze, punti di riferimento, posti di lavoro, salari adeguati e possibilità di costruirsi un avvenire all’altezza di quello delle generazioni precedenti. E così è rimasto unicamente lo sfogo, la rabbia, il disincanto: sentimenti che ravvisiamo in politica e, ovviamente, anche nel calcio che con essa ha legami assai più stretti di quanto molti non credano.

È rimasta la brutalità, è rimasto il rancore, è rimasto il menar le mani e il tentativo di sopraffare l’avversario o, per meglio dire, il nemico; è rimasta una società senza legami, senza speranze, senza prospettive, senza sogni, senza alcuno spirito di sacrificio, senza alcuna idea di futuro in nessun settore, meno che mai nello sport e nel calcio. Perché qui, ad essere stata definitivamente strappata e ammainata, non è la bandiera di una squadra ma quella del concetto stesso di sport, della sua etimologia che deriva dal francese “déport”, divertimento.

Cosa si è visto di divertente sabato sera? Cosa c’è di divertente in un calcio che sprofonda sempre di più a livello internazionale e offre una qualità tecnica e atletica complessivamente infima?

Ricordo ancora quando la professoressa di italiano delle medie ci assegnò un tema dedicato alla scomparsa del ciclista Marco Pantani e già allora mi permisi di scrivere che quella morte assurda segnava non solo la fine di un atleta ma la fine dello sport in una Nazione in declino. Poi abbiamo assistito al derby sospeso all’“Olimpico” nel 2004, alla sospensione del derby di Champions a San Siro nella primavera del 2005, all’uccisione dell’agente Raciti a Catania nel 2007, alle partite sospese, sempre nel 2007, in seguito all’uccisione del tifoso laziale Gabriele Sandri e a una serie infinita di scandali, da Calciopoli ai suoi epigoni degli ultimi anni.

No, qui di divertente non c’è più nulla; pertanto, è bene fermarsi. Almeno un anno senza calcio, un anno per riflettere, per ammodernare gli stadi, per ricostruire i settori giovanili, per far rifiorire e tornare a valorizzare i vivai oppure il giocattolo si romperà in maniera irrimediabile. Il guaio è che chi gestisce il giocattolo non è interessato né allo sport né tanto meno allo spettacolo, bensì unicamente al profitto; per questo l’obbrobrio continuerà, a scapito della qualità, del gioco, degli spettatori perbene sugli spalti, e continuerà ad essere commentato, analizzato, scandagliato fin nei minimi dettagli. Ma non sarà più sport, non sarà più calcio: sarà solo un film dell’orrore adagiato su una montagna di soldi, perfetto per una società deturpata in cui le parole sono state manomesse e private del loro effettivo significato e in cui qualcuno continua a farci credere che sia politica un teatrino di urla sguaiate cui assistiamo col senso di rassegnazione di chi oramai si è abituato al peggio.

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