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23/05/92, una strage che ci interpella ancora

 

23 maggio 1992: una strage che ci interpella ancora, perché a essere colpita e offesa, quel giorno a Capaci, oltre la persona di Giovanni Falcone, di sua moglie e di tre uomini della scorta, fu la giustizia. Esecutori e mandanti, infatti, vollero colpire non solo un giudice capace, determinato e onesto, ma anche la giustizia stessa, per impedirle di fare il suo corso e sostituire, alla legalità necessaria alla pacifica convivenza civile, un sistema basato sull’illegalità, la sopraffazione e la violenza. Oggi come allora (e come sempre) è chiesto a me e a ognuno di reagire, utilizzando tutte le armi a disposizione, purché legali e volte alla crescita integrale della persona, di ogni persona, soprattutto quella più penalizzata e perciò svantaggiata.

Come avrebbe reagito Francesco alla notizia di quello scoppio (e dell’altro che pochi mesi dopo avrebbe falciato, con la vita del giudice Borsellino, anche altre vittime innocenti)? Difficile dirlo, perché la sua persona, a tratti mite e a tratti forte, aveva delle reazioni imprevedibili. Certo è che egli si impegnò a fondo per la giustizia e contro ogni tipo di violenza, soprattutto quella generata da una volontà di sopruso, perché convinto, fermamente convinto, che Dio fosse “giustizia e temperanza” (Lodi di Dio altissimo, 5: FF 261) e che fossero beati coloro che soffrono persecuzione a causa della giustizia (cf. FF 45, 104). Ai frati che sceglievano di dimorare negli eremi egli chiedeva di cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia (FF 137).

La convinzione che Dio fosse giustizia e richiedesse da noi un’adesione alla sua giustizia lo portò a riflettere sul più ampio problema del rapporto del cristiano con la ricchezza, perché è proprio la ricchezza e il potere che ne deriva a essere all’origine di tanta ingiustizia; ed è per la ricchezza e il potere (perverso) che ne deriva che la mafia ancor oggi agisce e uccide, come un’idra dalle sette teste, cambiando tattica e aggiornandosi di continuo, per diffondere il suo sistema sotto mentite spoglie. Già i Padri della Chiesa avevano tuonato contro l’iniqua distribuzione della ricchezza, che consentiva a pochi di disporre del superfluo e molti privava del necessario. L’eredità della grande tradizione patristica si ripresenta nei gesti e nell’insegnamento di Francesco: egli, infatti, dichiarava convinto che “l’elemosina è l’eredità e la giustizia che è dovuta ai poveri; l’ha acquistata per noi il Signore nostro Gesù Cristo” (Regola non bollata IX,8: FF 31).

Il superfluo – quel superfluo fondato sull’illegalità, per il quale la mafia spesso uccide, e anche quello fondato sulla speculazione priva di regole e insensibile a ogni tipo di giustizia sociale, che riesce a mantenersi, in apparenza, entro i confini della legge degli uomini – viene così a qualificarsi come un furto. L’idea ritorna in un detto a lui attribuito da frate Leone, il quale assicura che Francesco “ripeteva spesso ai frati queste parole: Non sono stato mai un ladro. Voglio dire che delle elemosine, le quali sono l’eredità dei poveri, ho preso sempre meno di quanto mi bisognasse, allo scopo di non defraudare gli altri poveri della parte loro dovuta. Fare diversamente sarebbe rubare” (Compilazione di Assisi, 15: FF 1561).

La questione che si pone, ora, è la seguente: come impedire alla mafia di colpire ancora? Anzitutto (potrà sembrare scontato, ma è meglio ripeterselo), mettendo in pratica il Vangelo e l’insegnamento di Francesco, nella convinzione che Dio è “giustizia e temperanza”, oltre che misericordia e perdono. Ma anche lavorando con intensità, perché le giovani generazioni prendano a cuore la cosa pubblica, scoprano la bellezza dell’impegno sociale a favore della giustizia, nella certezza che il Vangelo va vissuto in chiesa come in piazza, a scuola come al lavoro. Quale pena quando si vedono giovani e meno giovani perdersi dietro alle beghe del “Grande fratello” o in quelle discussioni a “Uomini e donne”, al cui confronto le discussioni delle lavandaie di vecchia memoria finiscono per apparire quasi dei cenacoli intellettuali. E quanto male fanno (e quale sistemano perverso innescano) quelli che impiegano mezzi ingenti e fior di energie per diffondere prodotti del genere e favorire una società a loro immagine!

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