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Forza Italia, un cupo declino

 

Un cupo declino, pieno di ombre pesanti e di retroscena che non sono degni nè del nostro Paese nè degli ambienti che dovrebbero caratterizzare i comportamenti di chi ha, o ha avuto, una vita pubblica e ha occupato posizioni e incarichi importanti, sta rischiando di far precipitare a fondo, in tutto o in parte, lo Stato maggiore della destra populista che ha governato il paese per molto tempo nell’ultimo amaro ventennio. Quando il fondatore di Forza Italia fugge in Libano di fronte alla sentenza della Suprema Corte della Cassazione e alla temuta condanna che potrebbe scaturirne, non c’è da stupirsi se il quattro volte presidente del Consiglio Silvio Berlusconi – con il suo atteggiamento amletico (lo ha  dichiarato nei giorni scorsi) – sta per colare definitivamente a picco, avendo perduto per giunta  il suo storico e fedele portavoce Paolo Bonaiuti, proprio di fronte alle imminenti e difficili elezioni europee.

Ma vale la pena ricordare, come si dice a futura memoria, la vicenda dell’ex senatore e capo organizzativo di Forza Italia nella prima fase (la più fortunata) del movimento lombardo e poi nazionale che conquista la maggioranza parlamentare nelle elezioni politiche del 27 marzo 1994. La storia complessiva sulla quale esiste una bibliografia notevole (a cui ho contribuito fin dai primi anni) si racconta in poche parole. Dell’Utri ha disposto di un notevole rapporto come amico e sodale di Berlusconi nel ventennio populista ma sul finire ha avuto i suoi guai giudiziari o meglio è stato accusato e processato per quel reato legato alla mafia che vollero Falcone e Borsellino e che a tanti ancora non piace. In particolare il 24 marzo 2013, non più senatore della repubblica dopo essere stato in parlamento dal 1994, è stato condannato dalla Corte di Appello di Palermo, che è la sua città, a sette anni di carcere.

Martedì prossimo 15 aprile la corte suprema di Cassazione dovrà decidere, nel giudizio previsto, se confermerà la sentenza di un anno fa della Corte di Appello palermitana, se dirà ancora – come hanno detto i giudici palermitani – che Dell’Utri è stato il mediatore contrattuale” di un patto tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e “non si è mai sottratto al ruolo di intermediario tra gli interessi dei protagonisti”. Con l’aggiunta, contenuta nella sentenza palermitana, che, nel rapporto con i mafiosi siciliani, l’ex presidente del Consiglio “ha sempre accordato una personale preferenza al pagamento di somme come metodo di risoluzione preventiva dei problemi posti dalla criminalità.” Che nel linguaggio giuridico significa che il rapporto tra l’ex capo del governo e Cosa Nostra è stato lungo e fruttuoso, che dall’Utri ne è stato il tramite essenziale, che Berlusconi ha potuto risolvere ogni problema o ogni richiesta dei pericolosi “amici” utilizzando la sua notevole forza o comunque consistenza finanziaria. La sentenza che, secondo i nostri costumi nazionali è di 476 pagine, fissa nell’incontro organizzato a Milano tra il capomafia Stefano Bontate, poi ucciso, l’uomo del patto scritto, cioè il papello, Gaetano Cinà e Silvio Berlusconi l’inizio del patto di protezione che avrebbe salvato l’uomo di Arcore ma avrebbe anche favorito i suoi molteplici affari nell’edilizia (come la costruzione di Milano Due?) e l’acquisto successivo di antenne televisive in Sicilia. Accusano Dell’Utri di questo ruolo molti collaboratori tra i quali uno dei capi dell’associazione mafiosa come il boss Francesco Di Carlo). Rinviato a giudizio, dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati con le prime accuse emerse già nel 1994, l’ex senatore è stato condannato l’11 dicembre del 2004 a nove anni di carcere ma sei anni dopo, il 29 giugno 2010 in appello la condanna gli viene ridotta di due anni. Nuovo appello in Cassazione che nel 2012 annulla la con-danna. Infine l’ultimo processo di appello e la condanna a sette anni. Martedì prossimo la Cassazione dovrà pronunciarsi ancora una volta sulla vicenda: condannandolo definitiva-mente e mandandolo in carcere oppure riaprire di nuovo il processo, terzo appello non si sa nè dove nè quando.

La giustizia italiana (e meno male che c’è) è, tuttavia, lunga o infinita. Dell’Utri è fuggito a Beirut grazie ad agenti infedeli (ce ne sono in giro!) e una rete nera di affaristi e mafiosi. Ma se il processo si chiuderà, una pagina importante di politica e criminalità – un biennio centrale nella nostra storia recente -andrà a posto e le conseguenze saranno non lievi non soltanto per lui ma per l’ex presidente del Consiglio e per il suo movimento politico.

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