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Corea del Nord, lo stato-prigione

 

La situazione dei diritti umani in Corea del Nord è così grave da meritare l’interessamento della Corte penale internazionale. Questa l’opinione della Commissione d’inchiesta, che su incarico delle Nazioni Unite, ha svolto un’indagine sui crimini di diritto internazionale che vengono commessi nel paese asiatico.

Difficile che il Consiglio di sicurezza riesca ad approvare una risoluzione per chiamare in causa il massimo organo della giustizia internazionale. La Cina potrebbe bloccare ogni tentativo in questo senso.

Eppure, un’indagine della Corte penale internazionale, con il conseguente procedimento giudiziario e le eventuali condanne, potrebbe essere l’unico mezzo in grado di cambiare le cose in Corea del Nord.
Amnesty International da anni denuncia alla comunità internazionale, attraverso immagini satellitari, la crescente espansione dei campi di prigionia (i cosiddetti kwanliso), attraverso la costruzione di nuovi blocchi per i prigionieri, l’espansione delle fabbriche e  il rafforzamento delle misure di sicurezza.

Centinaia di migliaia di persone – bambini compresi – sono detenute in quei campi. Molte di esse non hanno commesso alcun reato e sono unicamente familiari di presunti responsabili di gravi reati politici. La loro detenzione, basata sulla “colpevolezza per associazione”, rappresenta una forma di punizione collettiva.
Ad esempio, Ilkwanliso 16,nei pressi di Hwaesong, nella provincia di Hamgyong Nord, si estende per circa 560 chilometri quadrati, tre volte Washington,la capitale degli Usa. ‘il piú grande campo di prigionia della Corea del Nord. Nel 2011, si riteneva vi fossero detenute 20.000 persone.

Nel novembre 2013 il signor Lee, addetto alla sicurezza del kwanliso 16 dagli anni Ottanta fino alla metà degli anni Novanta, ha rilasciato un’intervista ad Amnesty International circa i metodi usati per mettere a morte i prigionieri. Questi vengono costretti a scavarsi la fossa e poi uccisi con un colpo di martello al collo. Il signor Lee ha visto funzionari del campo strangolare detenuti o picchiarli a morte con bastoni di legno.

Il signor Lee ha anche parlato delle donne scomparse dopo essere state stuprate: “Dopo una notte ‘al servizio’ dei funzionari, le donne dovevano morire affinch il segreto non trapelasse. Questo accadeva nella maggior parte dei campi di prigionia politica”.
 
Il campo di prigionia piú famigerato  il kwanliso 15, chiamato Yodok. Si estende su un’area di 370 chilometri quadrati e si trova al centro del paese, a 120 chilometri dalla capitale Pyongyang.Nel 2011, si ritiene vi si trovassero 50.000 prigionieri.

Kim Young-soon, ex detenuta del kwanliso 15 tra il 1980 e il 1989, ha descritto l’esecuzione pubblica di due prigionieri che avevano tentato di evadere: “Li portarono sul posto dopo averli malmenati. Li legarono a dei pali di legno e gli spararono tre volte, alla testa, al petto e ai piedi”.
 
Insomma, nelle parole dell’australiano Michael Kirby, il principale estensore del rapporto della Commissione d’inchiesta dell’Onu, se dovesse esserci un solo caso meritevole di essere deferito alla Corte penale internazionale, sarebbe difficile immaginarne uno piú evidente di questo.

*Portavoce Amnesty International Italia

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