Sei qui:  / Articoli / Interni / L’ingiusta distanza e la svolta
sulla morte di Giuseppe Uva

L’ingiusta distanza e la svolta
sulla morte di Giuseppe Uva

 

La svolta è clamorosa ma attesa: il procuratore reggente di Varese, Felice Isnardi, ha rimosso i pm Abate e Arduini dall’indagine sulla morte di Giuseppe Uva e si è assegnato il fascicolo. Sarà lui in udienza preliminare a chiedere il processo per omicidio preterintenzionale, violenza privata, arresto illegale, abbandono di incapace nei confronti di otto tra carabinieri e poliziotti. La richiesta formulata dai due pm era “illogica e immotivata”.   D’altra parte i titolari dell’indagine  non hanno mai creduto alle accuse,  promuovendo un processo per colpa medica (un medico assolto) e due richieste di archiviazione (bocciate).

Dunque Lucia Uva, indagata per diffamazione, non era “pazza e ignorante” perché già poche ore dopo la morte del fratello (Varese 14 giugno 2008 ) sostenne che le cause nel decesso andavano ricercate in quel che successe in caserma e nei possibili atti di sevizie compiuti contro Giuseppe. Ora ci sarà verosimilmente un processo, per altro a rischio prescrizione, quel processo che Lucia ha sempre chiesto con tenacia e immenso dolore, saranno compiuti accertamenti, interrogati testimoni e indagati, atti giudiziari dovuti ma sempre negati o ridicolizzati. Ci si chiede:  a tanto si doveva arrivare?  Non basta il dolore per la perdita violenta di una persona cara? A questo strazio si deve aggiungere, come spesso accaduto in casi simili, anche la pena interminabile che solo dopo anni, a volte,  lascia intravedere una speranza concreta di verità e giustizia?

– Mi hanno chiesto se sono contento perché ho vinto la sfida con il dottor  Abate,  mi confida quasi incredulo l’avvocato della famiglia Uva, Fabio Anselmo. Rispondo che no, non ho vinto nulla. Abbiamo perso tutti, la giustizia in particolare. Hanno perso quei magistrati che nell’ombra lavorano quotidianamente per il bene dei cittadini e  ha perso certo anche il pm Abate che per anni si è rifiutato ostinatamente e contro ogni evidenza di condurre indagini e di celebrare il “giusto processo”- Ora si va avanti sotto il rischio della prescrizione, scatterà a giugno se il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale ad esempio sarà sostituito dall’omicidio colposo.  – In ogni caso, dice Lucia Uva, ora so di non essere pazza, me lo hanno detto i giudici. Pino è morto sotto tortura, sono stati anni di dolore immenso, perché io ne sono sempre stata convinta, non la giustizia, che anzi mi ha querelato per aver denunciato le violenze. Prendo atto che oggi mi ha dato ragione.

L’inchiesta vera deve ripartire in fretta perché troppo tempo è stato perso. Nuovi scenari e testimoni sono pronti ad aggiungere altre verità: Giuseppe Uva sarebbe stato picchiato non solo in caserma, ma anche in ospedale, la trasmissione televisiva Chi l’ha visto in onda mercoledì 26 marzo annuncia una testimonianza clamorosa. Sui motivi del pestaggio, “quasi una vendetta”,  non ci sono solo ipotesi, ma elementi di fatto piuttosto precisi.

Restano  una  domanda senza risposta: ma  è questa una “giustizia normale?  E una parziale consolazione: se in questi anni Lucia,  i suoi avvocati,  tanta gente,  un paio di parlamentari e qualche giornalista avessero tenuto “l’ingiusta distanza” dai fatti, oggi Giuseppe Uva detto Pino sarebbe morto perché ubriaco e debole di cuore, la sua cara sorella Lucia solo “un’ammirevole ed eccitata donna”  che non ha trovato pace al suo inconsolabile dolore e un innocente sarebbe stato condannato.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE