Il calvario di Valentina nell’Italia degli obiettori

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La Camera boccia le quote rosa e gli ospedali pullulano di obiettori. C’è una relazione tra i due fatti? Sì, non siamo ancora in un Paese per donne.

Di Paola Rizzi

Delle due cattive notizie per le donne italiane comparse sui giornali di ieri, è finita un po’ in secondo piano la più intollerabile, il calvario di Valentina, una ragazza costretta ad abortire da sola nel gabinetto, con l’unico aiuto del suo compagno, in seguito ad un aborto terapeutico al quinto mese, in un ospedale romano dove tutti, medici e infermieri, erano obiettori di coscienza.

Vista dall’angolazione di quel bagno, immagino che la discussione alla Camera sulle quote rosa imbiancate appaia come una faccenda marziana. In quella vicenda non c’è nulla che vada bene. In un altro mondo dove non vige la legge 40 con le sue forche caudine sulla fecondazione assistita, Valentina, portatrice di una grave malattia genetica, avrebbe potuto accedere alla fecondazione in vitro e fare una diagnosi preimpianto dell’ embrione, invece che arrivare fino al quinto mese per accorgersi che la sua creatura era segnata. In un altro mondo, avvalendosi di una legge dello stato, la 194, la signora avrebbe ricevuto assistenza nel momento della sua applicazione. E sarebbe vietato e perseguito quel disprezzo nei fatti nei confronti delle donne che compiono la loro scelta sulla base della legge.

In quell’altro mondo migliore, più accogliente e solidale con Valentina, ci sarebbero state le quote rosa per eleggere le nostre rappresentanti in Parlamento? Non lo so, istintivamente ne diffido, ma leggendo le due notizie nello stesso giorno, è difficile non pensare che tutto si tenga, che lo spettacolo scadente del mercato politico sulla rappresentanza femminile a cui abbiamo assistito in questi giorni non abbia una relazione con la mortificazione esercitata quotidianamente, in varie forme, sul corpo delle italiane. Occorre fare massa critica. Forse ci vuole una scossa. Ci voleva.

Da giuliagiornaliste.it


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