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Napoli e Caserta uguali quanto a rispetto della memoria dei morti di camorra

 

Marco Miggiano

Non sappiamo con certezza quale formazione di base abbiano avuto il Sindaco di Napoli e quello di Caserta. Per sommi capi, del primo sappiamo che ha una formazione giuridica mentre il secondo sarebbe più scienfitica. Se mai avessero attinto alla formazione classica, certamente hanno dimenticato a chi appartengono questi versi:

[… ] Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto [… ].
[… ] A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte [… ]

Ad entrambi suggerirei una ripassata de’ “I sepolcri” di Ugo Foscolo, uno straordinario documento di alta tensione etica e civile dell’epoca napoleonica. A quello di Napoli poi, suggerirei anche di leggere bene la lettera che più di un mese fa la signora Lucia Di Mauro, vedova Montanino gli ha inviato, laddove si dice: “[…] nessuna medaglia, nessun riconoscimento, nessuna lapide, nessun cippo, nessuna targa commemorativa può veramente rendere giustizia a chi è morto nel modo in cui è morto il nostro Gaetano. Ed è per questo che difficilmente ci abbandoniamo alle facili retoriche, alle immortalità consolatrici ed alle scialbe aureole di gloria […]”.
A quello di Caserta, invece, suggerirei di soffermarsi sulla lettera dei familiari di Don Peppino Diana, con la quale gli venne chiesto di scrivere la parola camorra sulla targa della toponomastica in memoria di Don Peppe Diana e di ricordare le parole che ha pronunciato in Consiglio comunale. Sindaco di Napoli e sindaco di Caserta, distanti per formazione e per appartenenza politica, ma uguali quanto a rispetto di chi è morto ed in particolare di chi è morto per mano della camorra. 

Il 6 settembre 2013 a Caserta, l’amministrazione Comunale ha voluto dedicare due emicicli della via, già intitolata al giudice Paolo Borsellino, alla memoria di Don Giuseppe Puglisi e di Don Peppino Diana, due sacerdoti che tanto hanno parlato di mafia il primo e di camorra il secondo e che alla fine sono stati uccisi. Un bel gesto quello dell’amministrazione comunale di Caserta se non fosse che, non si comprende in base a quale logica, nella cartellonistica stradale dedicata a Don Puglisi aveva apposto la seguente dicitura “Largo Giuseppe Puglisi, sacerdote – vittima della mafia 1937 – 1993”, mentre, a poca distanza, su quella che indica il largo in memoria del sacerdote della provincia di Caserta: “ Largo Giuseppe Diana, sacerdote – medaglia d’oro al valor civile 1958 – 1994”.

Sollevai, qui su you-ng.it, l’incresciosa questione dopo aver assistito alla piccola cerimonia in cui si scoprivano le due targhe, alla presenza dello stesso sindaco Del Gaudio. Poi seguirono prese di posizione varie. Intervennero anche il sito “I siciliani giovani” ed il giornalista di RepubblicaRaffaele Sardo. I familiari di Don Peppino Diana scrissero al sindaco di Caserta un’accorata lettera, chiedendo di apporre su quella targa il motivo per il quale Don Peppino Diana era stato insignito della medaglia d’oro. La questione finì persino in Consiglio comunale, dove il sindaco si impegnò a modificare la targa. Dopo qualche giorno, la targa fu modificata, inserendo la dicitura “vittima di camorra” ma nonostante ciò qualcuno (forse qualche vandalo) ha pensato bene di rimuoverla del tutto. Al suo posto, a distanza di quasi sei mesi, è rimasto solo un palo in ferro. Della targa nessuna traccia. Ricordo che don Diana era un prete di Casal di Principe, che la camorra, il 19 marzo del 1994, il giorno del suo compleanno, ha massacrato nella sua parrocchia mentre si accingeva a celebrare la messa del mattino.

Sempre sullo stesso tema inciampa il sindaco di Napoli. Accadde che la notte del 4 agosto del 2009, una guardia giurata in servizio a Piazza del Carmine, più conosciuta come piazza Mercato, venne trucidata da un commando di camorristi, che aveva avuto l’incarico di rapinare le pistole agli agenti. Si chiamava Gaetano Montanino e  quella notte, insieme al suo collega Fabio De Rosa, il quale rimase ferito da sei colpi di pistola, non cedettero all’attacco e reagirono. Gaetano morì sul colpo.

Lucia, la moglie di Gaetano è una donna energica, combatte, chiede allo Stato di riconoscere il marito vittima del dovere e dopo anni ci riesce. Riesce anche a convincere il sindaco di Napoli a dare un segnale per quel sacrificio. Così il 26 aprile del 2013 in un’aiuola di Piazza del Carmine furono posti, alla presenza del Sindaco della città, di tante autorità e di Don Luigi Ciotti, un albero ed una pietra in memoria della giovane guardia giurata. Il sindaco De Magistris pronunciò parole forti contro la camorra e a proposito della memoria disse che il ricordo è fondamentale. Dobbiamo pensare che quelle erano parole vuote, di circostanza, di quelle che possono essere usate quando si inaugura una strada, una infrastruttura, ma non certamente quando si inaugura una targa che ricorda un morto ammazzato dalla camorra. Se non fossero state parole di circostanza, il sindaco o chi per lui, avrebbe dovuto impedire che quell’aiuola, a distanza di un anno, diventasse un vero e proprio immondezzaio, senza alcun decoro per la memoria che si voleva tenere viva.

Lucia, la giovane moglie di Gaetano e la figlia Veronica ci provano a far cessare l’ignobile e vergognosa situazione in cui il comune di Napoli lascia il piccolo monumento, eretto in memoria del proprio caro. Sulla questione è intervenuto anche un noto giornalista della Rai, Fabrizio Feo. Così Lucia, il 29 dicembre del 2013, scrive un’accorata lettera al Sindaco di Napoli, chiedendo di porre rimedio all’indecorosa situazione, ma in cambio ottiene il silenzio. Telefona alla segreteria del sindaco, ma riceve risposte concrete. Ora Lucia è decisa, vuole far rimuovere quella pietra con su inciso il nome del marito. “Non ha senso tenerla lì, perché sarebbe come lasciare campo libero a proiettili non meno pericolosi di quelli di piombo, quelli dell’incuria e dell’indifferenza”. Sul suo profilo Facebook, Lucia ha scritto: “Ogni volta che mi reco a Piazza del Carmine a Napoli, tra bottiglie e coperte abbandonate, escrementi e rifiuti, mi pervade un senso di dolore e rabbia fortissimo e se prima non provvedo a pulire tutto, non so mai dove poter lasciare un fiore. Per me quella piazza – dice Lucia – non è più la piazza della memoria, ma il luogo della vergogna”.

Cari sindaci di Casetta e di Napoli, queste vicende non vi fanno certamente onore. Potete rimediare, però. Nel frattempo prestate orecchio attento e disponibile al carme di Ugo Foscolo, nel quale qualche secolo fa si faceva riferimento alla concreta esperienza umana, nella quale si sublima, non certo al fine di un acquietamento consolatorio, una appassionata rivendicazione di dignità, che voi pare, in queste circostanze, abbiate smarrito.

Da isiciliani.it

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