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Il canto delle Sirene. Caffè del 13 febbraio

 

“Letta rilancia ma Renzi vuole le dimissioni”, Corriere. “Renzi non cede, Letta verso le dimissioni” Repubblica.  Titoli che badano all’essenziale, che danno per scontate, alla fine di un doloroso rituale, le dimissioni di Letta e l’ingresso di  Renzi a Palazzo Chigi. Ma il Fatto Quotidiano, racconta un’altra storia: “Partito distrutto”. E mette in ordine così gli ultimi eventi: La resa dei conti per Palazzo Chigi manda in frantumi il Pd. L’incontro Letta-Renzi finisce a pesci in faccia, con il giallo delle dimissioni poi ritirate. Il premier non molla e accusa: “Vuoi il mio posto? Dillo” E presenta un programma di legislatura. Il segretario furioso ribatte: “Non sei Andreatta, al massimo un Andreotti in miniatura. Ti aspetto in Direzione”. Lì oggi il Nipote sarà sfiduciato. Fine della citazione.

È successo. Ed è la coda avvelenata di questo anno orribile per il Pd e per la sinistra italiana. Non ne rifarò la storia. Non ricorderò le incertezze di Bersani e la sua fedeltà alla ditta fino al punto di annullarsi. L’ostinazione di Napolitano per le larghe intese. Il tradimento dei 101. E la nascita di un governo che ha inondato il Parlamento di decreti pasticciati e inutili, mentre prendeva tempo all’ombra di una grande, quanto improbabile, riforma della Costituzione. Poi la condanna di Berlusconi, il vergognoso tira e molla sul suo salvataggio, la decadenza e la scissione del PDL. Intanto la principale forza dell’opposizione, il Movimento 5 Stelle, continuava a comportarsi come se il resto del mondo non esistesse, come un partito rivoluzionario senza rivoluzione, avanzando proposte e inscenando gazzarre a uso esclusivo dei suoi 25 mila iscritti, regolarmente (sic!) registrati in rete.

Tutto questo lo sapete, purtroppo. Ripeterò  solo che il congresso del Pd è stato guastato da un’operazione trasformista, un non detto pesante, che ha portato alla crisi d’oggi. Renzi, Cuperlo e Civati erano tre candidati di un altro Pd. Hanno portato al voto 3 milioni di italiani, ma nessuno di loro rappresentava la ditta, quella che aveva voltato le spalle a Bersani per governare a ogni costo, che aveva voluto il governo Letta e costruito una macchina di guerra (presidenti di commissioni, capi gruppo, relatori)  con l’unico obiettivo di sostenere il governo con Berlusconi (poi con Alfano, ma nello stesso schema) perinde ac cadaver.

Questo Partito Democratico si è nascosto durante tutta la corsa delle primarie, in parte saltando sul carro di Renzi, in parte tirando la giacca di Cuperlo. Contava che passasse la piena del fiume, contava su Napolitano e sui poteri forti (confindustria, banche, sindacati, apparati dello stato) che , per Dio, di un partito hanno bisogno, come di un governo. E perciò serve un partito di governo. Il loro.

Questo è il partito che, in quest’anno, ho imparato a conoscere bene in Sicilia. Dove, dopo aver sfiduciato il governo Crocetta chiedendo “assessori politici”, ma avergli poi dovuto votare la fiducia per non farlo cadere, ora si finge unito, Cracolici con Lumia e Crocetta, Crisafulli con Faraone per eleggere un segretario regionale (Raciti) che passi i suoi week end in Sicilia, intento a nascondere la spazzatura sotto il tappeto. Consentendo ai maggiorenti di continuare come prima, come sempre. Questo è lo schema da rompere. (E per oppormi a mani nude correrò tra poco in Sicilia a sostenere Antonella Monastra). Un partito da rottamare perché un partito senza rotta se non quella del potere non è moderno né realista, è solo di una disarmante stupidità.

Perché il potere cambia, usa i partiti non ci si inchioda. È finita la guerra fredda ed è finita la Dc. Avete visto Enrico Letta, ieri, da solo? Non lo sosteneva più nessuno. Non Confindustria, né i sindacati, né i banchieri centrali (nonostante, per ingraziarseli, avesse infilato la ricapitalizzazione di Bankitalia nel decreto sull’IMU). Lo ignorava persino Napolitano che, dopo lo scoop di Alan Friedmann, non ha nemmeno cercato il suo vecchio pupillo. No, ha chiamato Matteo Renzi al Quirinale. Letta il giovane era ancora a Palazzo Chigi, ma per il Capo dello Stato era ormai un fantasma, ormai invisibile. E d’altra parte invisibile aveva fatto tutto per diventarlo, Enrico Letta. Fermo, immobile, in attesa degli eventi, non riuscendo a credere che i poteri potessero voltargli così la schiena. Ora è tardi.

Che succederà nelle prossime ore? La Tartaruga Letta si avvia a uscire di scena, Achille il corridore, Renzi, rischia però di entrare nel palazzo con entrambe le gambe rotte. Sarà difficile, per lui, non imbracciare il destino del nominato, del premier destinato a galleggiare. Quasi impossibile rivoltare dal governo il paese, riformare la nazione e rilanciarla in Europa. Com’era nei suoi sogni.

Scrive Massimo Franco “Se non arriva una mediazione del Quirinale che ha definito ‘sciocchezze’ le ipotesi del voto, si intravede un percorso che non esclude una crisi di governo; forse elezioni anticipate con il sistema proporzionale, perché non ci sarebbe tempo per la riforma. E magari primarie per Palazzo Chigi con Letta e Renzi a contendersi la carica”.

Credo proprio che Matteo Renzi dovrà buttarla sul piatto questa ipotesi, e con durezza tale da esser creduto, da far paura al partito dei 101 e agli avversari politici (che ora se la ridono ma non sono affatto pronti a votare), se non vuole seguire il destino del suo fratello rivale. Quello di farsi sedurre dal canto delle Sirene per venirne, alla fine, divorato.

da corradinomineo.it

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