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Il budino di Hollande. Caffè del 15 gennaio

 

Hollande non mi è parso un uomo nell’angolo, un budino destinato ad afflosciarsi. La domanda era diretta: Valerie Trielweiler è ancora la premiere dame de France? Il presidente ha preso un lungo respiro, poi ha risposto: “ognuno può dover affrontare momenti dolorosi della propria vita…. ma la mia regola è che i problemi privati si risolvono nel privato”. Ha aggiunto che affronterà il problema “con il rispetto che si deve alle persone” ma che darà la risposta prima del viaggio negli Stati Uniti, previsto per l’11 febbraio.  A Valerie restano, dunque, tre settimane di tempo per “riposarsi” e per elaborare il lutto, che la fine di un rapporto sentimentale e la perdita di un preminente ruolo pubblico le stanno provocando.

Budino? Non mi pare. Ha liquidato una compagna che si era mostrata invadente (appena arrivata all’Eliseo, Valèrie si era messa ad attaccare la “prima compagna, Ségolène, che era ed è un’importante dirigente del partito di Hollande). Ha affermato il diritto, anche di un Presidente, ad avere una propria vita sentimentale e a soffrire, ma ha chiarito che un uomo pubblico deve accettare il suo ruolo e che  il Presidente non può vendicarsi della stampa, anche quando questa viola la sua privacy. Il diritto di critica deve restare sacro, a meno che non inciti all’odio razziale (ha spiegato così la censura a Dieudonné).

Infine si è detto “socialdemocratico” (rompendo un tabù francese che non hanno mai accettato la svolta di Bad Godesberg) e ha aperto al Medef, la Confindustria francese: 53 miliardi di tagli alla spesa pubblica da qui al 2017, con imprese e lavoratori autonomi che non pagheranno i carichi familiari nello stesso periodo, sgravi fiscali per 30 miliardi. Non male per un “flamby”, per un budino che sembrava sul punto di afflosciarsi.

E Matteo Renzi?  In una lettera a La Stampa e, ieri, nell’incontro con i senatori del Pd, ha ripetuto di non volere far cadere Letta, né sedersi al tavolo di un rimpasto. Se si potesse, eviterebbe elezioni prima del 2015. Insomma Matteo Renzi ha capito che le riforme, a cominciare da quella fondamentale del lavoro (ma anche la legge elettorale e l’abolizione del Senato come camera elettiva) si faranno solo non impelagandosi negli affari di governo e incalzando tutti, maggioranza, opposizione e sistema dei media, restando segretario del Pd e capitalizzando il voto delle primarie.

Ha ragione Renzi? Sì ha ragione. Il governo ha governato male e poco negli ultimi nove mesi e rischia di farsi male da solo. “Se Letta si logora, non ho colpa”, ha detto alla Stampa. L’amministrazione pubblica non funziona, il paese è paralizzato; solo Il Pd, con i quasi tre milioni di cittadini che sono andati a votare per le primarie, ha la possibilità di suonare il risveglio. A condizione che il Pd si metta a correre, che sappia far politica e insieme restare all’ascolto dell’anti politica.

Ragazzi, l’uomo è così. Un politico puro, molto, molto ambizioso. Inutile sperare, come fa il Giornale, che “Licenzi(a) Alfano e De Girolamo”. O prendere un suo tweet, “La Idem mostrò un altro stile” e concludere, come il Corriere che quello è un “Attacco di Renzi a De Girolamo”. Né è particolarmente utile provare a tirargli la volata come fanno Repubblica e il Fatto, enfatizzando i guai di De Girolamo e Afano. Renzi proseguirà per la sua strada.

Allora, siamo a posto, abbiamo trovato l’uomo della provvidenza? No, questo politico “puro” ha un tallone d’Achille. La visione delle cose è sempre assolutamente congiunturale, l’analisi, strettamente connessa con la sua volontà di potenza. Caratteristiche che ne fanno un marziano nel panorama della nostra politica, ma che possono indurlo in errore.

Sbagliò quando, al tempo del confronto con Bersani, non capì che la sua riserva di voti erano proprio i “vecchi” comunisti incazzati e delusi. Puntò sui voti che gli sarebbero arrivati da destra e perse. Ora vede il disdoro che cade addosso ai parlamentari, coglie la forza della campagna sulle diarie e, in generale, sui costi della politica. Ecco che Renzi se ne resta a Firenze e vuol chiudere il senato come assemblea elettiva. Non vede, però, che quel “ridateci la grana” è solo il modo primitivo ( e populista) di esprimere un più generale rifiuto nei confronti dei partiti ( o meglio, dei gruppi dirigenti dei partiti in crisi). Dietro c’è la sensazione che la politica viva (nelle regioni e a Roma) un incesto con tutti i poteri forti. C’è la questione della democrazia, negata dagli inciuci e dal Porcellum. C’è anche il conflitto d’interesse che ha trasformato la Rai in un clone di Mediaset.

Dunque attento, Renzi, a non fare un accordo per una legge elettorale che riproduca questo strapotere dei partiti (dei gruppi dirigenti dei partiti in crisi). Attento a parlare di senato delle regioni senza un modello di federalismo e senza una critica radicale su quel che sono diventate le regioni. Lo ripeto: il rischio di Renzi è di restare solo al comando. Rischio tanto più forte se i giornali continuano a non capire e la sinistra a balbettare.

Da corradinomineo.it

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