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Altroché Winner Taco

 

Quando la Unilever nel 1998 portó in  Italia-tramite l’ Algida-il suo “Choco Taco”,con il nome commerciale di “Winner Taco”, io ero alle scuole medie. Indimenticabile quel gelato come indimenticabile era il suo orso della pubblicità. Devo dire che questa cosa del pressing sui social per far tornare l’Algida a produrlo mi ha divertito parecchio: credo sia una supercazzola ben riuscita e che il qualcuno che ha iniziato tutto questo si stia facendo delle super risate alle spalle di tutti. Ci sta.
Siccome però in Italia non abbiamo mezze misure, nel delirio della mia insonnia di questa notte mi sono letto una serie di articoli-scritti da improvvisati sociologi di mezza eta’-in cui si spiegava come il Winner Taco fosse il simbolo di un’ intera generazione. La generazione che va dai 25 ai 35 anni, quelli nati negli anni 80 e a cavallo con i 90: una generazione che ha preso in mano i propri profili di Facebook e Twitter e li ha usati come armi, per riprendersi il proprio gelato preferito.
Ecco, come dire: è indubbio che la nostra generazione non abbia fatto rivoluzioni che abbiano lasciato un grande solco. Non abbiamo combattuto guerre per la patria o riconquistato la libertà del Paese con i fucili-come i nostri nonni- e non abbiamo neppure  attraversato incolumi gli anni 70 senza poi essere ricordati dalla storia come la generazione dei grandi sogni e dei grandi cantautori, come invece è ricordata quella dei nostri genitori. Però essere ricordato, tra 10 anni, per essere la generazione “che ti è ripresa un gelato” o semplicemente “la generazione Winner Taco” a me non va  proprio giù. E’ vero: siamo la generazione che si esalta ancora per le sigle dei cartoni animati dei nostri tempi, quella che si emoziona nel ricordarsi quale connessione ci sia tra una musicassetta e una matita, quella che più o meno a 20 anni festeggiava un mondiale vinto in terra crucca contro i francesi (combo di orgasmo calcistico che mai più ci potrà essere nella storia). Siamo però, anche e soprattutto, la generazione che prima veniva stereotipata come quella “Mille euro” del film di Massimo Vernier e che poi-nella realtà- si è trasformata in quella a “stage gratuito”: aspettando ancora un regista che tristemente chiami un suo film così. Siamo la generazione che si è vista in 10 anni smontare la scuola pubblica pezzo per pezzo e no-no!- non siamo rimasti a guardare un secondo e in ogni modo abbiamo provato a difenderla. Abbiamo combattuto e a nostro modo combattiamo quotidianamente un mondo che nessuno, da piccoli, ci aveva raccontato per quello che poi sarebbe stato. Nessuno, tra storielle nate dal “cosa vuoi fare da grande?” e panzane da lieto fine alla film Disney, ci ha mai preparato bene a quello che solo poi avremmo trovato. La generazione dei nostri genitori, quella che scrive questi articoli, non ci ha lasciato in eredità un mondo facile. Ecco: magari noi abbiamo i nostri tempi per lasciare il segno, magari abbiamo dovuto prendere qualche delusione da sconfitta in più per capire come si fa a vincere battaglie generazionali importanti, magari abbiamo dovuto vivere e combattere il quotidiano e non ci siamo accorti di quanto invece sarebbe stato il caso di fare-prima di tutto-una grande alleanza generazionale per riprenderci da soli un vero presente, sul quale poi poter edificare un futuro per cui valesse la pena fare tutti i sacrifici che stiamo già facendo. Ecco, magari è proprio così. E se fosse -quindi-basta etichette del cazzo e semplificazioni, per favore. Non siamo bamboccioni, non siamo quelli che vogliono il posto fisso vicino a mammà non siamo la generazione Winner Taco: semplicemente abbiamo i nostri tempi e un mondo là fuori- che non ci siamo costruiti noi ma che abbiamo ereditato- disilluso e che ci permette tutto tranne che facili distrazioni. E perdonate l’insolenza: in realtà è solo voglia di un mondo e futuro migliore.
Altroché Winner Taco.

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