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È finito Berlusconi, non il berlusconismo

 

Gli insulti ai senatori a vita nel giorno della decadenza del Cavaliere, giustamente stigmatizzati su “la Repubblica” da Curzio Maltese, altro non sono che la cifra morale, culturale e politica del ventennio berlusconiano.

Perché non c’è nulla di nuovo in quegli attacchi e in quegli ululati ferini, nulla che non avessimo già visto e purtroppo sentito, nulla di cui non ci fossimo dovuti vergognare di fronte al resto del mondo, dove personaggi come Ciampi, Scalfaro, Rita Levi Montalcini e oggi Piano, Rubbia e la Cattaneo sono considerati dei simboli dell’italianità migliore, dei punti di riferimento per l’umanità, dei capisaldi del pensiero scientifico e della bellezza architettonica, dei modelli di statisti al pari di Adenauer, Willy Brandt, De Gaulle e pochi altri.

Allo stesso modo, non c’è nulla di nuovo nemmeno nell’improvvisata manifestazione dei “berluscones” sotto Palazzo Grazioli: i soliti assalti alla magistratura e alla sinistra, la solita promessa di eternità, il solito incitamento a non mollare, la solita minaccia di rimanere comunque “in campo” e tutto l’armamentario retorico, oramai obsoleto, che l’ex senatore Berlusconi sciorina da vent’anni, continuando a interpretare la parte dell’uomo anti-sistema pur avendo governato per un decennio e condotto l’Italia sull’orlo dell’abisso.

Com’è possibile, dunque, che una vasta fetta di italiani, nonostante tutti i disastri che ha combinato, le inchieste in cui è coinvolto e la recente condanna, continui a votarlo e a credere in lui? Le risposte possibili sono molte, ma è su una, la principale, che dobbiamo concentrarci: perché il berlusconismo non è un modello politico né una filosofia di vita bensì, per citare Gobetti, “l’autobiografia della Nazione”.

Berlusconi, infatti, non ha inventato nulla: né il declino della Prima Repubblica né il dissesto dell’economia mondiale di questi anni, anche perché non ne sarebbe stato capace. Berlusconi, al contrario, non ha fatto altro che stimolare il nostro lato peggiore, proponendosi come l’arci-italiano e infischiandosene del dovere che avrebbe chi fa politica di provare a elevare il popolo e il suo livello culturale. In vent’anni, di cui dieci, ricordiamo, trascorsi a Palazzo Chigi, il Cavaliere ha fatto l’esatto opposto, trasformando in ministri dei personaggi improbabili e in parlamentari delle figure spesso imbarazzanti e talvolta impresentabili, puntando sulla cortigianeria e umiliando il merito e la competenza, al punto che persino alcuni dei suoi figli prediletti, Alfano su tutti, avendo conservato un briciolo di dignità, amor proprio e senso dello Stato, alla fine hanno preferito abbandonarlo e provare a ricostruire una destra decente dai connotati europei, più simile alla CDU della Merkel che alle derive populiste, demagogiche e pericolosissime di cui è disseminato il Vecchio Continente.

Il guaio è che oramai, dopo vent’anni, solo chi ha i capelli bianchi e almeno quarant’anni di politica alle spalle ricorda cosa sia e a cosa serva la politica, quale sia la sua funzione sociale, quali siano gli ideali, i valori, i sogni, le proposte, i progetti e le visioni che dovrebbero animare chi decide di occuparsi della cosa pubblica e di farsi affidare il compito di condurre la società verso un futuro migliore. Gli altri, a parte poche, marginali eccezioni, credono che la politica sia quella stanca e melensa litania che vediamo recitare nei talk show o un format, uno spettacolo, un insieme di battute in sequenza con le quali si può anche risultare accattivanti e simpatici ma di sicuro non si risolvono i problemi degli esodati, dei precari, dei giovani senza avvenire o dei pensionati che non arrivano alla terza settimana del mese e si mettono addirittura a rubare, coprendosi di vergogna, per sfuggire alla fame e alla disperazione.

Già, ma chi ne parla? Chi solo prova a difendere i pensionati e rispondere per le rime a quattro arrivisti che pensano di far carriera eccitando l’invidia e l’odio sociale di intere generazioni senza domani viene aggredito, massacrato, tacciato di passatismo, conservatorismo e volontà di difendere lo status quo, al punto che persino una pessima riforma come quella varata dalla Fornero sembra essere diventata intoccabile agli occhi di questi modernisti senz’anima e senza idee.

Per non parlare poi di chi si batte per il valore della cultura, del sapere e della conoscenza: il massimo elogio che rischia di ricevere è di essere sì un buon intellettuale ma nulla più, perché la gente ha bisogno di “fatti concreti”. Naturalmente, in cosa consistano questi “fatti concreti” non è dato saperlo, ma non fa niente: slogan, frasi fatte, luoghi comuni, battutine insulse e un linguaggio semplificato ai limiti del vuoto pneumatico “bucano” lo schermo assai di più di un’analisi profonda, lucida e ragionata sui problemi del Paese.

E pazienza se nella capacità di analisi, nella profondità, nel dialogo e nel confronto risiedono anche le possibili risposte: volete mettere quant’è più brioso e divertente lo scherzo, il tono divertito, la scemenza buttata là come diversivo, la formula magica, ovviamente irrealizzabile e dannosa, con la quale convincere il pubblico (perché dire popolo è considerato retrò) di essere Re Mida, di avere il Sole in tasca e di poter risolvere qualsiasi questione schioccando le dita!

Perché questo è stato il berlusconismo: un lavaggio di cervello collettivo durato vent’anni, aggravato dagli errori di una parte della sinistra e portato a termine dal qualunquismo di un comico dichiarato che a un certo punto si è sentito, a sua volta, in dovere di mettere in salvo la Patria, contribuendo a eleggere dei gruppi parlamentari che finora si sono distinti più per i dibattiti su scontrini e diarie e per le stravaganti esibizioni in Aula che non per una proposta politica concreta, in grado di affrontare le esigenze di chi sta patendo la crisi e non ne può più di vivere nell’incertezza, nella sofferenza, nell’impossibilità di condurre una esistenza libera e dignitosa, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione.

Ma non solo: è stato anche la versione all’italiana di quel fenomeno mondiale chiamato liberismo che ha offeso i diritti, reso precario il lavoro, falcidiato le tutele, le garanzie e l’assistenza sociale, sostituito le teorie positive e capaci di creare crescita e sviluppo di Keynes con quelle devastanti e anti-sociali di Friedman, violentato la Costituzione e condotto all’imbarbarimento la politica, al punto che oggi, anche a sinistra, per qualcuno occuparsi del dramma di chi ha meno e non riesce più neanche a sorridere è diventato inutile e poco “cool”.

Considerato in tutte le sue componenti, siamo nel complesso di fronte a una sorta di “peronismo gentile”, in cui conta solo vincere, non importa come, quando, a spese di chi, per fare cosa, con quale progetto e quale programma politico; nulla di tutto ciò ha più un senso o una ragione di essere perché basta arrivare primi, prendere un voto in più, sconfiggere l’avversario, a costo di far perdere tutti, a costo che arrivi la Troika, a costo che il degrado delle istituzioni subisca un’ulteriore torsione in senso presidenzialista, a costo che la volgarità diventi la via maestra del dibattito politico, a costo che i partiti si trasformino in comitati elettorali senza identità, a costo, in poche parole, della tenuta democratica del Paese.

Per questo, avvertiamo il dovere morale, umano, politico e civile di resistere, almeno noi, almeno qui, a questa irrefrenabile discesa agli inferi: perché oggi abbiamo la certezza che il berlusconismo non solo sopravvivrà a Berlusconi ma potrebbe addirittura rafforzarsi, vestendo i panni di un nuovo populismo non meno ignorante e non meno ricco di contenuti eversivi.

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