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prigioniero a Lampedusa

Buon natale Khalid,
prigioniero a Lampedusa

 

La pioggia è caduta per tutta la notte tamburellando sulle lamiere, sui vetri, sui mucchi di bottiglie di plastica che segnano il confine tra il dentro ed il fuori. Khalid ha seguito quel ritmo ossessivo senza riuscire a distrarsi. Ogni tanto controllava la tasca della camicia per assicurarsi di non aver perduto il foglio che notifica la richiesta dell’incidente probatorio arrivato la sera prima, all’improvviso, dopo ottantadue giorni dal suo arrivo. È il primo atto giudiziario che afferma che lui, insieme ad altri sette siriani, è un testimone di giustizia a disposizione dell’autorità giudiziaria. È andato a dormire vestito Khalid senza certezze, ma con la speranza che quel foglio volesse dire che anche lui la mattina sarebbe partito con gli altri, dopo ottantadue giorni prigioniero a Lampedusa.

Accanto a lui c’è un altro uomo che non riesce a prendere sonno. È l’onorevole. Il parlamentare che due giorni prima è entrato nel centro di accoglienza per una visita ed è rimasto per protesta, con l’obiettivo di liberare quegli uomini e quelle donne imprigionati in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo per aver firmato il foglio della denuncia dello scafista, l’ultimo anello dell’organizzazione di trafficanti di uomini che dalla Libia li ha portati a Lampedusa.
L’onorevole si chiama Khalid come lui, Khalid Chaouki. Ha la barba lunga e gli occhi stanchi all’alba della sua seconda notte nel centro di accoglienza. Si guardano e sorridono con la certezza che quel natale nessuno dei due lo scorderà facilmente.

Le nuvole se ne vanno con la mattina della vigilia, 24 dicembre, che porta il sole. La stradina sterrata è invasa dal pianto di una donna che rimbalza sulle lamiere e arriva al secondo piano dell’ultimo padiglione, dentro la finestra di Khalid.
È una donna eritrea che piange per la commozione. Sa che partirà con il primo gruppo in mattinata e piange per i sette eritrei che forse non andranno via neanche questa volta. Sono sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre, probabilmente il più tragico che il canale di Sicilia abbia mai visto con i suoi 368 morti annegati. Corpi celebrati dal mondo intero, corpi cui l’Italia ha promesso di dare un nome tramite il test del Dna, ma che poi ha sepolto anonimi, con un numero sulla lapide, lasciando ai parenti che ancora oggi arrivano da tutta Europa, il dolore dell’incertezza e dell’assenza di un luogo, una tomba su cui andare a piangere e a pregare. Quei sette superstiti, ottantadue giorni dopo sono ancora in quel centro, ancora, e fino all’ultimo, senza la certezza di poter andare via. “Non abbiamo commesso alcun reato”, dicono, “abbiamo solo collaborato con la giustizia”. Non è una bella figura quella che fa questo paese di fronte a questa affermazione, soprattutto se si ricorda l’orrore, recente, suscitato dal racconto di quei superstiti delle torture e degli stupri subiti in Libia da parte dei trafficanti di uomini, racconto che emerse quando uno dei loro aguzzini si presentò su un barcone ed entrò nel centro di accoglienza rischiando il linciaggio.

Quello sdegno è stato rimosso, come l’orrore di quella bara di legno sepolta in mare con 368 persone dentro.

Chissà quanto dureranno invece lo sdegno e la condanna suscitati dalle immagini girate di nascosto da Khalid. Quella “disinfestazione” da scabbia su uomini nudi, all’aperto, con un compressore. “Come animali” diceva Khalid mentre ci mostrava il filmato, il primo ad indignarsi era stato lui. Settantacinque giorni nel centro di Lampedusa non lo avevano assuefatto all’orrore. In posti dove la parola accoglienza ha perso di significato da un pezzo, la dignità diventa un concetto elastico che si allunga e si distorce. È avvenuto continuamente di fronte a immagini di sovraffollamento, materassi fradici di pioggia, ripari costruiti con le coperte termiche, bambini che giocano nel fango. Alla fine, ci siamo tutti abituati.

“Lampedusa deve tornare ad essere il porto più vicino dove portare i naufraghi. Non è possibile che rimangano qui per mesi persone sopravvissute ad una tragedia come quella del tre ottobre”. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, è una persona schietta. Quando arriva al centro abbraccia il deputato Chaouki, poi viene circondata dai dipendenti della cooperativa Lampedusa Accoglienza, quella licenziata dal governo. Hanno paura per il loro futuro. È un altro effetto, parallelo, del rumore che hanno fatto quelle immagini clandestine. Di quelle immagini parla il sindaco: “niente potrà più essere come prima. Il parlamento e il governo dovranno rendersi conto che è ora di lavorare seriamente per riformare totalmente il sistema di accoglienza nel nostro paese”.

Accoglienza. “Prova ad immaginare una settimana di acqua gelata dentro casa. L’impossibilità di fare una doccia, di trovare vestiti puliti. Immagina il freddo che arriva all’improvviso quando non hai nulla per difenderti. Prova.” Dice così Khalid mentre mi guarda dritto negli occhi e dietro di lui 169 persone salgono sui pullman e si avviano verso l’aeroporto. Si tocca la tasca della camicia e il suono di quella carta firmata dalla Procura di Palermo non lo rassicura più. Capisce che non equivale ad un biglietto per la Sicilia, che il natale lo passerà a Lampedusa. Khalid Chaouki è li intorno che cammina parlando al cellulare. È una trattativa serrata quella che conduce con ministri e sottosegretari. Il trasferimento dei diciassette superstiti, testimoni di giustizia, sembrerebbe una questione semplice, banale, dovuta a quelle persone che sono qui da ottantadue giorni mentre per legge dovrebbero restare al massimo 72 ore. E invece no, è complicato, dalla burocrazia, dalla magistratura che non ha ancora fissato una data per l’incidente probatorio, dalla politica che non riesce e non vuole prendere una posizione. È complicato al punto da sembrare voluto e nelle orecchie di Khalid comincia a suonare come una punizione.

Quando il sole è tramontato da un pezzo, il timore è diventato certezza: il natale di Khalid, e degli altri testimoni di giustizia, sarà qui, nel centro di accoglienza di Lampedusa. Il cancello si chiude e dietro le sbarre si distingue solo qualche migrante dietro ad un numero esagerato di divise. La trattativa si è arenata e Khalid, il deputato, si avvia verso i padiglioni per passare un’altra notte assieme a quei diciassette uomini di cui sembra essere il solo a volersi ricordare, a volerne affermare ostinatamente i diritti.

Khalid il siriano la sera di natale mi ha chiamato. Era di buon umore. Mi ha detto che ha una sensazione positiva, che è sicuro che domattina riuscirà a partire, se lo sente. Poi mi ha augurato buon natale.

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