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Palestina e Israele: gli accordi di Oslo, 20 anni dopo

 

Si è tenuto a Roma il 3 ottobre scorso, presso la Sala del Carroccio al Campidoglio, il convegno promosso da ISM Italia e del gruppo consigliare 5Stelle, “Gli accordi di Oslo, 20 anni dopo”. Nell’incontro si è cercato di illustrare e chiarire che cosa siano davvero stati gli accordi di Oslo, che cosa abbiano comportato per il Popolo Palestinese e come essi si siano rivelati non un percorso verso lo stato Palestinese, ma una cornice entro la quale Israele ha proseguito la sua politica di annessione di territori palestinesi e di espulsione delle popolazioni autoctone.

I lavori sono stati introdotti da Daniele Frongia, consigliere del movimento 5 Stelle Alfredo Tradardi, fondatore di  ISM Italia e da Bianca Scarcia, docente di islamistica dell’Università La Sapienza di Roma.
Nella relazione di apertura Wassim Dahmas[1], ha ricostruito le vicende ed il percorso che ha portato la dirigenza palestinese agli accordi di Oslo. Egli ha messo in luce alcune importanti tappe storiche attraverso cui l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si è progressivamente allontanata dagli obiettivi iniziali, fino ad approdare agli accordi di Oslo, ormai in condizioni di forte debolezza ed involuzione interna, di distacco dalla propria base popolare e di isolamento internazionale.

L’OLP era sorta nel 1964, anche sotto la spinta dei paesi arabi, come organismo di coordinamento dei diversi gruppi armati sorti dalla diaspora palestinese in seguito alla Nakba, la catastrofe che segnò l’inizio e il culmine della pulizia etnica in Palestina.

E’ bene evidenziare che la prima Carta dell’OLP non parlava di partizione in due Stati, ma auspicava uno Stato democratico, dove potessero coesistere, musulmani, cristiani ed ebrei.
Dahmash ha ricordato le tappe che segnarono l’involuzione successiva.

L’assemblea generale delle Nazioni Unite del 74’, dove Arafat fece il famoso discorso del ramoscello di ulivo, cui seguì l’accantonamento degli obiettivi iniziali centrati su liberazione, autodeterminazione e coesistenza in un unico paese, a favore della partizione e della creazione di uno stato palestinese in una qualche parte della Palestina occupata. E’ da questo momento che cominciarono ad affluire nelle casse dell’OLP enormi quantità di denaro, che permisero si, lo sviluppo di un avanzato stato sociale, ma anche il rafforzarsi di forti interessi nei gruppi dirigenti e nelle élite economiche.

L’esilio a Tunisi, dopo che nell’82 Arafat con tutta la dirigenza ed i fedayn furono costretti a lasciare il Libano: l’OLP si trovò così del tutto isolata dalla sua base popolare, e con gli apparati burocratici e militari dispersi in vari paesi.

Lo scoppio nell’87 della prima Intifada, che, promossa da una coalizione di forze locali, colse di sorpresa sia l’OLP che Israele. Di fronte a questa rivolta spontanea e nonviolenta delle masse, Israele reagì con forza spropositata, oltre ad espellere nel giro di pochi giorni quasi tutti i Lieder della resistenza, mentre l’OLP, che non capì la forza di quello straordinario movimento, nel tentativo maldestro di mettersi a capo della rivolta, compì alcune azioni armate, forti ed eclatanti, ma di scarso effetto.

La Conferenza di Madrid del 1991, a cui Arafat e l’OLP arrivarono molto indeboliti da molti fattori: il distacco dalla base popolare, le lotte interne tra le varie fazioni,  il taglio delle risorse finanziarie provenienti dai paesi del Golfo, a causa della posizione pro-irachena assunta da Arafat nella I guerra del Golfo del’91, il crollo dell’Unione Sovietica. La conferenza si concluse in un nulla di fatto, giacché le intenzioni dichiarate di Shamir erano di tirare per le lunghe i negoziati fino a quando l’annessione della Cisgiordania  non fosse diventata un fatto compiuto.

Sugli Accordi di Oslo e sulle conseguenze per il Popolo Palestinese si sono soffermati Enrico Bartolomei e Jamil Hilal[2].
I negoziati si svolsero segretamente ad Oslo, tra Israeliani e rappresentanti dell’OLP, mentre in contemporanea altri incontri, aperti e pubblicizzati, si tenevano negli Stati Uniti, con l’unico scopo di sviare l’attenzione dai veri negoziati che si stavano svolgendo in Norvegia. Gli accordi si compongono di due parti: Oslo 1 e Oslo 2.

Oslo I. Dapprima si ebbe il riconoscimento reciproco tra Israele e OLP: Arafat confermò l’impegno dell’OLP nel riconoscere il diritto di Israele a vivere in pace e in sicurezza, di rinunciare all’uso di terrorismo e della violenza e di modificare le parti della Carta Nazionale Palestinese che erano in contrasto con questi impegni. Rabin riconobbe l’OLP come rappresentante del popolo palestinese.

Nel settembre 1993 si firmò a Washington la “Dichiarazione dei Principi riguardanti progetti di auto-governo ad interim”. In base all’Accordo, Israele si sarebbe ritirato dalla Striscia di Gaza e da Gerico, con ulteriori ritiri da altri settori non specificati della Cisgiordania nel corso di un periodo di cinque anni. Durante questo periodo, l’OLP avrebbe formato una Autorità Palestinese (AP) con poteri di autogoverno nelle zone evacuate dalle forze israeliane, ed avrebbe eletto il Consiglio legislativo Palestinese. Le questioni chiave, come l’estensione dei territori da cui Israele avrebbe dovuto ritirarsi, la natura dell’entità palestinese da stabilire, il futuro delle colonie israeliane, l’accesso all’acqua, il ritorno dei rifugiati e lo status di Gerusalemme furono accantonati e rimandati ai colloqui sullo status definitivo.

Oslo II. Nel settembre 1995, con l’Accordo di Taba, la Cisgiordania fu divisa in tre zone: A, B, C. Esso prevedeva il ritiro di Israele dalla Zona A, circa il 3% della Cisgiordania con le città di Nablus, Jenin, Tulkarem, Qalqilya, Ramallah, Betlemme ed Hebron (quest’ultima divisa in due parti con il controllo palestinese sull’80% della città). Nella zona B, circa il 23% della Cisgiordania, che includeva circa 440 villaggi palestinesi, l’ANP avrebbe svolto le funzioni amministrative, lasciando agli israeliani il controllo della sicurezza interna. Infine, l’Area C, circa il 74% della Cisgiordania, vale a dire tutte le colonie e i nuovi quartieri ebraici a Gerusalemme Est e dintorni, sarebbe rimasta sotto il pieno controllo civile e militare di Israele. Le forze di sicurezza palestinesi si sarebbero coordinate con quelle israeliane per il controllo dei territori palestinesi.

Come si vede, gli “Accordi di Oslo” non furono degli accordi di pace, ma piuttosto un processo di negoziazione che non specificava alcun risultato certo e che rimandava ad un tempo indeterminato i punti più spinosi ed il negoziato sullo status definitivo. Di fatto, ai palestinesi fu chiesto di realizzare subito i principali compromessi, mentre Israele, al di là riconoscimento dell’OLP, avrebbe dovuto fare le concessioni solamente in una ipotetica seconda fase.

E’ così che si arriva a Camp David II: il mito dell’offerta generosa. (luglio 2000) La narrazione prevalente afferma che Arafat rifiutò una offerta assai generosa fattagli da Barak, e sostenuta da Clinton, rendendosi così responsabile della seconda intifada.

In realtà, l’offerta “generosa”, era un piano che legittimava l’annessione israeliana sul 10-13,5% della Cisgiordania e la sua presenza militare su un ulteriore 8,5-12% per un periodo non specificato. Israele rifiutò di affrontare la questione del ritorno dei profughi e propose l’annessione dei principali blocchi di colonie, legittimando così il proprio controllo sulle principali risorse idriche della Cisgiordania. Lo spazio aereo doveva rimanere in mani israeliane, lo stato palestinese, diviso in due grossi bantustan, doveva essere rigorosamente smilitarizzato e Israele avrebbe mantenuto il pieno controllo su tutte le frontiere. Gerusalemme sarebbe stata posta sotto la sovranità israeliana, e ai palestinesi era concesso un “passaggio-sicuro” per la Spianata delle Moschee. Tale situazione, peggiorata, si è trascinata fino ad oggi

In conclusione, gli Accordi di Oslo hanno prodotto i seguenti effetti negativi:

 

A. Hanno favorito ed accelerato l’espansione delle politiche coloniali israeliane.
Il numero dei coloni è cresciuto da 240.000 nel 1990 a oltre 650.000 nel 2012, con una espansione territoriale degli insediamenti, che circondano le città ed i villaggi palestinesi, del 182%, mentre il sistema di apartheid è stato rafforzato col controllo dei punti in entrata ed uscita da e per Gaza e la Cisgiordania, col controllo dei movimenti di persone e cose, con la costruzione di strade per soli israeliani, con la costruzione del muro. Ciò ha comportato per i Palestinesi, privazione dei diritti, rischi di ogni genere, arresti arbitrari, demolizione di case, aggressioni e guerre.

B. Hanno facilitato lo smantellamento del movimento politico palestinese
Gli accordi hanno diviso il movimento palestinese e lo hanno lasciato senza istituzioni nazionali reali. L’OLP, che era l’istituzione nazionale rappresentante tutti i Palestinesi, è stata messa ai margini a favore di una Autorità Nazionale Palestinese (ANP) con poteri amministrativi limitati e che cerca di darsi una parvenza di Stato con tutto un sistema di bardature e di simboli statuali (ministri, forze di sicurezza, burocrazie e gerarchie) inutili perché, di fatto, sotto occupazione militare. Il Consiglio Nazionale Palestinese, che è l’organismo rappresentativo di tutti i palestinesi, della diaspora e sotto occupazione, non è convocato da anni.

C. Hanno prodotto lo smantellamento dell’economia palestinese.
La pretesa di creare una economia palestinese funzionante e la fattibilità di uno sviluppo sostenibile si sono dimostrate impraticabili in una condizione di occupazione e sfruttamento coloniale che controlla le risorse (terra e acqua), l’attraversamento dei confini e il commercio, i movimenti di beni ed individui.

D. Hanno promosso una rappresentazione falsata della storia, della geografia e della demografia palestinese e la diffusione di false illusioni.
Nella lettura politica prevalente si pensa, infatti, che la Palestina sia nulla di più della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che corrispondono al 22% della Palestina sotto mandato britannico. Ne consegue che i Palestinesi vengono ridotti a coloro che abitano questi due territori, escludendo almeno i due terzi di tutti i Palestinesi: coloro che vivono in Israele, nel campi profughi dei paesi arabi, e che sono sparsi nel mondo. Ciò evita di considerare il problema del diritto al ritorno dei palestinesi (e dei loro discendenti) che furono espulsi dalle loro case nel 1948. Inoltre, si fa iniziare la storia palestinese dall’occupazione, nel’67, di Cisgiordania e Striscia di Gaza.

In questo modo i Palestinesi, risultano non presenti nella prima metà del secolo 20°, quando invece hanno combattuto per l’autodeterminazione contro l’occupazione militare britannica e poi contro la colonizzazione sionista. Infine, Oslo ha favorito la diffusione di una serie illusioni, come quella di uno Stato Palestinese, autonomo ed in grado di autosostenersi.

Ma poiché l’establishment israeliano ha più volte affermato che uno Stato Palestinese entro le linee del ’67 non è possibile, la soluzione consisterebbe in uno Stato “virtuale”, entro confini da stabilire, ottenuto attraverso  lo scambio di territori: i territori palestinesi abitati da israeliani andrebbero annessi ad Israele, e i territori abitati da “arabi israeliani”, potrebbero essere attribuiti a questo futuro “Stato virtuale palestinese”. Questo scambio, darebbe la carta legale ad Israele, per espellere i palestinesi sopravvissuti alla pulizia etnica del 1947-49, che oggi sono cittadini israeliani.

In definitiva, Gli Accordi di Oslo furono un disastro per i Palestinesi e diedero luogo ad una Nakba strisciante, perchè offrrirono alla classe politica israeliana la copertura per continuare con le sue politiche di occupazione e di insediamento coloniale, che ancor oggi minacciano il futuro di questa terra.


[1] Docente di Lingua e Letteratura araba all’Università di Cagliari,

[2] Bartolomei, Università di Macerata, Hilal, storico israeliano residente a Ramallh

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