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Il premio Ilaria Alpi: il giornalismo e l’esempio di Raffaele Ciriello

 

Il giornalismo italiano ed internazionale trova ogni anno al Premio Ilaria Alpi,a Riccione, uno dei momenti di riflessione piu’ interessanti e di alta qualita’. Non solo per i reportage e servizi televisivi che concorrono e che vengono premiati, ma anche perché nei vari dibattiti ed incontri si ha l’occasione di fare il punto sull’informazione nazionale,soprattutto. Lo stato dell’arte, come si dice, di questa nostra professione delicata quanto importante nei meccanismi delle democrazie moderne. E quest’anno,alla vigila della nuova stagione di informazione che si sta aprendo,dagli incontri di Riccione sono venuti spunti importanti. Innanzitutto per riportare all’attualita’  la memoria di uno straordinario fotografo di guerra e di conflitti, sociali e internazionali: Raffaele Ciriello. Fotografo e medico chirurgo,uno di quei giornalisti fotoreporter che nn lasciava mai la macchina fotografica,tranne che in una occasione. Quando vedeva davanti a se’ dei bambini feriti: allora in quella occasione lasciava il suo occhio sl mondo per aiutare i bambini, indossando il camice bianco. Ciriello e’ morto  colpita da un carro armato israeliano,mentre fotografava la battaglia di Ramallah,in Palestina,il 13 marzo 2002,filando in diretta la propria morte,perche’ fino all’ultimo aveva tenuta accesa la sua macchina fotografica. Ciriello e’ presente al premio Ilaria Alpi con le sue fotografie,”I bambini e la guerra. Cartoline dall’inferno”, che prende il nome dal suo sito Internet che raccoglieva le sue riflessioni di viaggio. quelle immagini sono a testimonianza del suo lavoro e del suo amore  per le vittime delle guerre. Ed e’ giusto che si continui a parlare i Raffaele Ciriello,che sia da esempio di coraggio e di giornalismo,perche’ ogni sua fotografia era una inchiesta. Parlava con i visi ed i volti delle persone, con la gravità’ delle situazioni che ritraeva . I l suo posto nn poteva che essere qui, al Premio Alpi.
Qui dove anche in questa XIX edizione,si e’ visto  che il giornalismo di inchiesta e di denuncia e’ vivo e vitale,pur nelle sue molteplici forme, Anche in televisione. Colpisce vederli tutti insieme,in rassegna al Premio Alpi, sopratutto perche’ ,nella realta’ dei  palinsesti, quelle inchieste e quei reportage sono invece diluiti in un insieme di altre trasmissioni, alcune delle quali stucchevoli, tra l’intrattenimento ed il talk show, che confinano spesso questi ottimi reportage in  orari notturni oppure in spazi che ne attutiscono l’importanza e l’impatto con l’opinione pubblica. Spesso poi vengono  da tv locali o network di poca diffusione ; per cui l’ottima inchiesta, per esempio di mafia, finisce per non incidere nella conoscenza del fenomeno. Ben venga quindi il premio Alpi perche’ almeno mette in evidenza queste inchieste, fa capire che una strada tracciata esiste,basta volerla percorrere.
Contemporaneamente dai dibattiti in corso a Riccione,  emergono giornalisti con storie di battaglie per l’informazione pulita e per la legalita’ ,spesso sconosciuti al grande pubblico,ma testimoni invece di una informazione quotidiana che da fiducia ai cittadini, ai lettori di piccoli giornali ed agli  utenti di siti internet di denuncia. Parliamo di persone come Marilena Natale che a Casal di Principe denuncia quotidianamente gli affari sporchi della camorra e le collusioni tra criminalita’ e politica; parliamo della forza di Jean Claude Mbebe che dal Camerun all’ italia sperimenta il linguaggio della tv via web con la forza d chi vuole essere libero di informare da giornalista non allineato ai poteri e che per questo era stato costretto a fuggire dal suo paese africano. Per non dimenticare poi il viaggio nei manicomi criminali di Francesco Cordio, con il suo documentario ” Lo Stato della follia” ,uno dei piu’ belli ed interessanti degli ultimi anni,nel campo della denuncia dei settori piu’ poveri e dimenticati della realta’ italiana, quelle discariche sociali  su cui troppi, anche nell’informazione hanno chiuso gli occhi negli anni scorsi, favorendo cosi la loro sconcia sopravvivenza.
Sono  esempi, come quelli di Marco Cesario o di due autori di libri sulla mafia a San Marino, Davide Grassi e Davide Maria De Luca, di una forza dell’informazione che sul territorio, negli angoli che si vogliono tenere oscuri dell’economia e della politica, riescono invece a far luce e parlare, a denunciare.  Anche in questo il Premio Alpi e’ importante perche’ solo qui,spesso, questi autori trovano modo di far sapere ad un pubblico ampio il proprio lavoro, a presentare la propria informazione scomoda.
Quindi due aspetti che possono apparire contraddittori emergono da queso Stato dell’Arte del giornalismo: da un lato una presenza forte del giornalismo di approfondimento ed analisi, dall’altro una sua progressiva  diluizione e scomparsa man mano che si analizza il ” mare magnum” dell’informazione,la dove, e’ stato denunciato ancora qui a Riccione, l’informazione pulita su,ad esempio, corruzione, mafie ed antimafia, fatica ad emergere ed a fare opinione.  Se ne e’ palato anche negli aperitivi del direttore di RaiTre, Andrea Vianello, con Concita de Gregorio e Milena Gabanelli, pensando al ruolo tra inchieste e talk show, ad esempio.  Ma la risposta,forse  piu’ vera,sicuramente la piu’ degna di interesse, e’ arrivata dal dibattito sulla Rappresentanza,politica e media di venerdì’  sera. Quando e’ emerso con chiarezza che uno dei mali italiani di questi ultimi 20 anni, e’ stato il legame stretto tra televisione e politica, sino al punto della sovrapposizione di facce, metodi, discussioni,espressioni gergali e lessicali, sino al punto di rappresentare in qualche programma televisivo la ” terza” o ” quarta” Camera Parlamentare. Esempio piu’ lampante la scorsa campagna elettorale che, complice l’inverno ( complicità’ studiata ,per altro, da chi aveva voluto anticipare il voto…) , si e’ svolta più in televisione che in piazza. Con esiti che hanno cambiato la nostra geografia politica. Ma,per quanto ci riguarda, con lo snaturamento del mezzo televisivo di discussione ed approfondimento, perche’ sulla cultura della notizia e della sua spiegazione,e’ prevalso lo scontro e la rappresentazione della propaganda, la saturazione degli spazi televisivi di Berlusconi e la rincorsa di Grillo (due esempi folgoranti)   da parte delle Tv che nn voleva frequentare con il risultato di esserci continuamente.  Ecco, in questa televisione, ancora vista dalla maggioranza degli italiani, poco spazio c’e’ stato e c’e’ ancora per l’inchiesta, l approfondimento, il confronto per comprendere quello che si muove nelle nostre societa’ e soprattutto per orientare il consenso alle battaglie cruciali per lo sviluppo democratico delle culture’ occidentali.
Dunque per prima cosa bisogna eliminare la sovrapposizione tra politica e televisione, restituire a ciascuno i propri ambiti, ai giornalisti soprattutto il proprio ruolo di  persone dedite alle inchieste ed alla conoscenza,della notizia e della spiegazione dei fatti.  Distinzione tanto piu’ importante nell’informazione sulle mafie, sulla corruzione, nella lotta alle infiltrazioni criminali nell’economia legale.
Anche perché siamo al punto attuale di non saper bene cosa succede veramente in Siria ,per poter decidere una posizione ragionata di fronte al pericolo della guerra. E questa assenza di informazioni precise, al di la’ della forte responsabilità’ delle arti n conflitto da due anni, e’o non e’ la rappresentazione della crisi del giornalismo,inteso come mestiere della conoscenza e della spiegazione corretta del lo Stato dell’Arte?
Da qui forse dobbiamo partire per discutere con tutti e non solo con la politica, il ruolo del giornalismo in questo 2013 che si avvia al suo autunno. Perche’ e’ una discussione impellente,per evitare una deriva che rischia di cambiare il ruolo dell’informazione nel mondo ed in Italia.

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