Sei qui:  / Articoli / Interni / Non seppe sopravvivvere alla morte del proprio sogno. Memoria di Rita Atria

Non seppe sopravvivvere alla morte del proprio sogno. Memoria di Rita Atria

 

Aveva 17 anni Rita Atria, figlia di don Vito, sorella di Nicola Atria di Partanna, figlia e sorella di boss in un paesino dove la mafia la fa da padrona. Ma qualcuno aveva sbagliato qualche calcolo, si era fatto troppi nemici e così don Vito viene ucciso e, poco dopo, anche Nicola. Sono situazioni che possono capitare in una famiglia legata alla malavita, ma lei, sua madre e la moglie di suo fratello Piera Aiello, avrebbero potuto essere ancora rispettate e temute. Poco può cambiare la storia come una donna libera come Piera e Vita Maria, la figlia che porta in grembo: Piera comincia a collaborare con la giustizia, vuole farla finita con quel mondo di violenza e desolazione. Ha incontrato Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che ascoltano le sue denunce e le danno un modo per vendicarsi contro quel sistema che l’ha resa vedova, facendoli arrestare tutti, denunciandoli, distruggendo le loro trame.

Rita ci pensa un po’ su, poi decide di fidarsi, di uscire dal sistema in cui ha sempre vissuto e collaborare con la giustizia, perché ha scoperto che, oltre alla politica collusa, ci sono anche magistrati di cui può fidarsi, che la mafia la combattono veramente. Spera in un cambiamento, lascia tutto, il suo paese, la sua famiglia, sua madre. Unico riferimento la cognata Piera ed i due giudici che l’hanno ascoltata. Vive in incognito, cambia nome, studia, ma la mafia non intende lasciarle pace. Ed ecco la strage di Capaci. Cos’è la morte di Falcone per la ragazza che si è fidata tanto del giudice da lasciare casa e famiglia, convinta che le sue testimonianze avrebbero aiutato la giustizia? Cosa avrà provato vedendo quelle lamiere contorte, lei che aveva affidato la sua vita ad un programma di protezione che si era dimostrato così poco efficace? Paura. Lo scrive lei stessa nel suo tema di maturità.

“La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte del giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. Con lui è morta l’immagine dell’uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perché sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.

Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un’immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perché tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai.

Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi.

Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c’e chi ha paura come Contorno, che accusa la giustizia di dargli poca protezione. Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un’altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.

L’unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti.

L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

Ma che Stato è uno Stato che non sa dare protezione a chi lo aiuta a distruggere la criminalità, la mafia che combatte, che Stato è quello di cui è evidente l’impotenza ad una ragazzina di 17 anni? Come si fa, con che coraggio ci si può mettere contro un potere criminale, se chi dovrebbe garantire tutti i cittadini non ha i mezzi nemmeno per garantire chi si schiera al suo fianco contro la criminalità? Quale speranza di risultati danno, a chi si gioca tutto per combattere i clan, questo Stato e la sua gestione della giustizia ? Eppure Rita va avanti a testimoniare, ci crede, finché c’è Borsellino la testimonianza ha senso, deve vendicare la sua famiglia, fare a pezzi il sistema mafioso, spera in un mutamento collettivo.

Ma poi, alla tragedia della morte di Falcone si aggiunge quella dell’assassino di Borsellino. Rita non ce la fa. Si sente prigioniera, isolata dalla sua famiglia che la vede come un’infame perché ha denunciato e da uno Stato di cui non si fida più e da cui non si sente protetta. Non ce la fa, e lo scrive: “Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta”. Purtroppo quelle di Rita non sono solo parole: una settimana dopo si suicida buttandosi nel vuoto dal settimo piano del palazzo di via Amelia a Roma, dove viveva sotto protezione. Rita non ce l’ha fatta a continuare. Continuerà anche per lei Piera Aiello, moglie del fratello di Rita, Nicola. Continuerà per dare un futuro a Vita Maria, sua figlia, e le sue testimonianze hanno dato frutto. Continueranno in tanti, in memoria di Rita Atria, a denunciare per vent’anni e saranno l’unica memoria della vita di questa ragazza coraggiosa, dato che a Partanna la madre di Rita ne ha distrutto la tomba subito dopo i funerali, per la vergogna di avere una figlia infame, e solo da un anno Rita ha una tomba con una foto riconoscibile. Si è creata un’associazione antimafia a nome di Rita, il suo nome è stato dato ad una delle cooperative di Libera che gestiscono i terreni confiscati alla mafia e tornano a coltivarli producendo frutti buoni e dando lavoro a tanti. Segno che forse Rita ha avuto più ragione nella sua speranza che nella sua disperazione; nonostante i tanti ritardi che ancora ci sono nella protezione dei testimoni di giustizia e nella lotta alla criminalità organizzata, memori che viviamo in un paese dove una testimone di giustizia si è suicidata a 17 anni perché si è sentita abbandonata, forse davvero “se ognuno di noi proverà a cambiare ce la faremo” perché “chi ci impedisce di sognare?”.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE