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Turchia: i tre giorni che cambiarono tutto

 

Ci sono voluti tre giorni per arrivare a capire come  si sia trasformata la resistenza in Turchia. Tre giorni durante i quali, dall’ultima considerazione fatta circa la fretta di Erdogan nel voler chiudere la partita, i fatti, non solo ci hanno dolorosamente dato ragione, ma hanno completamente stravolto il peso delle forze in campo e, per conseguenza, quello delle forze fuori campo, prima fra tutte quella europea.

Ma facciamo un passo indietro.
Erdogan il 12 giugno incontra una delegazione di intellettuali, artisti e imprenditori e la notte stessa incontra una  delegazione di manifestanti. Incontri realizzati per i media che cominciano un poco ad innervosirsi, spinti dal crescente sdegno di una popolazione che addirittura  rende improcrastinabile al Parlamento Europeo uno stravolgimento dei programmi per  far sì che i vari portavoce dei gruppi facciano esondare lo sdegno e la condanna.
Ma Erdogan come avevamo detto, aveva furia e dopo un ulteriore, frettoloso ultimatum, il 15 sera, a sorpresa, fa sgomberare Gezi Park da polizia e bulldozer.

Domenica 16 Erdogan si presenta ad Istanbul di fronte  ad una piazza riempita da oltre 200.000 suoi sostenitori appositamente trasferiti con autobus e traghetti all’uopo noleggiati, mascherando la propria comunicazione al mondo come Premier di un paese (peraltro più che legittima) con una “convention” del proprio partito, l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). Quella comunicazione si è rivelata un capolavoro della politica se non fosse stato per il pubblico, che, tra il timoroso e forse lo svogliato, reagiva solo a comando.

Sviluppatosi nell’arco di ben due ore, senza alcun contraddittorio ovviamente, né altre voci del coro (che ci saremmo potuti attendere da una convention di partito), il discorso di Erdogan, secondo il più autentico e classico stile turco si è svolto attraverso domande e risposte che lo stesso si faceva ed alle quali rispondeva, rispettando quello stile comunicativo che ha fatto della retorica un’arte e che ha sempre contraddistinto il parlare dei colti verso il popolo. In breve, per fare qualche esempio, nel rivolgersi alla folla si domandava “sono state costruite scuole e strade in molti villaggi e città dell’interno? Si sono state costruite. E’ stato dato avvio per la realizzazione di un centrale nucleare con il Giappone per darci indipendenza energetica? Si è stato dato avvio.” E così via secondo un lungo elenco che costituiva il breviario di buone parole ed opere  messe in atto dalla Turchia, ovvero dal suo partito, ovvero da lui. Tutte cose vere. Così come è vera, ad esempio, l’importantissima fine della guerra con i curdi in base all’accordo recentemente raggiunto. Ne è dunque emerso il quadro di un paese in pieno sviluppo ed anzi, un paese che per la sua ricchezza può permettersi di contestare l’atteggiamento di condanna europeo, tanto che nell’occasione sono state ricordate al Parlamento Europeo le condizioni in cui si trovano alcuni dei paesi membri, l’uso dagli stessi fatto della stessa violenza nelle piazze fino ad arrivare  al solito gioco domanda/risposta: “abbiamo noi restituito tutti e 5 i miliardi presi in prestito dal FMI? Si li abbiamo restituiti”, sancendo così quella questione fondamentale per la quale l’Europa avrebbe bisogno della ricchezza turca e non viceversa. E se non fosse chiaro, diffidando dunque il Parlamento Europeo a mettere bocca dove non gli compete. Se non gli va bene, che le imprese europee che operano con grande profitto in Turchia se ne tornino ai loro mercati che certo di interlocutori dotati di know-how, al paese non ne mancano.

Difficile, per gli orecchi di uno straniero, arrivare a capire la portata di simili affermazioni se non si indaga a ritroso nella storia di questo paese. La storia recente certo, che è stata sempre caratterizzata da poteri forti che con la forza hanno governato su una popolazione obbediente e ciecamente fedele ma che andava tenuta  “al guinzaglio” con determinazione.  Erdogan stesso, nella sua storia politica conobbe carcere ed interdizione dalle cariche pubbliche in quanto nel 1998, giudicato dall’allora governo colpevole di incitamento all’odio religioso avendo pubblicamente declamato i versi del poeta Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati… “, venne imprigionato e privato dei diritti politici (Erdogan fu poi riammesso a godere appieno dei diritti politici nel 2002 con un provvedimento “ad hoc”ed addirittura fu una discutibilissima “elezione supplementare” nel 2004, tenuta nella lontana provincia di Siirt, a fargli guadagnare il seggio in Parlamento, dopodichè l’allora premier Abdullah Gül, gli spianò la strada al premierato diventando lui stesso Presidente della Repubblica. Avrebbe dunque qualche “pannicello sporco” anche lui da lavare…).

E con lo stesso modus operandi che portò lui alla prigione, intende liberare la Turchia da coloro che inizialmente erano “çapulcu, manigoldi” e che da domenica sono diventati “terroristi”. E la Turchia, ha aggiunto a chiare note, si libererà di loro con una determinazione che niente avrà da invidiare a quella romana contro i cristiani. Ricomincerà la delazione ed ufficialmente verrà richiesto a maestri e professori di ogni ordine e grado di intervenire e segnalare i facinorosi: “non gli abbiamo affidato i nostri figli per farne degli anarchici”, ha tuonato nella piazza che ha risposto compatta con una ovazione.

Alla fine di questa giornata, gas, spray e manganelli hanno avuto ragione delle grandi folle. Non potendone piegare lo spirito intanto ne sono state rotte le ossa. La folla si è dispersa. Si è divisa in gruppi e secondo l’antica regola del”divide et impera” il gioco si è fatto più semplice. La polizia, difesa da Erdogan in ogni suo comportamento (sul sito della Jenix, l’impresa di Istanbul produttrice dell’urticante largamente usato dalla polizia turca, da martedì è inaccessibile la pagina relativa alle “taniche” di quel liquido, espressamente prodotto per corpi di polizia, ecc. ecc.) , sta da due giorni operando arresti ed il tam tam sui social network riguarda adesso la richiesta di avvocati e, più che altro, informazioni sui fermati in quanto, purtroppo, tutt’altro che corta è la lista dei “dispersi”, persone che – in quel paese si sa – spesso non si ritrovano.

Tutto finito dunque? No, al contrario.
Questi tre giorni ci hanno anche fatto se non proprio dei regali, delle concessioni.

Quando chiedevamo che venisse espressa in maniera chiara ed inequivocabile la lista delle richieste della resistenza questa ci è ora pervenuta: libertà in tutte quelle forme che possono portare all’esercizio della democrazia.
Quando dubitavamo che il regime di un paese che sta trattando da anni per entrare in Europa, potesse essere tanto diverso e lontano, molto più vicino alla cultura ottomana dove i governi erano autoritari ed esercitavano senza scrupolo il potere con la forza (ma  che, tuttavia, aveva in quei secoli avuto l’accortezza almeno di  riuscire a creare un certo clima di tolleranze tra etnie, razze e popolazioni tanto che l’allora Costantinopoli ne era diventavo simbolo perenne), adesso ne siamo invece certi.

Quando ci domandavamo a chi appartenesse questa resistenza abbiamo avuto risposta. E la risposta è arrivata chiara nel rispondere ad un’altra domanda. Perché Erdogan all’inizio ha dato impressione di non riuscire a contenere il dissenso? E’ stata la prima volta che in Turchia una contestazione si è sviluppata seguendo certi schemi geografici, sociali e politici. Non vi ha partecipato l’opposizione parlamentare anch’essa inadatta ed impreparata. Vi hanno partecipato movimenti, culture e persone che sono figlie del progresso di quel paese. Progresso in senso culturale. Non sono masse affamate in rivolta. Sono il frutto di due generazioni di cultura universitaria, due generazioni che hanno ereditato la parte costruttiva del laicismo, due generazioni che hanno iniziato a parlare di diritto alla libertà di espressione, diritto alla libertà di opinione, diritti per le donne, diritto a quella libertà che invece, nella memoria storica dei quel paese è solo ed unicamente quella concessa dal governo. Ed a questo grande movimento si sono inevitabilmente aggiunte poi forze secondarie con specifici obiettivi. E se questo tipo di governance poteva essere congeniale fin quando la maggioranza della popolazione era incapace di un salto culturale, oggi, questo salto si è compiuto e come è logico e storico che sia, si è concretizzato in una larga contestazione del potere forte ed in una richiesta di libertà.

E non basta. Nell’esercizio del suo governo Erdogan è forte di una maggioranza del 34% che, in sede parlamentare grazie al premio di maggioranza ed al quorum di sbarramento che è ben del 10% (con grosso limite dunque per la democraticità del parlamento stesso, non essendovi assolutamente una tradizione di tipo anglosassone) gli ha dato potere assoluto potendo contare su 341 conto i 112 del principale partito antagonista. Prendendo coraggio dalla contestazione in atto, non molti giorni fa un esponente dell’opposizione, rivolgendosi in Parlamento ai rappresentanti del governo, anch’egli utilizzando il sopraffino sistema della domanda e risposta, accusò apertamente Erdogan ed i suoi colleghi di aver fatto tranquillamente e spudoratamente gli interessi  personali loro e quelli dei loro sostenitori, prediligendo dunque un certo numero di imprenditori  a danno di altri che abbiamo, per conseguenza ritrovato tra le file della resistenza (citando ovviamente esempi efatti). Dell’intervento fatto, ahimé, va ricordata una frase, triste perché ben ci fa comprendere come dall’Italia non si sia stati capaci di esportare unicamente  Michelangelo e seguaci. Al culmine della sua arringa il deputato domandò: “… vi è venuta la sindrome di Berlusconi?. Si vi è venuta.” (“Berlusconi sendromu”), con buona pace per le nostre esportazioni. Una volta eravamo popolari e sbeffeggiati nel mondo per la mafia… oggi non solo per quella.

Dopo questa lunga domenica densa di chiarimenti, il lunedì, dopo che i due maggiori sindacati avevano proclamato lo sciopero generale, Erdogan ha annunciato che lo stesso era illegale e la polizia ha avuto nuovamente mano libera (episodi che hanno coinvolto anche un fotografo italiano) mentre nel frattempo sono iniziati gli arresti ed i controlli  a tappeto con fermi arbitrari e prolungati. Le mie comunicazioni con chi costantemente mi informava via internet si sono nell’arco di pochissime ore ridotte quasi a zero e solo da stamani un leggero filo di Arianna si è ricostruito (molti sono stati e sono tutt’ora gli arresti ed i fermi per coloro che sui social network hanno inviato messaggi considerati “incitamento alla rivolta”).

Nel frattempo è iniziata la resistenza passiva, quella che un secolo fa con Gandhi in testa, fece di un paese schiavo un popolo libero. Forse oggi si rivelerà semplicemente come una performance anacronistica e, visto il cipiglio dell’avversario, piuttosto debole. Ho visto recepiti sulla stampa italiana e non, tutti i luoghi comuni possibili che simili performance portano dietro (anche con qualche eccellenza nostrana di pessimo gusto e tracotanza), dimenticando e, soprattutto, non sapendo che molti dei #duranadam (uomo che non si muove), hanno sostato in luoghi emblematici della recente storia turca, dove sono state compiute molto spesso aperte violazioni dei diritti umani e dove il tributo di sangue talvolta è stato alto.
Ma già le notizie sono scivolate in seconda e terza pagina e tra non molto occuperanno i consueti trafiletti nelle pagine di politica estera. E con il silenzio, il Parlamento Europeo che oggi anche per il tramite del suo Presidente, Martin Schulz, ha inviato messaggi  di forte  condanna verso il regime turco, sotto sotto, nell’arco di qualche mese si ritroverà tranquillamente a cercar di risolvere silenziosamente la cosa con una tiratina d’orecchi, altrimenti come vedersela con banche ed imprese che là, in Turchia, hanno trovato quei mercati che nessun paese d’Europa può più offrire loro?

Ebbene, stamani mi è stato rivolto, nella confidenza estrema che solo un’amicizia può concedere, da parte di alcuni imprenditori di una città turca, un appello che personalmente intendo raccogliere anche se non a me direttamente era rivolto: “che l’Europa non ci abbandoni. Qui non cambierà nulla ed anzi, la repressione sarà spietata perché il Sultano non può perdonare né mostrare di non essere capace di tenere a bada il paese”. Persone normali che nella loro ingenuità hanno rivolto ad un altro essere normale, un appello degno di un presidente. Un dialogo tra gente destinata a stare nelle file degli inascoltati, ma mi era caro riportarvelo.

L’Europa credo però che dimenticherà, senza cattiveria ma lo farà. Dimenticherà perché ha la memoria corta, perché ha già un sacco di guai, perché ha bisogno delle ricchezze di Erdogan., o meglio, della Turchia e se la Turchia per essere ricca ha bisogno di Erdogan … viva Erdogan. Con buona pace delle libertà altrui. La Turchia ha dato comunque un grosso segnale ai suoi governanti. Probabilmente ci vorrà un’altra generazione o forse questo movimento di resistenza sarà molto più bravo di quanto ha fatto credere e riuscirà sin dalle prossime elezioni resistendo alla repressione e mantenendo alto il consenso interno, a cambiare qualcosa (quelle elezioni tanto sbandierate domenica scorsa da Erdogan che le ha più volte indicate come lo strumento per dissentire in un paese democratico come la Turchia, invece di andare, come ha sottolineato, dentro la moschea di Dolmabahçe con le scarpe, omettendo di dire che erano medici e feriti e che poi li ha fatti arrestare).

Il consenso esterno si sa, è secondario e poi viene sempre per conseguenza. Si sale di norma sul carro dei vincitori o di quelli che con le loro rogne ci fanno dimenticare le nostre, dandoci quindi l’opportunità – anche se fasulla – di sentirci più evoluti.

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