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La cultura del nuovo capitalismo

 

Sebbene si tratti di una riproposizione di un lavoro di qualche anno fa, rimane assolutamente imperdibile il saggio di Richard Sennett “La Cultura del Nuovo Capitalismo” tradotto, per il pubblico italiano, da Il Mulino. Il sociologo americano, infatti, mettendo a frutto anni di dura e faticosa ricerca, intende descrivere, in queste pagine, le basi culturali del nostro agire quotidiano nel lavoro, in famiglia, nella struttura sociale (almeno per ciò che concerne l’Occidente). Una struttura culturale che, come “dimostra” Sennet, non può non risentire delle abitudini consumistiche assimilate, dagli anni ’80 in poi, non solo dai popoli occidentali. Una cultura dell’ “usa e getta” che si adatta alle nuove esigenze imposte dal mondo del lavoro e dell’economia, dalla flessibilità, il continuo aggiornamento professionale, il principio di riconversione delle competenze che molti chiamerebbero anche “precarietà permanente”.

Uno status dell’uomo moderno che ha profonde ripercussione anche in ambito familiare e all’interno di qualsiasi relazione sociale. Il nuovo capitalismo, infatti, impone di agire a breve, di abbandonare rapidamente le esperienze passate, di rinunciare, quindi, ad un progetto complessivo di autorealizzazione. Ma tutto questo, secondo Sennet e altri sociologi “alla Bauman”, comporta dei pesanti costi sociali che riguardano l’identità sia come “individuo” che componente di un nucleo familiare o di una struttura sociale, più genericamente. L’ipervelocità, la flessibilità estrema, la precarizzazione, seppur comunemente accettate, non garantiscono l’immunità da traumi, anche psicologici. Ma, ciò che più conta per Sennet e su sui non usa mezze parole, pur rischiando di inimicarsi guru della new economy e l’estesa flotta di intellettuali tifosi del neoliberismo, è che “di sicuro questo sistema di cose non ci ha dato maggiore libertà”.

Il lavoro di Sennet è anche un’occasione per riflettere, più in generale, su quella che è stata denominata “economia cognitiva”. Come condivide la maggior parte degli economisti e dei sociologi, nelle grandi metropoli del mondo, infatti, dai primi anni ‘80 si è registrato un passaggio dall’economia “classica” di stampo fordista ad un’economia che è stata etichettata in vari modi: “post-fordismo”, “economia della conoscenza”, “capitalismo cognitivo” o della “specializzazione flessibile”. In questa nuova fase nascono o si amplificano settori produttivi come i seguenti: finanza, servizi alla persona, spettacolo, moda, arredamento, design, comunicazione. I processi di produzione sono de-routinizzati ed i contratti di lavoro diventano sempre più flessibili: cresce, cioè, l’occupazione temporanea, part-time e freelance. Dal punto di vista occupazionale si formano, da un lato, lavoratori specializzati e semi-specializzati ad alto reddito, dall’altro un secondo strato professionale, composto da lavoratori subordinati scarsamente retribuiti, impiegati in lavori manuali o in servizi poco qualificati quali manutenzione, settore alberghiero, cura dei bambini, pulizie, ecc.
Un nuovo tipo di economia, dunque, che, seppur presenti delle enormi potenzialità, rischia di aggravare le disuguaglianze sociali, e questo forse è ciò che più ci interessa in riferimento al caso “Italia” dove classe politica e dirigente non è ancora riuscita a proporre scenari futuri di sviluppo. Mentre nelle città americane, come sottolineano Sennet e c., il rischio è che questo nuovo tipo di economia disgreghi ulteriormente il ceto medio – che invece si era consolidato in epoca fordista – creando un pericoloso dislivello fra una elite ipertecnicizzata ed un esercito, sempre più vasto, di “manovali” (per lo più stranieri) utilizzati per lavori umili a basso prezzo.

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