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Europa riaccende fari su libertà stampa in Italia: inchiesta su diffamazione e tv

 

www.ossigenoinformazione.it– L’Italia è di nuovo il grande malato in Europa a causa del legislazione poco garantista sulla libertà di stampa e del duopolio televisivo giudicato poco rispettoso della concorrenza e del pluralismo. Nei giorni scorsi, infatti, l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha chiesto alla Commissione di Venezia il suo organismo specializzato nell’esame delle questioni di diritto, di verificare “se le leggi italiane sulla diffamazione sono in linea con l’articolo 10 della Convenzione Europea sui Diritti Umani (l’articolo che difende la libertà di espressione)… e se le riforme in materia radiotelevisiva approvate in questi anni (modifiche alla Legge Gasparri (sistema tv) e la Legge Frattini sul conflitto d’interessi) hanno superato i rilievi mossi dal 2005 in poi dalla stessa commissione di Venezia.La decisione è stata approvata a Strasburgo, durante la sessione di giovedì scorso 24 gennaio, che ha preso spunto dalla  condanna definitiva del giornalista Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, a 14 mesi di carcere  meno per diffamazione aggravata a mezzo stampa.

Come è noto,  quella condanna ha suscitato clamore e indignazione a livello internazionale, poiché ormai solo nei paesi autoritari i giornalisti colpevoli di diffamazione finiscono in carcere, e il “caso Sallusti” era solo la punta dell’iceberg: numerosi sono i giornalisti italiani che subiscono condanne detentive e centinaia sono i giornalisti  che ogni anno subiscono minacce, intimidazioni e gravi abusi a causa delle notizie che pubblicano: una condizione che non ha eguali in Europa.

Il Senato non ha preso in considerazione questo secondo aspetto, che pure nel 2012 è stato oggetto di indagine della Commissione Parlamentare Antimafia, e richiederebbe una legge ad hoc e alcune riforme urgenti. Sull’onda dell’emergenza Sallusti e del caso personale da risolvere, il Senato ha tentato di approvare a tamburo battente una legge che si limitasse di abolire la pena del carcere prevedendo esclusivamente la pena pecuniaria. Il tentativo è fallito e alla fine abbandonato poiché in parlamento, strada facendo, è riemersa la voglia di varare norme ancora peggiori, più punitive nei confronti dei giornalisti. A un certo punto si è formata una maggioranza trasversale. Si è manifestata  in alcune votazioni segrete e ha tentato di introdurre accanto al carcere pene ancora più dure di quelle vigenti. Queste manovre sono state censurate in sede europea dall’OSCE e dal Consiglio d’Europa e bloccate dalle forze politiche più responsabili. Ma al costo di rinviare la riforma.

Alla fine, il 21 dicembre scorso, quando già si trovava agli arresti domiciliari, Sallusti è stato salvato dalla prigione da un gesto di clemenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha graziato il giornalista, commutando la detenzione in una pena pecuniaria di 15.325 euro. Al tempo stesso Napolitano, il presidente che mandò sul binario morto la legge  bavaglio sulle intercettazioni ha sollecitato le forze politiche e parlamentari ad approvare “una disciplina più equilibrata ed efficace dei reati di diffamazione”. Lo ha fatto citando espressamente le critiche del Consiglio d’Europa e di altri organismi europei.

Il giorno dopo la grazia a Sallusti, il capo dello Stato ha sciolto le Camere. Il compito di adeguare le norme sulla diffamazione a mezzo stampa agli standard europei spetta perciò  alla legislatura che nascerà dalle elezioni del 24 e 25 febbraio.

Al nuovo Parlamento il Consiglio d’Europa vuole affidare con un giudizio aggiornato ed approfondito su una delle anomalie che fanno dell’Italia la pecora nera dell’Eurozona, il consesso di 16 paesi legati dalla moneta unica fra i quali è l’unico in cui la libertà di stampa è solo “parziale” secondo gli standard di Freedom House accettati dalla comunità internazionale. Uno spread di diritti che non si vuol lasciar correre oltre perché, come affermato altre volte, rischia di compromettere la missione stessa dell’Europa unita, di promotore dei diritti fra i paesi che aspirano a farne parte.

Formalmente, il Consiglio d’Europa vuole sapere dalla Commissione di Venezia se la legislazione italiana sulla diffamazione rispetta gli standard fissati dello stesso Consiglio d’Europa che raccomanda pene proporzionate e tali da non indurre i giornalisti ad autocensurarsi pur di evitare il rischio di incorrere in condanne non sopportabili.

Insieme alla situazione dell’informazione in Italia, il Consiglio d’Europa vuole approfondire quella dell’ Ungheria e della Romania, i paesi per i quali l’assemblea ha espresso preoccupazione a causa delle pressioni politiche sulla tv pubblica.

Alla discussione e alla votazione di giovedì scorso ha partecipato uno solo dei membri della delegazione italiana, Luca Volontè (Udc), che non ha preso la parola ma ha votato a favore del rapporto. Durante la discussione l’unico parlamentare che ha parlato dell’Italia è stato lo Luc Recordon, del partito ecologista svizzero. Ha sollevato il problema della concentrazione della proprietà dei media affermando che la questione “ha contaminato il dibattito politico e ha probabilmente influenzato i risultati delle elezioni”.

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