Rai servizio pubblico? In serate come questa dimostra di non usurpare il titolo

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Vale almeno quanto un rapporto del Censis, la fotografia della società italiana scattata grazie a Roberto Benigni. Il suo straordinario risultato di ascolto ci parla di un paese che vuole partecipare, che si appassiona al discorso pubblico, che non ha smarrito il senso dell’appartenenza collettiva e che anzi sa persino provarne orgoglio. Il paese che “la costituzione più bella del mondo” l’aveva già votata, prima che col tasto del telecomando, con l’affluenza al referendum del 2006.

Ma questo autoritratto della società italiana che Benigni ci ha regalato chiama in causa anche noi dell’ informazione, troppo spesso pigramente convinti che i temi “seri” siano moneta fuori corso. È vero soprattutto per la televisione, che in serate del genere si ricorda delle sue eccezionali potenzialità civili, e recupera un ruolo “egemone” ed interattivo anche rispetto ai social media (su facebook, durante le due ore di Benigni, non si è parlato d’altro). Ed è vero in particolare per quella televisione che vuole continuare a definirsi “di servizio pubblico”, e che in occasioni come questa dimostra di non usurpare il titolo. Per la Rai servono una riforma della governance e impegni sul canone, certo. Ma la sua rilegittimazione agli occhi dei cittadini non potrà venire da un testo di legge, per doveroso che sia. La credibilità rinasce se si trattano gli spettatori da cittadini adulti, critici, consapevoli. Come quelli ai quali pensa la Costituzione della nostra Repubblica.


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