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Uscire dal “dilemma della crescita”

 

Ultimo avviso ai naviganti: a Venezia è in arrivo la 3a Conferenza internazionale su decrescita, sostenibilità ecologica ed equità sociale. Le iscrizioni sono più di 500 e siamo quindi vicini al massimo della capienza dello splendido edificio dell’ex Cotonificio Veneziano, sede del’Istituto universitario di Architettura che ospiterà più di settanta workshop in parallelo per cinque giorni dal 19 al 23 settembre (tutto il programma su www.venezia2012.it). Le numerose iniziative svolte in preparazione della Conferenza, le decine di associazioni, gruppi, comitati che sono diventati partner attivi dell’organizzazione (tutta rigorosamente autofinanziata e realizzata con lavoro volontario), la disponibilità a partecipare di studiosi e attivisti provenienti da ogni parte del mondo (fin dal Nepal), un buon clima di gioiosa aspettativa creato dalle notizie – ad esempio – che un gruppo di Barcellona é partito in bicicletta, mentre altri arriveranno con un  trekking lungo la pianura Padana… ci confermano che lo slogan della decrescita più che mai dissacratorio in momenti di crisi economica stimola molte persone alla ricerca di una alternativa radicale al sistema socioeconomico dominante. Tanto che nemmeno gli organi di stampa main stream possono più ignorare l’appuntamento.

Prendiamo in esame, ad esempio, l’articolo in prima pagina del La Stampa a firma della professoressa Irene Tinagli dell’università Carlos III di Madrid dove insegna Innovazione, creatività, sviluppo economico, dal titolo: “Decrescita, un’illusione romantica”. La critica è molto diffusa anche a “sinistra”. Guido Viale su il manifesto quando parla di decrescita dice “visione bucolica”.  La redazione del mensile economico Valori della Fondazione della Banca Etica ha dedicato alla Conferenza un dossier sul numero in uscita definendo la decrescita “Il Medioevo prossimo venturo”. Per molti l’idea di un affrancamento dal dispositivo della crescita è visto come un impossibile ritorno ad un mitico passato preindustriale e premoderno. “Ma – scrive la professoressa Tinagli – erano altri tempi, difficilmente invidiabili: tempi in cui davvero c’era poco altro a cui ambire al di là della sussistenza”. Gli argomenti forti avanzati dai cultori delle magnifiche e progressive sorti dello sviluppo capitalistico sono l’aumento della aspettativa di vita, la diminuzione della povertà, l’alfabetizzazione, insomma, il progressivo avvicinamento per una parte sempre più grande della popolazione mondiale alla  fine del regno della necessità. C’è da chiedersi se non sia questa una visione fantasiosa della realtà,  ma il punto che i sostenitori della decrescita vogliono indicare è un altro. Nessuno infatti disconosce l’utilità di molti ritrovati tecnologici che l’“organizzazione scientifica” del lavoro ha consentito. La prima questione che poniamo è: a quali costi umani e a beneficio di quale parte della popolazione mondiale ciò è avvenuto? Alla conferenza di Venezia ci saranno storici dell’economia come Gilbert Rist, esperti della povertà come Majid Rahnema, studiose delle economie della sussistenza come Veronica Bennholdt-Tomsen  che – immagino – avanzeranno molte ipotesi sulle drammatiche contraddizioni e disparità sociali in cui versano le donne, i contadini, i popoli indigeni, i poveri nei molti Sud del mondo, i salariati. La seconda questione è se sia comunque possibile perseverare seguendo indefinitamente un modello di sviluppo così predatorio e dissipativo delle risorse naturali. Alla conferenza saremo aggiornati sugli studi sul “metabolismo sociale” di Martinez Alier e Giorgos Kallis,  sulla riduzione della carrying capacity del pianeta di Erik Assadourian del Worldwatch Institute, sull’esaurimento delle materie prime di Ugo Bardi, sulla crisi idrica di Riccardo Petrella e su quella alimentare di Gianni Tamino. La terza questione è se è lecito ipotizzare altri percorsi per raggiungere obiettivi di miglioramento delle condizioni di vita delle donne e degli uomini. Ascolteremo le esperienze di Rob Hopkins, ideatore delle Transition Town che dimostrano che è possibile decarbonizzare intere comunità, di Roberto Espinoza, Moema Miranda, Silvia Pérez-Vitoria, Gustavo Soto, Macelo Barros che racconteranno cosa sta succedendo in America latina sulla scia delle nuove costituzioni ecuadoregna e boliviana e delle lotte dei popoli indigeni, ascolteremo soprattutto la miriade di esperienze locali di altre economie centrate sulla solidarietà, lo scambio non mercantile, l’aiuto reciproco, la condivisione.

Noi speriamo che i nostri critici vengano di persona a farsi direttamente un’idea di cosa intendiamo per decrescita, per demercificazione, per deglobalizzazione, per disalienazione. Ma su una questione loro hanno ragione: spostare l’asse dell’economia dalla produzione e dal consumo di merci a favore della realizzazione e fruizione di beni relazionali (in altri termini, transitare dall’economia dei soldi e dei debiti a quella della sufficienza e della reciprocità) comporta una inevitabile diminuzione dei volumi monetari di ricchezza in circolazione (Pil), dei profitti e dell’accumulazione di capitali, quindi degli investimenti in macchinari e del lavoro ad essi asservito. Aveva scritto trent’anni fa Ivan Illich: “la creazione di valori d’uso sottratta a un calcolo economico preciso (la produzione di merci per il mercato N.d.R.) pone un limite non soltanto al bisogno di ulteriori merci, ma anche ai posti di lavoro che producono tali merci e alle relative buste paga occorrenti per acquistarle” (Disoccupazione creativa. Un nuovo equilibrio tra le attività svincolate dalle leggi del mercato e il diritto all’impiego, Boroli, 2005). In altre parole è vero che in una economia di mercato una diminuzione del Pil comporta un peggioramento delle condizioni occupazioni e una diminuzione del monte salari. D’altro canto un’economia basata sulla concorrenza e la competitività un aumento del Pil è raggiungibile solo incrementando continuamente l’intensità di sfruttamento dei fattori della produzione: il lavoro e la natura. Uscire da questo “dilemma della crescita” (come lo chiama Tim Jakson) dovrebbe essere il compito epocale della nostra politica. Vedremo se dalla Conferenza di Venezia verranno dei suggerimenti e delle indicazioni plausibili. Due meeting delle reti e dei movimenti chiuderanno la Conferenza chiamando a raccolta esponenti di Occpy Wall Streat, degli Indignados, dei disubbidienti… delle tante “Repubbliche dei 99%”.

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