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Dall’Eternit all’Ilva: fermiamo strage amianto. Almeno per le nuove generazioni

 

L’enorme problema dell’ILVA, ci sollecita ancora ad una riflessione sulla vicenda Eternit e sulla lotta per la “Vertenza amianto” di Casale Monferrato. La sentenza Eternit di Torino del 13/02/2012, con la condanna a 16 anni di carcere per il barone belga Jean Louis De Cartier de Marchienne e per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny per “disastro ambientale doloso permanente” e “omissione dolosa delle norme antinfortunistiche”, ha assunto un significato storico
circa il metodo di indagine e quindi la considerazione della condotta criminale d’impresa: di una grande multinazionale, l’Eternit, che pur sapendo di sottoporre a gravissimi rischi lavoratori e le popolazioni dei 4 stabilimenti in questione (ma così avveniva in ogni parte del mondo) di Casale, Cavagnolo (To), Rubiera (Re) e Napoli, continuò a difendere a tutti i costi l’utilizzo dell’amianto (in modo, appunto, criminale) pianificando il “dolo”.

C’è chi, addirittura ancora oggi, scarica sui lavoratori la responsabilità di situazioni come queste. L’operaio, di per sé, non chiederà mai di chiudere la fabbrica dove lavora. Chi sostiene questo, anche se con 10 lauree, non ha capito di cosa si parla. La busta paga non è un’optional! La responsabilità, ovviamente, è del datore di lavoro e delle sue scelte ma per la prevenzione e la soluzione di problemi così gravi e complessi, deve farsene carico anche la società più complessivamente con le istituzioni: non possono essere i lavoratori a pagare per tutti in termini di salute e del posto di lavoro.
Tutto ciò, insegna ancora una volta che lo sviluppo industriale ed economico dovrebbe essere valutato ed indirizzato nella sua “qualità” e non solo nella sua quantità sotto l’esclusivo dominio del profitto (vedi art. 41 della Costituzione).
E tutto ciò ci insegna soprattutto che devono essere i lavoratori, con in testa il sindacato, ad affrontare i rischi per la propria salute, “pretendendo” in termini vertenziali che tutti i soggetti, a partire ovviamente dal datore di lavoro, facciano la loro parte.
Alla base di queste “pretese”, il sindacato dovrebbe comunque promuovere costantemente la consapevolezza della presenza di rischi alla salute (e quindi per le stesse prospettive occupazionali), mediante la vertenzialità per la prevenzione assieme ad una capillare tutela dei diritti dei lavoratori in materia di emersione e riconoscimento delle malattie professionali.

L’ILVA di Taranto, per quanto ci è dato di sapere, ha visto una conduzione “dolosa” per decenni, con l’assenza dei vari soggetti, autorità in primis, che dovevano intervenire. Certamente la magistratura non poteva che prendere i provvedimenti del caso, come ha fatto recentemente.
A Casale, nel suo piccolo, si è cercato di trattare il problema della tutela della salute in fabbrica e tra la popolazione, mediante un’attività rivendicativa, tipicamente vertenziale e quindi sindacale. Ciò mediante parole d’ordine ed obiettivi che cercavano di unire la fabbrica con la città ed il territorio, i lavoratori o i disoccupati Eternit con i cittadini ed i familiari dei lavoratori con quelli dei cittadini, entrambi vittime del disastro ambientale, purtroppo ancora in corso con oltre 50 casi di mesotelioma all’anno, di cui l’80% riguardano i cittadini.
Dopo il periodo della monetizzazione del rischio (fino agli anni ’60 era pressoché scelta obbligata), con il ’68, non ci furono solo le lotte studentesche: con la grande conquista dello Statuto dei diritti dei lavoratori, nel 1970, si dette inizio in tutto il nostro Paese ad un’azione rivendicativa unitaria del sindacato, proprio sul tema della salute in fabbrica ed in generale. Così anche a Casale, ed ovviamente anche alla Eternit, particolarmente per migliorare l’ambiente di lavoro e per far riconoscere le malattie professionali da amianto.

Dal 1979 si è costituito il Comprensorio sindacale Casalese, con propria istanza autonoma ed a ridosso del Territorio, in vista del superamento delle Provincie, che non avvenne, e, quindi, la Camera del Lavoro, come le altre organizzazioni sindacali, ritornò zona della provincia di Alessandria nel 1994.
Di fatto in quel periodo, si sviluppò con grande forza, da prima come Camera del Lavoro poi unitariamente (ancora oggi), un’azione articolata e coordinata su più fronti e senza interruzioni.
L’intero mondo della scuola del territorio, partecipa in modo crescente a concorsi e a innumerevoli iniziative su questi temi, mostrando una sensibilità e partecipazione eccezionali.
Le parole d’ordine della “vertenza amianto” diventarono presto “GIUSTIZIA BONIFICA RICERCA SANITARIA”.

Potremmo richiamare alcuni passaggi significativi di questa lotta trentennale:
1979/80: decidemmo di aggredire il problema Amianto/Eternit, allora in condizioni culturali molto difficili, dove la multinazionale Eternit era considerata meglio della Fiat a Torino: un posto sicuro. Mediante il nostro patronato INCA promuovemmo centinaia di cause per il giusto riconoscimento delle malattie professionali.
1981/84: accanto alla forte azione di tutela individuale, il sindacato territoriale, con il patronato, inizia una causa civile collettiva, con la quale si confermò (fino in Cassazione 1989) la sussistenza del “rischio amianto” in tutti i reparti dell’Eternit nonostante la multinazionale avesse “documentato” il superamento dell’esposizione al rischio amianto.
1984: importante convegno regionale con INCA CGIL e camera del Lavoro di Casale sulle patologie da amianto.
1986: Fallimento Eternit di Casale su auto-istanza, dopo 80 anni di attività in cui si erano raggiunti i 2000 dipendenti. Con il fallimento i 350 lavoratori rimasti diventano disoccupati, vedendo rinnegata la promessa fatta anni prima di un nuovo stabilimento e di una riconversione produttiva.
1987: il Sindaco di Casale emana una storica ordinanza con la quale vieta l’utilizzo dell’amianto in tutto il territorio comunale. Ciò dette il colpo di grazia alla richiesta da parte dell’Eternit France di riaprire l’Eternit continuando ad utilizzare l’amianto. Di fronte a questa proposta di pochi mesi prima, volta anche questa a riconciliarci con l’amianto dell’Eternit, la CGIL prima con le Associazioni ambientaliste e con 120 medici dissero NO, pur in presenza dei 350 disoccupati.
– Prime indagini epidemiologiche, più volte sollecitate all’ASL locale da CGIL, CISL e UIL, commissionate all’Università di Torino, Epidemiologia dei tumori. La strage fu confermata: 200 decessi da amianto fra i lavoratori (seguirono le indagini sui familiari e sulla popolazione). A oggi i morti hanno putroppo superato i 1800.
1988: costituzione della “Associazione Familiari Vittime Amianto” successivamente denominata AFEVA – presidente Romana Blasotti – che a oggi ha visto l’adesione di circa 300 lavoratori ex-Eternit, con asbestosi e di oltre 3000 familiari di 1400 deceduti di lavoratori e cittadini di Casale e Cavagnolo per asbestosi, tumore polmonare e mesotelioma.
1989: convegno “No all’amianto” a Casale all’epoca il più importante su tale obiettivo, organizzato dalla Camera del Lavoro e dall’INCA regionale con la partecipazione della CGIL nazionale e di numerosi esperti. Si lancia la proposta di una Legge per la messa al bando dell’amianto. La CGIL nazionale – rappresentata da Fausto Vigevani – fa sua la proposta e con CISL e UIL nazionali elaborano la Piattaforma Nazionale per la messa al bando dell’amianto che sarà presentata al Governo pochi mesi dopo.
Nel frattempo si costituisce il Comitato Vertenza Amianto delle Associazioni Casalesi assieme al sindacato: Lega Ambiente, WWF, VITAS – Assistenza malati gravi – Mutuo soccorso, Cittadinanza Attiva. Sviluppando ulteriormente la battaglia sul territorio ed il coinvolgimento di tutte le Istituzioni, diventate decisive soprattutto per le opere di bonifica.
1992: legge 257: l’amianto è messo al bando in Italia. Dpo 3 anni di lotta, sit-in davanti al Parlamento con i disoccupati Eternit sempre presenti! Il comitato lancia una petizione contro l’amianto, per la tutela dei lavoratori e per la bonifica che, solo in Casale, raccoglie oltre 14.000 firme.
1993: primo processo penale nei confronti dei responsabili della Eternit spa di Casale: risultato deludente, in appello le attenuanti generiche riducono drasticamente le pene (pur confermando la colpevolezza degli imputati) e fanno scattare le prescrizioni per i lavoratori parti-lese. Nel contempo, presso il tribunale di Genova, le centinaia di cause promosse dal Sindacato fanno riconoscere i primi risarcimenti fra i quali vanno aggiunti quelli liquidati nel 2009, cioè tutto l’attivo del fallimento pari a 9 milioni di euro.
1998: Dopo alcuni importanti incentivi per la bonifica da parte del Comune di Casale, la lotta contro l’amianto, assieme alle Istituzioni locali, conquista il riconoscimento di Casale come Sito di interesse Nazionale (legge 426) con specifici finanziamenti per la bonifica dei siti pubblici e privati sulla base dei censimenti e delle richieste dei cittadini dei 48 comuni del Monferrato Casalese.
1999-2003: prosegue senza sosta la lotta dell’AFEVA che continua a presentare esposti/denuncia alla Procura locale per un nuovo processo.
2004: la partecipazione crescente delle varie Associazioni, dei sindacati e della cittadinanza alla lotta, contribuisce ad un risultato straordinario: la procura di Torino – dott. Raffaele Guariniello e collaboratori – sviluppa una vastissima indagine che per gli stabilimenti Eternit diventa nazionale, anche grazie al mega-esposto di oltre 1000 vittime di Casale e Cavagnolo presentato dalla nostra associazione con il Sindacato, alla stessa procura. Seguirono nei mesi successivi centinaia e centinaia di altri esposti di cui anche di Rubiera e Napoli.

Gli ultimi anni sono stati particolarmente impegnativi su tutto il fronte della lotta per la giustizia, bonifica, ricerca.
Giustizia: dopo la storica sentenza sopra citata, del 13 febbraio, tutte le parti hanno presentato appello su una serie di questioni. Per quanto rigurda le vittime parti civili si è presentato appello affinché sia riconosciuto a tutti il “danno da rischio”. E’ un riconoscimento molto significativo e di principio che potrebbe aprire la porta al pari diritto per tutti coloro che hanno subito il rischio da inquinamento ambientale provocato dall’Eternit – Casale e Cavagnolo. Per Rubiera e Napoli la stessa procura si è appellata affinché sia riconosciuto il “disastro ambientale” ed il conseguente danno da rischio. Abbiamo chiesto ai ministri competenti che lo Stato italiano svolga un’azione di patrocinio delle vittime parti civili nelle esecuzioni all’estero delle provvisionali di risarcimento immediatamente esecutive previste nella sentenza. Ciò anche mediante l’attivazione di un Tavolo Nazionale di concertazione con le parti civili e le Istituzioni indicate nella sentenza per i risarcimenti. Garantire la piena attuazione della sentenza, in presenza del rifiuto degli imputati a riconoscerla, sarebbe per lo Stato italiano non solo un atto di giustizia ma di civiltà.
La procura di Torino è in una fase avanzata delle indagini per un secondo processo Eternit che riguarda gli stabilimenti italiani e la responsabilità del vertice Eternit che potrebbe essere “omicidio volontario con dolo eventuale”. Altri procedimenti potranno riguardare i casi di emigranti italiani presso stabilimenti Eternit all’estero.
Bonifica: tutti gli edifici pubblici del territorio casalese sono stati bonificati anche grazie ai contributi nazionali.
Siamo circa al 50% della bonifica dei siti privati.
Ricerca: da anni chiediamo l’intervento delle istituzioni. Alcuni anni fa Regione Piemonte e Asl locale, in rapporto con Associazione, CGIL, CISL e UIL, hanno inaugurato alcune iniziative in questa direzione. Da oltre 2 anni hanno sostanzialmente rotto il rapporto con noi ed ora, forse, riprenderemo il confronto per una progettualità che rilanci e coordini la ricerca sul mesotelioma. Questo grazie anche all’intervento del Ministro Balduzzi, il quale nel dicembre scorso è intervenuto sulla questione dell'”offerta del diavolo”, contribuendo (assieme a una mobilitazione straordinaria di migliaia di familiari delle vittime e di cittadini) a far annullare la decisione dell’amministrazione comunale che consisteva nel ritirarsi dal processo in corso (alla vigilia della sentenza) e da ogni altro procedimento nei confronti dell’imputato svizzero, in cambio di 18 milioni di euro.
Siamo ovviamente soddisfatti che anche il Comune di Casale torni al fianco delle vittime e dei cittadini per una lotta contro un’ingiustizia gravissima che ha provocato un immane disastro che non doveva succedere.
La battaglia contro l’amianto e per la giustizia, per la messa al bando di questa fibra killer che deve ancora affermarsi per circa i tre quarti del pianeta ha visto un suo forte rilancio e collaborazione internazionale fra le varie associazioni delle vittime com in occasione del processo di Torino.
Questo ci rafforza tutti nell’obiettivo di fermare la strage dell’amianto almeno per le nuove generazioni.

* Coordinatore AFEVA – Associazione familiari vittime amianto Casale e Cavagnolo

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