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Spagna, con la scusa della crisi si smantella la televisione pubblica

 

Rajoy sta per aprire adesso il capitolo della revisione delle leggi sui diritti civili di Zapatero, anche perché la Chiesa spinge in questa direzione e, visto il drammatico crollo dei consensi, il governo ha bisogno di ogni appoggio. Nel frattempo, il primo impegno del governo è stato lo smantellamento della riforma della televisione pubblica. Il risanamento economico e editoriale di Rtve
sancito con la riforma del 2006, ha rappresentato un successo in termini di indipendenza, pluralità e qualità del servizio pubblico. Il modello era quello di un sistema pubblico che non rinuncia a essere competitivo ma è guidato da criteri e obblighi, come la promozione di valori costituzionali, la neutralità, il
rigore informativo, il diritto d’accesso, la coesione territoriale e gli investimenti in investimento e ricerca tecnologica. L’elemento chiave era
l’indipendenza funzionale, organica e di bilancio dai governi.

Nel 2009, poi, è stata eliminata la pubblicità e il finanziamento è divenuto
esclusivamente pubblico, con qualche problema negli ingressi risolti con
un’attenta politica di bilancio. I risultati di questa politica sono stati ottimi. Negli ultimi cinque anni la radiotelevisione pubblica è stata leader negli ascolti dell’informazione e negli ultimi due in tutta la programmazione, ottenendo un appoggio e una fiducia degli spagnoli assolutamente inediti. Dopo anni di uso distorsivo dell’informazione e di abbondanza di programmi-spazzatura, gli spagnoli avevano accolto con entusiasmo una televisione con un’informazione equilibrata, programmi non urlati, spazi per l’approfondimento e programmi di intrattenimento popolari e di qualità.

Il fatto che gli ascolti abbiano premiato questo modello ha confermato poi come quello dei media sia un mercato in cui la legge della domanda e dell’offerta valga fino a un certo punto, essendo determinante la presenza di un’offerta di qualità, in mancanza della quale la domanda si adatta a quello che passa il convento. L’esperienza di Rtve ha dimostrato come, anche in un mercato caratterizzato dalla forte presenza privata, si possa rompere la spirale per la quale la guerra degli ascolti si combatte con le armi della riduzione della qualità.

Un’esperienza che andrebbe studiata anche in Italia. Questo modello è
stato sottoposto a attacchi continui dal governo Rajoy. Nello scorso dicembre è stato tagliato l’apporto pubblico di 240 milioni, paralizzando l’acquisto di prodotti esterni come le serie televisive o gli eventi sportivi. Nello scorso aprile è giunto il pesante attacco all’indipendenza della radiotelevisione con la modifica del meccanismo d’elezione del presidente e del CdA e la modifica della sua composizione. L’elezione del presidente non dovrà avere più i due terzi del parlamento ma basterà la maggioranza assoluta. Nel Cda vengono eliminati i rappresentanti dei lavoratori dell’azienda e i suoi membri non sono più esclusivamente dedicati alla funzione. Il risultato è che il direttore viene di nuovo nominato dal governo e i suoi poteri non hanno contrappesi interni.

Con la scusa della crisi si smantella il sistema pubblico, che i settori più liberali del Pp non hanno mai voluto indipendente dal governo e veramente capace di competere coi privati. Alla fine di giugno, coi voti del Pp e dei catalanisti cattolico-liberali di Convergencia e Uniò, che ottengono un membro in CdA, è stato nominato il nuovo presidente di Rtve, l’avvocato dello Stato Leopoldo González-Echenique. Il nuovo presidente ha affermato di voler creare consenso ma la prima nomina è stata quella di Julio Somoano, ex direttore del Tg di Telemadrid, canale pubblico noto per gli episodi di manipolazione e falsificazione delle notizie a favore dei popolari al governo nella capitale e contro lo scorso governo Zapatero.

Occorre qui aprire una parentesi sul modello di informazione pubblica
locale spagnolo. Il modello di informazione locale a suo tempo scelto, in
contrapposizione a quello italiano della testata regionale unica che raccoglie le diverse redazioni locali, è stato quello delle emittenti pubbliche regionali governate dalle autonomie. Il territorio spagnolo è diviso amministrativamente in 17 autonomie (le nostre regioni), dotate di ampi margini di autogoverno in molti settori. Di queste tre, Catalogna, Paesi Baschi e Galizia, sono definite “nazionalità”, e hanno anche altre competenze, tra le quali la salvaguardia linguistica. Le loro trasmissioni sono quindi interamente o quasi emesse nella lingua locale /basco, catalano e galiziano).

In questo schema si è innestato il controllo politico che è pressoché totale, avendo competenze di nomina e gestendo i cordoni della borsa, rendendole in massima parte megafoni delle maggioranze di governo. Adesso il controllo del governo nazionale torna in Rtve, anche se per ora, probabilmente su spinta di González-Echenique, è ancora salva la radio, le cui nomine hanno pescato nelle professionalità interne, mantenendo un buon livello. Le reazioni alla controriforma televisiva sono molto dure, soprattutto da parte dei lavoratori
dell’azienda, ma il governo continua la sua marcia. I più soddisfatti sono gli imprenditori radiotelevisivi privati che vedono fortemente ridimensionata la capacità operativa di Rtve che tanto filo da torcere gli aveva dato negli ultimi anni. Aspettando di raccogliere i frutti del probabile calo di ascolti dovuto alla disaffezione dei telespettatori davanti alla riduzione dell’autorevolezza e della qualità dei programmi della Tv pubblica.

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