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La spagna commissariata rifiuta i tagli

 

Notte di scontri a Madrid dopo una giornata di proteste che hanno portato decine di migliaia di persone in piazza nelle principali città spagnole. I tagli del governo Rajoy rischiano di spingere nella povertà una classe media che si avvicina sempre più al limite dell’indigenza e eliminano assistenza e servizi sociali a chi riesce a campare solo ricorrendo ai servizi pubblici. Giovedì il Parlamento ha approvato un’ondata di tagli di bilancio senza precedenti nella storia del paese. Lo ha fatto coi soli voti del Pp, con l’assenza del capo del governo che ha presenziato solo durante la votazione sfuggendo a una discussione molto tesa, col ministro delle finanze che lanciava il grido d’allarme: le casse sono vuote, rischiamo di non poter pagare gli stipendi. Intanto lo spread ha sfondato il muro dei 600 punti, alla notizia che la Comunità valenziana chiederà il salvataggio da parte dello Stato, e gli interessi dei Bot a dieci anni sono arrivati al 7 %. I tagli, ancora più duri di quanto annunciato, sono arrivati mentre le manifestazioni inondavano le strade e a Madrid le Cortes erano protette da centinaia di agenti, come una green zone in terra ostile.

Le manifestazioni sono continuate e nella notte sono arrivati gli scontri. Ma i protagonisti non sono okupas o aderenti al Black bloc. Gli animi sono stati scaldati dalla violenta risposta delle forze dell’ordine che alle minime scaramucce hanno reagito sparando pallottole di gomma che hanno ferito anche persone anziane. La reazione è arrivata da impiegati pubblici, membri delle stesse forze di polizia – probabilmente i protagonisti delle azioni di sabotaggio che hanno colpito un centinaio di mezzi delle forze dell’ordine stazionati nei parcheggi della Policía nacional – insegnanti e infermieri. E soprattutto pompieri, che sparando schiuma dalle autobotti hanno sfondato le linee degli antisommossa. E’ la classe media che si ribella, in primis gli impiegati pubblici che sono i più colpiti.

Il taglio delle tredicesime vale tra il 5 e il 7 per cento in meno del salario lordo, da aggiungere al 5 già levato da Zapatero. Ancor peggio va ai dipendenti delle Autonomie: un altro 5 per cento in meno in Catalogna: in Andalusia riduzioni del salario per evitare licenziamenti. Un dramma per le famiglie, mentre sale il costo della vita, soprattutto nel welfare, con minori erogazioni e ticket variabili da un’Autonomia all’altra. Il mancato pagamento delle tredicesime è una misura provvisoria e il governo ha detto che le restituirà nel fondo pensioni ma non si è certi se riguarderà anche la quattordicesima natalizia, né se si aprirà il capitolo della riduzione del pubblico impiego, evocato dal premier Rajoy. Pesantissime poi, visti i drammatici dati occupazionali, sono le riduzioni di tempi e quantità del salario di disoccupazione, mentre si rimette in discussione il sistema pensionistico, a un anno appena dalla riforma Zapatero che elevò a 67 anni l’età pensionabile con 37 di contributi.

Rajoy ha annunciato un progetto di legge per la revisione quinquennale del regime pensionistico che tenga conto del «fattore di sostenibilità»: rideterminazione degli assegni in regime automatico. Gli aiuti fiscali per l’acquisto di case sono cancellati con un risparmio di 15 miliardi. Altri 3500 vengono tagliati alla pubblica amministrazione, ma solo a quelle locali, che dovranno rivedere gli obiettivi di deficit dall’1,1 allo 0,7% nel 2013 e dall’uno allo 0,1 nel 2014 e ridurre di circa il 30% le assemblee elettive. Sommando l’aumento dell’Iva, i tagli delle spese dei ministeri, la riduzione del 20% dei contributi a partiti, sindacati e organizzazioni d’impresa, il governo prevede di risparmiare 65 miliardi in due anni.

Praticamente i 62 miliardi di cui dovrebbero aver bisogno le banche spagnole. Dopo aver tentato di negare in ogni modo alla fine lo stesso governo ha giustificato le misure dicendo di essere obbligato dall’Ue. Malgrado la concessione del finanziamento diretto alle banche e l’anno in più per raggiungere gli obiettivi di bilancio, le differenze rispetto agli obblighi di Portogallo, Grecia e Irlanda sono solo apparenti. In effetti, lo stato garantisce indirettamente il finanziamento, con una manovra pari alla prevedibile erogazione, e cede sovranità in un commissariamento di fatto, i cui termini sono evidenti nel memorandum di intesa sottoscritto per accedere al finanziamento. Doveva essere un documento limitato al settore del credito ma è un vero e proprio programma economico. Nei 32 punti che lo compongono si trovano la creazione di bad banks sui cui bilanci caricare i titoli tossici; la cessione del governo alla Banca di Spagna dei poteri di sorveglianza bancaria; il controllo di Commissione europea, Bce e Autorità bancaria europea, con ispezioni periodiche e straordinarie; l’obbligo di trasmissione dei dati. Misure rigidamente calendarizzate da qui al giugno 2013.

Come dicevamo è la classe media a guidare la ribellione, che mette in discussione la filosofia degli interventi anticrisi. A essere rifiutata è la politica di austerità, la possibilità di fare debito solo per tentare di pareggiare il bilancio e non per tentare politiche di sviluppo e creazione di lavoro, l’idea che il welfare debba esser indebolito proprio quando è più necessario. L’ira nasce dal fatto che a essere colpiti sono i più deboli, i lavoratori a reddito fisso i cui stipendi e contributi sono indifesi, mentre il governo vara un condono fiscale per chi ha evaso le tasse.

I sindacati indicono le manifestazioni ma non le controllano. I centomila di Madrid, in massima parte erano esponenti della piccola borghesia urbana del pubblico impiego, pompieri – i protagonisti dei più duri scontri con la polizia – gli stessi appartenenti alle forze dell’ordine, pensionati, studenti e persone dipendenti dai servizi pubblici. Non hanno grande fiducia nelle associazioni sindacali, coinvolti nella generale crisi di fiducia nelle istituzioni. Parlamento, politica, Chiesa, partiti, sindacati sprofondano nelle inchieste sulla fiducia mentre, significativamente, ai livelli più alti ci sono le rappresentanze del welfare quotidiano. Scuola pubblica e insegnanti, medici e sistema sanitario, assieme alle Ong, svettano nelle preferenze degli spagnoli che vedono in essi il meglio della democrazia e temono che vengano sacrificati sull’altare della lotta alla crisi. Il governo si trova in gradi difficoltà ma le opposizioni ancora non riescono a costruirsi una credibilità. Mai era capitato che a sette mesi dall’insediamento un esecutivo avesse un così basso gradimento, mentre aumentano le altre tensioni storiche spagnole. I nazionalismi, con l’estremizzazione dell’indipendentismo catalano e il futuro parlamento basco che sarà dominato dagli indipendentisti di centro e di sinistra, mentre il governo è immobile sulla questione dell’Eta, pur essendo davanti a un momento storico che potrebbe vedere la definitiva risoluzione del problema del terrorismo basco.

Tornando alle proteste esse appaiono come il grido di quella classe media impiegatizia su cui si è sin qui poggiatala Spagnademocratica, dalla transizione pacifica alla democrazia alla costruzione di un mercato interno di consumatori affezionati alle istituzioni della democrazia. Nelle proteste spagnole a essere messe alla prova sono le ricette anti crisi europee. Viene rifiutata la logica d’intervento che alimenta un circolo vizioso che crea recessione, nuova disoccupazione, riduzione del gettito fiscale e smantellamento della cosa pubblica.

A Madrid dovrebbero guardare con attenzione Bruxelles e Berlino. La classe media greca è stata ridotta alla fame perché il grido di aiuto non è stato ascoltato per colpa di classi dirigenti totalmente screditate. In Spagna, istituzioni e sistema politico sono ben più solidi, come più efficiente è la cosa pubblica. Ma vengono proposte ricette simili e si hanno le stesse reazioni. Che ci dicono anche che oggi nessun esecutivo europeo può permettersi di seguire politiche che vengano viste dalla popolazione come profondamente ingiuste o inutile macelleria sociale.

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