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Mi dimetto dal Partito Rai. Perché amo la Rai

 

Credo di essermi trovato iscritto per diritto di nascita Rai, direttamente con la firma del contratto di assunzione. 1977, nel pieno della rivoluzione politica creata dal sempre irrisolto Compromesso storico. Si sa che la Rai sovente è anticipatrice dei vizi nascosti della politica praticata dai partiti. A voler semplificare rozzamente, in chiave giornalistica, accadde allora che la due forze politico-ideali egemoni nel Paese, democristiani e berlingueriani, decisero – in Rai – di cambiare le regole della spartizione sino ad allora in vigore. Noi siamo, noi vogliamo. Movimento di base con non pochi avversari negli stessi vertici politici cui facevano riferimento. Truppe d’assalto non messe in conto dagli avversari, l’invasione dei nuovi giornalisti, programmisti e tecnici delle sedi regionali con l’ondata di assunzioni del 1979 per la rivoluzionaria Terza Rete regionale. Qualche flebile voce dissonante in semi clandestinità. Ma era l’inizio, e via via, vuoi per la creatività di Guglielmi sulla Rete, vuoi per tifoseria di parte del Tg3, fu rivoluzione.

Erano i tempi aziendali dell’egemonia democristiana, diluita con molta parsimonia con le altre componenti politiche del centro sinistra di allora. Rete Due e Tg2 furono il prezzo pagato alla conversione socialista (del Psi) e alla definitiva rottura con gli orfani del “Fronte popolare”. Il resto erano piccole nomine per piccoli partiti di contorno. A titolo di cronaca, il Psdi dell’allora consigliere di amministrazione De Feo, impose il neo genero Emilio Fede. Clientele da seppellire nel mucchio. Piccoli spazi sovente ritagliati a grandi professionisti. E sempre allora, il sindacato -parlo di quello giornalisti ma temo fosse così anche per quelli delle altre categorie- nasceva attraverso la mediazione del CdA e della direzione generale. Sindacato “giallo”. L’appartenenza era talmente scontata che, non ricordo quando e dove, in una delicata e confusa votazione congressuale ci fu chiesto di contarci spostando a destra della sala quelli di destra e a sinistra quelli più o meno dissidenti e innovatori.

Poi fu l’Usigrai, parto geniale dei pochi vecchi maestri formati alle rispettive e contrapposte scuole di partito. Il democristiano Nuccio Fava e il comunista Roberto Morrione. Ognuno con accanto una bella schiera di pimpanti giovanotti di periferia molto dialettici, molto aggressivi, e spesso molto bravi. Non fu certo l’espulsione dei partiti dalla Rai -allora “Partito” non era bestemmia- ma un più democratico riposizionamento. Plurale sia ideologicamente sia geograficamente, e soprattutto, proporzionale. Interventi congressuali epici di rigide idealità – dirompenti quelle alla Goldoni del veneziano Giulietti – e lunghe, infinite notti di meno nobili e più pratiche trattative. Col voto congressuale finale che andava “aiutato” per far quadrare il cerchio degli equilibri stabiliti. Squadra segreta di distributori di foglietti con le indicazioni di preferenza. Io -confesso oggi- facevo parte di questo braccio armato della democrazia del compromesso e della distribuzione del consenso centellinata dai suggerimenti per l’obiettivo plurale finale.

Occorreva far entrare in esecutivo il giovane socialista Enrico Mentana? Ed ecco l’imposizione di quel nome che non aveva i numeri, proposto ai più “trinariciuti” e fedeli. Io per primo, e non so se Enrico oggi gradirà saperlo. In casa democristiana equilibri più complessi e a me sconosciuti. Oltre alle comiche di chi -non faccio il nome, salvo sua spontanea confessione- quei foglietti con suggerimento di preferenza li distribuì agli allibiti spettatori che stavano entrando nel teatro sottostante le nostre sale di congresso. Tra comiche, scazzi, corteggiamenti politici e non soltanto, e pedanti ragionamenti politici “articolati e complessi” (diritto d’autore a Nuccio Fava), nacque allora l’ormai famoso “Partito Rai”. Focosi, colti e dialettici giovani alla Santoro, alla Mineo, per la sinistra e più cheti ma gerarchicamente impostati democristiani un po’ di sinistra. Se dimentico nomi perdonate. A Fava e Morrione l’ideale, ad Agnes e Curzi la prassi.

Tra il dire e il fare infatti. Ricordo una discussione politica molto accesa su cosa dovesse essere il Tg3 per la prima direzione giornalistica Rai aperta ad un “berlingueriano”. Vinse chi sosteneva dovesse essere la Bbc italiana, per mettere politicamente in difficoltà gli altri due Tg di stretta appartenenza politica. Poi nacque invece Tele Kabul. Per pietas ed amicizia personale ometto i nomi. Fu anche il tempo in cui, nella leadership sindacale indiscussa del catto-comunista Beppe Giulietti, si attesero ben due segretari democristiani prima di arrivare alla sua elezione ufficiale al vertice del sindacato giornalisti. Allora anche le appartenenza si muovevano secondo uno stile e i tempi legati ad una storia aziendale. Poi, con la seconda Repubblica e con la discesa in campo di Berlusconi venne il diluvio. Gli anni difficili del sindacato “Resistente” con meriti incomparabili che dobbiamo a Roberto Natale e a chi, Richelieu per vocazione, gli stava accanto. Oltre alle altre battaglie di contenuto e ideazione del settore programmi.

Me il peggio è alla fine toccato a Carlo Verna, l’attuale segretario Usigrai, espressione delle periferie regionali, alle prese con lo sfascio morale, contenutistico e tecnico dell’azienda. Salvare il salvabile, almeno in termini contrattuali e di posti di lavoro. Principio sacrosanto anche se oggi da discutere. Almeno alla luce dei dati sconvolgenti che ci ha fornito Giancarlo Governi. «Se si analizzano, come qualcuno ha fatto, i bilanci degli ultimi 12 anni scopriamo che le risorse impiegate per il prodotto sono diminuite, sarebbe meglio dire, crollate, del 45-48 per cento. Mentre le risorse impiegate per mantenere la struttura, cioè tutto l’apparato aziendale, sono aumentate di quasi il 50 per cento. Tutto questo è facile immaginare che sia conseguenza dei tagli continui, ogni volta che c’è una diminuzione delle entrate, sui budget delle reti mentre la struttura, in virtù anche delle assunzione e promozioni clientelari, aumentava a dismisura, come un blob impazzito e senza controllo». Se Guglielmi è politicamente sospetto mi appello a Pippo Baudo.

Qui, cari amici e nemici vari Rai ed ex Rai, la partita si fa seria. E non basta più la difesa sindacale ad oltranza di inutili telegiornaletti fotocopia in orario da prestazione straordinaria, di qualche lusso estero incompatibile, o richiami con presenza video in nome di Articolo21 per il riscatto delle professionalità pendolari dei Santoro e Freccero. Somigliano troppo ad un giro di giostra infinito, ad un disco logoro suonato a favore dei soliti noti, mentre la nave Rai semplicemente affonda. Per dare autorevolezza a quanto sostengo, ripropongo quanto detto dal creatore di RaiTre Angelo Guglielmi a commento delle nomine Rai fatte da Monti. «Sì, sono un po’ alieni. Monti però ha scelto due persone davvero lontane dalla politica. Non accadde nemmeno all’epoca del Cda dei professori. E’ un passo avanti non da poco. Ora la Rai deve ritrovare la qualità. Ci sono direttori di rete e di tg assolutamente incapaci. Se Viale Mazzini non ritrova la qualità, l’operazione di cacciare i partiti non serve a nulla». Un’azienda che ha distrutto competenze e uomini.

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