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La “trattativa” perenne tra Stato e mafie

 

di Antonio Turri
Chi scrive e analizza storicamente i fatti di mafia, dei rapporti tra Istituzioni e boss, sicuramente non data la prima “trattativa” tra lo Stato Italiano e le  mafie a partire dal 1992-93, ma almeno dai primi anni del ‘900 o addirittura dalla nascita del fenomeno mafioso. Centocinquantanni di storia delle mafie sono il racconto di vicende che vedono  interagire con costanza queste aggregazioni criminali e i poteri costituiti.  Che cosa sono state le vicende legate al separatismo siciliano che hanno visto protagonisti personaggi come il bandito Giuliano,Gaspare Pisciotta ed episodi come la strage di Portella della Ginestra del 1 maggio del 1947, se non storie di trattative tra mafiosi e rappresentanti dello Stato.

Che cosa è stata la vicenda del rapimento dell’onorevole Ciro Cirillo  se non trattativa tra pezzi delle Istituzioni e i vertici della camorra campana dell’epoca. Quel 27 aprile del 1981,le brigate rosse rapirono a Torre del Greco , Ciro Cirillo, assessore all’urbanistica della Regione Campania, uccidendo l’agente di polizia Luigi Carbone e l’autista Mario Cancelli.
Il sequestro si trasformò in un intreccio oscuro ed inquietante tra servizi segreti, i capi delle brigate rosse, i boss  della camorra  e i vertici della democrazia cristiana nazioale che all’epoca erano anche i vertici dello Stato.

La trattativa e gli accordi tra pezzi dello Stato e mafie non si è certamente esaurita dopo le stragi e le bombe del biennio 92-93, ma continua sino ai giorni nostri. Se si intende lo Stato in tutte le sue articolazioni:Parlamento, Governo, Regioni, Provincie e Comuni, come può definirsi se non “trattativa” il non luogo a procedere all’arresto di parlamentari richiesto dai magistrati nei confronti dei membri di Camera e Senato?

Non c’è forse stata una trattativa tra parlamentari del Pdl e della Lega nella vicenda giudiziaria dell’ex sottosegretario al  bilancio, del governo Berlusconi: on. Nicola Cosentino, per il quale era stata richiesto l’arresto per vicende di mafia. E non sono i parlamentari i rappresentati, in carne ed ossa, di quello Stato di cui parliamo spesso a sproposito? E che dire degli oltre 220 comuni sciolti per mafia dal 1991,punta dell’iceberg dei legami tra mafie, politica e pubblici amministratori. Non sono i Comuni e gli enti locali articolazioni dello Stato?E le mafie per infiltrarsi nei Comuni ,nelle Asl e nelle Regioni non trattano tutti i giorni,con assessori e funzionari alla luce del sole?   Che dire della trattativa per il mancato scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Fondi, dove l’ex ministro dell’interno Roberto Maroni ebbe il ruolo di un moderno Pilato. A seguito della reiterata richiesta dell’allora prefetto Frattasi di scioglimento del comune simbolo dell’agire delle “mafie da contaminazione”, pur essendo contrario alle decisioni assunte da altri nella trattativa che portò all’insabbiamento della vicenda, l’allora titolare del Viminale resto tranquillamente al suo posto.

Che dire delle quotidiane vicende che riguardano il mancato riutilizzo dei beni confiscati alle mafie, se non inquadrarle in quella trattativa continua e apparentemente silenziosa tra pezzi delle istituzioni ed i mafiosi con la lupara o con il doppio petto. Il metodo della  trattativa, intesa come sistema di una parte dello Stato di rapportarsi con le mafie, avvenuta sicuramente dopo le stragi di mafia  del 1992-93, è insito in una parte del sistema politico-istituzionale italiano ed è lontano dall’essere abbandonato  perché né mancano i presupposti  politici ed economici ma soprattutto quelli  culturali. Presupposti politici perché dovrebbe essere considerato da tutti inammissibile che un senatore della Repubblica, come  Marcello Dell’Utri, sostenga  chei  mafiosi come Vittorio Mangano siano da considerare degli eroi.  La conferma della trattattiva continua e accettata sta nel fatto che, tale senatore sia ancora in  Parlamento.

A livello economico la trattativa è sicuramente quotidiana, come ha confermato l’ex presidente della banca d’Italia Mario Draghi, stimando l’incidenza di oltre quattro punti nel Pil del Paese l’attività produttiva delle mafie: numero in sottostima per molti altri economisti. Quello più preoccupante è l’aspetto culturale della vicenda. Il pericolo è stato in passato e rimane nel presente il basso livello di allarme sociale che queste vicende provocano nella classe politica, in quella dirigente nel suo complesso ed in larghi settori dell’opinione pubblica. Tutti gli artefici delle varie trattative rimangono al loro posto, anzi avanzano nella carriera, come  fu nel caso Cirillo: l’ex uomo del Sisde che guidò la vicenda dal suo inizio alla conclusione  divenne capo di un importante Corpo di Polizia. Di  contro, nel nostro Paese  chi indaga o cerca di far luce sugli intrighi e sulle commistioni tra Stato e antistato  viene delegittimato e assume la veste scomoda del “problema”, come nella  vicenda della vergognosa trattativa dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Per uscire dalla logica perdente delle trattative c’è bisogno di spazzare via il puzzo del compromesso, di trasparenza e di ristabilire i confini tra Stato legale e Stato illegale. C’è necessità urgente di  aprire gli archivi segreti delle vergogne collettive di questo Paese  e di avere più coraggio nel combattere mafiosi, corrotti e “abitanti”delle zona grigia che  diventano sempre più neri. Neri come la mafia.

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