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Carcere. La saga infinita delle ingiuste detenzioni

 

La notizia è clamorosa, per questo ignorata? Rosaria Capacchione, una valorosa giornalista che proprio a causa del valore dei suoi articoli sui clan della camorra, da anni è costretta vivere sotto scorta, pubblica sul suo quotidiano, “Il Mattino” i risultati di uno studio da cui si ricava che gli “errori giudiziari” sono costati allo Stato (cioè alla collettività, a tutti noi), nel solo 2011 qualcosa come 46 milioni di euro. In media ogni anno si celebrano 2.369 procedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario, e il record (di assoluzioni e risarcimenti) appartiene alla Corte di Appello di Napoli: 9,53 per cento del totale. Ottomila le richieste di risarcimento presentate negli ultimi dieci anni (un terzo delle quali accolte), 213 milioni liquidati tra il 2004 e il 2007. Ventimila errori giudiziari nello stesso quadriennio.

In generale: al 31 maggio 2012, delle 144.650 cause pendenti dinanzi alla Corte di Strasburgo, 14.150 provenivano dal nostro Paese. Solo la Russia e la Turchia stanno peggio, rispettivamente con 35.350 (24,4 per cento) e 17.150 (11,9 per cento) ricorsi. Vengono poi
Romania (8,3), Ucraina (7,1), Serbia (5,9), Polonia (3,2), Gran Bretagna (2,9), Bulgaria (2,7), Repubblica della Moldova (2,7). Il contenzioso di tutti gli altri 37 Paesi che aderiscono al Consiglio d’Europa è fermo al 21 per cento.

“Dati allarmanti”, annota Rosaria Capacchione, “che trovano una giustificazione nelle violazioni accertate: sono 2.166 in 52 anni, a fronte delle 2.747 della Turchia e le 1.212 della Russia, con tutti gli altri paesi fermi a tre cifre”. E ancora: “…Nella storia repubblicana, quattro milioni di persone sono state coinvolte in inchieste giudiziarie e sono risultate innocenti. Errori giudiziari che costano allo Stato cifre elevatissime per il risarcimento delle ingiuste detenzioni. È di 235,83 euro la cifra di risarcimento per ogni giorno di ingiusta detenzione mentre, se si è stati agli arresti domiciliali, la cifra è dimezzata: 117,91 euro. Nel 2011, tanto per citare l’ultimo dato, sono stati pagati 46 milioni di euro, venti milioni in meno in quel ha rivelato il ministro, si celebrano 2.369 procedimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario. Il record (di assoluzioni e risarcimenti) appartiene alla Corte di appello di Napoli: 9,53 per cento del totale. Ottomila le richieste di risarcimento presentate negli ultimi dieci anni (un terzo delle quali accolte), 213 milioni liquidati tra il 2004 e il 2007. E ventimila errori giudiziari nello stesso quadriennio”.

Nella mala-giustizia non c’è solo il carcere. Ci sono anche i processi che finiscono con un’assoluzione. Secondo l’Eurispes, sono il 20 per cento. I dati relativi al 2007, ultimo anno di cui sono disponibili le statistiche ragionate, indicano che nel distretto napoletano a quell’epoca c’erano 497 procedimenti pendenti per risarcire ingiuste detenzioni, dei quali 335 iscritti a ruolo in quello stesso anno: 1,36 persone al giorno, dunque, sono state arrestate e processate ingiustamente. Per arrivare al totale di Napoli si devono sommare tutti i procedimenti pendenti presso le Corti di appello di Roma, Milano, Torino, Palermo, Firenze, Genova, Catania, Bologna, Potenza, Cagliari e Trento.

Ancora più allarmante il dato regionale della Campania: a quelli di Napoli vanno aggiunti i dati del distretto di Corte di appello di Salerno, con 42 procedimenti pendenti e 37 nuove iscrizioni. Il caso-Napoli rappresenta però solo la punta dell’iceberg. Bari, ad esempio, conta 382 procedimenti per ingiusta detenzione, Catanzaro 246. Seguono Lecce (194), Reggio Calabria (179), Messina (144), Roma (135), Palermo (69). Numeri che potrebbero essere maggiori se la legge non avesse imposto un tempo di prescrizione brevissimo: il risarcimento può essere chiesto entro e non oltre i due anni dalla sentenza liberatoria. In pratica, neppure il tempo di respirare di nuovo l’aria della libertà e di riprendere i fili della propria esistenza. Un’ingiustizia nell’ingiustizia.

Fin qui, le cifre, aride e che possono lasciare indifferenti proprio per la dimensione che rivelano. Prendiamo allora due storie, paradigmatiche.
Quando all’inizio dell’anno aveva visto i bambini in carcere con le loro mamme detenute, il ministro della Giustizia Paola Severino si era commossa. Forse, chissà, i suoi occhi avevano incrociato quelli di Chiara, la chiameremo così, una detenuta nel carcere fiorentino di Sollicciano, mamma di due piccoli, tossicodipendente. Chiara l’altro giorno si è impiccata. Pensate, avrebbe finito di scontare la sua pena fra sei mesi. Fra qualche giorno avrebbe potuto accedere a un programma di recupero e lasciare la cella. Quel mostro che è la depressione, forse la paura di quello che l’aspettava fuori, il timore di non farcela…così Chiara prende un lenzuolo, ne fa una corda e si impicca. E’ il quarto suicidio, dall’inizio dell’anno, a Sollicciano.

E ora la storia di un suicidio che chissà se è un suicidio. Un uomo di 45 anni detenuto nel carcere di Busto Arsizio muore dopo aver inalato del gas da una bomboletta. Sono in corso accertamenti per stabilire se sia suicidio o se l’uomo, sia stato colto da un malore aspirando il gas. Si chiamava Giampiero Converso, non un detenuto qualsiasi: un collaboratore di Giustizia, testimonia nel processo Santa Tecla, racconta i rapporti delle cosche della ndrangheta con politici locali, contribuisce a far condannare una cinquantina di persone. Forse, come tanti detenuti, Converso ha sniffato gas per “sballare”, però non era descritto come tossicodipendente. Si era pentito, aveva detto, per paura di essere ucciso.

Due storie liquidate in poche righe, storie come queste ne accadono spesso. Dal 2000 a oggi sono morti ben 2012 detenuti, 717 per suicidio. Solo nel mese di giugno, sei i detenuti morti, due per suicidio, uno per malattia; tre per cause da accertare. Diceva Voltaire che la civiltà di un paese si misura dalle sue prigioni. Questa è la civiltà del nostro paese.

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