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Ultima chiamata per Mister Lavitola

 

Vola Valter Lavitola, vola verso l’Italia. L’ex direttore dell’Avanti abbandona la dorata latitanza in centro e sud america per costituirsi agli investigatori italiani. A Fiumicino è pronto un comitato d’accoglienza predisposto da mesi dal riesame di Bari che a novembre ne ha confermato l’arresto.

Lavitola è accusato di induzione a rendere false dichiarazioni. In sala Vip, luccicano le manette che ne avrebbero dovuto cingere i polsi da tempo.

Vola, il consulente dell’ex premier Berlusconi nella vicenda dei coniugi Tarantini accusati di aver fatto da procacciatori di bellezze per le feste romane e sarde dell’allora presidente del consiglio.

Decolla da Buenos Aires con scarno bagaglio, valigia e zainetto. I cinque chili canonici di cambio biancheria da portare con sé in carcere.

Resta in cassaforte, in Argentina, qualche centinaio di grammi di carta di troppo per l’esiguo carico consentito dalle patrie galere: un dossier da presentare, solo eventualmente, ai giudici che lo vogliono dietro le sbarre accusandolo di aver tentato di instradare i testimoni Tarantini a suon di migliaia di euro e con qualche prestazione fuori orario tra le braccia della moglie dell’imprenditore pugliese.

Lavitola, laconico, dice ai giornalisti argentini nella sala C dell’aeroporto di Buenos Aires: “Sono preoccupato di andare in prigione. Ho paura. Ma torno perché non ne posso più”.

Valter Lavitola, il messaggero speciale che correva a imboccare i ministri di piccole isole come Santa Lusia o intrecciare affari militari in quel grande istmo di Panama, in Italia trova un governo tecnico, fatto di ministri tecnici che dopo cena al più vanno al cinema.

Niente feste da organizzare, niente ballerine da scortare, niente menestrelli sui voli di Stato. Un’Italia che può far paura a mister Lavitola.

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