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Come abbiamo potuto?

 

di Roberto Bertoni
Alla vigilia del sessantasettesimo anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo e mentre il Paese è scosso da una delle peggiori crisi della sua storia, è naturale volgere lo sguardo indietro e ripensare a quante occasioni abbiamo perso negli ultimi vent’anni.
Un ventennio, già; anche in quest’occasione tanto è il tempo trascorso dall’insediamento dell’uomo che ha segnato un periodo e condizionato il destino di una generazione. Nessun paragone, per carità, non è nostra intenzione riflettere sulle possibili somiglianze tra il modo di governare del Duce e quello del Cavaliere, anche perché si tratta di epoche diverse, di contesti storici e sociali che non hanno nulla in comune e di personalità il cui accostamento mi è sempre sembrato forzoso, benché in entrambi fossero presenti delle considerevoli tendenze ad esercitare un potere autocratico e privo di vincoli.

L’unico, vero punto in comune tra i due personaggi sta nella ridicolaggine di certe trovate e di certi membri del corteo al seguito: figure che avrebbero faticato a trovare un ruolo in un circo di paese e che, purtroppo per noi, di parti in commedia ne hanno avute tante, comprese alcune da cui dipendevano le sorti della Nazione.
Scriveva Enzo Biagi: “Ho in mente gli aspetti folcloristici di quel tempo: nel nostro Paese, una parte determinante l’hanno sempre avuta i buffoni. Siamo passati dai gerarchi di Starace che saltavano, come al circo, attraverso il cerchio di fuoco, prima ai ministri democratici e un po’ ladri che, dopo la condanna, per la rieducazione vengono affidati alle assistenti sociali e, ultimamente, agli imbonitori televisivi”.

Se penso alla nostra generazione, che aveva pochi anni quando è cominciato il berlusconismo, e finora non ha praticamente conosciuto altro, mi tornano in mente le parole scanzonate ma, al tempo stesso, amare di Federico Fellini: “Se non siamo cresciuti proprio stupidi è un miracolo”.
Ed è qui che mi domando: come abbiamo potuto? Come è stato possibile commettere un simile errore, anzi una serie di errori così madornali, consentendo a Berlusconi e Bossi di dominare l’ultimo decennio?

È inutile perder tempo a discutere della loro inadeguatezza, di quanti danni abbiano arrecato all’immagine dell’Italia nel mondo e di quanto discredito ci siano costati in questi anni i loro atteggiamenti scomposti, le loro dichiarazioni fuori luogo e le gaffe che spesso ci hanno condotto sull’orlo di crisi diplomatiche gravissime.
È assai più costruttivo, invece, porsi la domanda che molte volte si sono posti i nostri partner europei (e non solo): come ha potuto un paese colto, evoluto e all’avanguardia come l’Italia accettare di essere governato da simili personaggi?

Me lo sono chiesto intensamente anch’io, specie quando mi è capitato di trovarmi all’estero e di dover fare i conti con qualche risolino o qualche battuta di troppo, e fino a qualche tempo fa mi ero consolato con la risposta di Biagi, pensando che in fondo una certa componente burlesca fosse insita nel nostro popolo.

Di recente, però, di fronte ai continui successi conseguiti da Monti nel corso dei suoi viaggi in giro per il mondo, e di fronte al rinnovato interesse dei nostri connazionali per vicende che avvengono al di là del cortile di casa propria, mi sono reso conto di quanto fosse sbagliata quella visione: Berlusconi, più di ogni altro presidente del Consiglio, non si è limitato a governare gli italiani; no, lui ha tentato di plasmarli a sua immagine e somiglianza, di imprigionarli nei suoi schermi televisivi, nelle sue trasmissioni piene di veline scosciate, nei suoi reality show, persino nei suoi talk show inconcludenti e caratterizzati da risse continue, insulti, toni intollerabili e una noia senza eguali.

Sono questi, difatti, gli ingredienti alla base del suo successo: la noia per la politica che, presto, si è trasformata in noia per la democrazia, per le istituzioni, per i partiti, per tutto ciò che avesse in qualche modo a che fare con la passione civile e con l’amore per la cosa pubblica.
Per anni, chiunque osasse richiamare il Sire di Arcore ad un maggior decoro, veniva puntualmente redarguito dai giornalisti che ben conosciamo e dai loro emuli, che prontamente ci accusavano di essere: moralisti, bacchettoni, grigi, vecchi, puritani, mentre Berlusconi era un uomo vivace, intraprendente, incline come pochi al divertimento e dotato di un’allegria, di una simpatia e di una gioia di vivere che noi neanche ce l’immaginavamo o alla quale guardavamo con invidia.

Come ha scritto Eugenio Scalfari in un editoriale illuminante (“Il burlesque che stiamo ancora pagando”): “C’è costato molto caro quel ‘burlesque’. Lui si è divertito e pensa di continuare, scambiando l’Italia per il Paese dei balocchi. Che un personaggio simile ci abbia governato per tanti anni, questo sì è un fatto incredibile, eppure è accaduto e rappresenta la nostra collettiva vergogna”.
Senza dimenticare l’altro, il secondo alfiere del duo, il Senatùr, che Michele Serra ha sistemato da par suo in una delle migliori “Amache” (la sua rubrica su “la Repubblica”) degli ultimi tempi: “Più che alla disonestà vera e propria, gli scandali della Lega fanno pensare alla disperata precarietà strutturale di un partito inventato da un fanfarone di paese, finto medico, cantante fallito, che per oltre vent’anni è riuscito ad abbindolare un popolo evidentemente abbindolabile.

Tutto, nella storia leghista, è improvvisato e cialtrone, a partire da quel luogo fantasma, “Padania”, con non ha alcuna attinenza con storia e geografia e pare sortito da una partita notturna a Risiko annaffiata da troppo alcol”.
Per non parlare poi di altri protagonisti della celebre saga padana, sistemati sempre da Serra in un’altra “Amaca”: “Si rivedono le immagini della povera Rosy Mauro che bercia e gesticola (come una pescivendola, si sarebbe detto prima del politicamente corretto, e prima di conoscere pescivendole di ottime maniere) sullo scranno della presidenza del Senato. E non ci si crede. Si ripassa il curriculum scolastico del povero Renzo Bossi, la sua inverosimile elezione (a ventuno anni, e a diecimila euro al mese) in Regione Lombardia, il suo giro di amici scadenti e gaglioffi, il suo italiano men che basico. E non ci si crede. Rubare soldi pubblici è gravissimo. Ma lo scandalo vero, scusate, non è precedente?”. Già, è precedente e tutti noi ne siamo corresponsabili. Qualcuno per non aver visto, molti per non aver voluto vedere, qualcuno per aver visto e taciuto, qualcuno – e sono coloro che non esiterei ad inserire nella categoria degli “irrecuperabili” – per aver visto, preso atto ma comunque pensato: “Beh, che male c’è? In fondo, Berlusconi si divertiva; la Mauro è una tipa eccentrica; il Trota è solo un ragazzo e si farà”. E non crediate che siano in pochi, specie nello zoccolo duro del berlu-leghismo, a pensarla così.
Sono trascorsi quasi vent’anni dalla famosa “discesa in campo” di Berlusconi e ora, con il Paese ridotto come tutti constatiamo ogni giorno, non ci resta che meditare sull’atroce beffa di essere stati presi in giro da una tragedia dai contorni farseschi. Ma, soprattutto, sul fatto di aver gettato al vento un ventennio, di aver bruciato una generazione (e, forse, non solo una) e di non poter in alcun modo tornare indietro per rimediare agli errori compiuti.

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